Gli Usa non sono terra di Trump

Alle elezioni di “midterm”, il partito del presidente perde la Camera dei rappresentanti e mantiene il Senato, come previsto. Una novità è l’affluenza al voto e l’elezione di tante donne, molte afro-americane e una di appena 29 anni
Alexandria Ocasio-Cortez AP Photo/Stephen Groves

Le previsioni della vigilia sono state confermate anche dagli exit poll e dallo spoglio elettronico: le elezioni di metà mandato hanno consegnato ai democratici la Camera dei rappresentanti, mentre i repubblicani per un soffio hanno mantenuto il Senato.

In quella che molti analisti amavano definire la Trump’s land (la terra di Trump) il presidente ha perso il referendum su se stesso, aprendo ora una stagione di incertezze che potrebbe da un lato rinvigorire i repubblicani, finora troppo tiepidi su alcune scelte presidenziali, e dall’altro rianimare i democratici che, disorientati dalla sconfitta della Clinton, sono stati gettati nell’ombra dalle uscite di The Donald, che li ha persino etichettati come demoni.

I risultati elettorali riaprono, quindi, la partita per la corsa alla Casa Bianca del 2020 che l’attuale presidente intende correre e che probabilmente già da oggi inizierà a ripensare dopo l’esito delle urne. Quei numeri mettono in crisi un modello di governo e di presidenza.

Presidente

Trump ha condotto una campagna al vetriolo, sfoderando i temi forti della corsa alle presidenziali: immigrazione, terrorismo, cancellazione dell’assistenza sanitaria, guerra commerciale, America first.

Ha esaltato i risultati positivi della sua presidenza soprattutto in campo economico: disoccupazione al 3,9%, crescita a +2,3%, Wall street ai massimi storici. In realtà questi numeri sono anche frutto delle scelte della precedente presidenza, ma il presente di The Donald non fa memoria del passato.

I rally (comizi) di Trump si sono concentrati soprattutto sugli Stati già repubblicani e questo si è rivelato una novità: forse temeva di perderli e quindi il presidente ha preferito concentrare le sue forze nel rassicurare lo zoccolo duro dei suoi sostenitori senza preoccuparsi di ampliare il bacino elettorale.

Gli ultimi giorni di campagna sono stati insanguinati dalla sparatoria nella sinagoga di Pittsburg e in Kentucky, terrorizzati dalle bombe spedite a esponenti democratici e della stampa, scandalizzati da uno spot di stampo razzista che vari canali si sono rifiutati di mandare in onda e dall’invio di migliaia di soldati al confine per fermare la carovana di migranti che dovrebbe, a detta del presidente, invadere gli Usa di terroristi e malviventi.

Trump è riuscito a trasformare le elezioni di medio termine per il rinnovo della Camera, di parte del Senato e di parte dei governatori in una competizione degna delle presidenziali, un referendum sulla sua presidenza. E infatti 6 elettori su 10 hanno dichiarato che il presidente è la prima ragione per cui si sono recati alle urne e un terzo degli intervistati dal Pew Research Center ha dichiarato che il loro voto sarà proprio contro di lui.

I risultati elettorali sembrano dargli ragione e richiederanno una strategia di sostanza ben oltre i tweet di reazione quotidiana.

Democratici

Boccheggianti dopo la sconfitta alle presidenziali, con una leadership debole che ha richiesto persino l’intervento di Obama durante la campagna elettorale, disorientati dalla presidenza meno presidenziale della storia statunitense, i democratici sono comunque riusciti a infiggere un colpo al monolite repubblicano che controllava la presidenza, il Senato, la Camera dei rappresentanti e persino la Corte suprema.

Un supporto fondamentale alla corsa elettorale è stato dato dalla gente comune che si è inventata di tutto per convincere vicini, amici e familiari a recarsi alle urne.

Una coppia di Washington, Leah Greenberg e Ezra Levin, ex membri dello staff del Congresso hanno ideato un manuale di voto e una lista di cose utili e meno utili da mettere in atto con i propri rappresentanti.

Le pagine, che erano un “googledoc” destinato ad amici, si è invece trasformato in seimila gruppi organizzati che con convinzione hanno spinto alle urne. La vittoria alla Camera riapre per i democratici la corsa alle presidenziali, ma soprattutto metterà un freno agli eccessi populisti presidenziali che non avranno carta bianca, almeno in un ramo del Congresso.

Repubblicani

Paul Ryan, presidente repubblicano della Camera dei rappresentanti ha rinunciato alla corsa elettorale parecchi mesi fa, quando i dissapori con The Donald hanno raggiunto asprezze inaccettabili, ultime quelle sui migranti.

Trump imputa a lui la sconfitta del partito, ma i sondaggi dicono che solo il 48% dei repubblicani voterebbe oggi il presidente a riprova di un malessere interno che anche la riduzione drastica dei fondi raccolti durante la campagna, testimonia.

Pur governando il Paese, gli esponenti del Gop (altro nome del partito) si sono ritrovati appiattivi dal programma di Trump, incapaci di metterlo in riga e di frenarne gli eccessi, soprattutto in politica estera, dove i Paesi alleati hanno manifestato non poche diffidenze e contrarietà.

I giovani repubblicani sono consapevoli che Trump sta uccidendo il partito ma che al contempo gli ha regalato una nuova base: i lavoratori sconfitti dalla crisi, gli agricoltori, i minatori, i disoccupati, fasce sociali più affini ai democratici, nel passato, ma che ora reclamano un loro posto in politica.

Ed è su di loro che andrà ricalibrata l’anima del partito e non solo sui ricchi finanzieri, bancari, imprenditori che ne hanno costituito lo zoccolo duro fino ad oggi.

Sui temi scottanti della campagna: assistenza sanitaria, economia, i diritti di minoranze etniche e razziali, il partito si è giocato il suo futuro, ma la sconfitta potrebbe riaprire criticità sull’operato presidenziale e incoraggiare le fronde interne che finirebbero per isolare Trump.

Le novità

Le donne sono state la vera novità della campagna. Per la prima volta nella storia del Massachusetts, una giovane afro-americana sarà rappresentante alla Camera, mentre in Georgia, un’altra afro-americana diventerà governatore: per lei si è mobilitata anche la star Oprah Winfrey, che ha bussato a tante porte per convincere le persone a votare.

Il New Mexico avrà come governatore la prima donna di origini sudamericane nella storia Usa a raggiungere un tale livello di governo.

Anche la prima donna indigena è arrivata alla Camera, al photofinish dopo un testa a testa con il suo avversario. Alexandria Ocasio-Cortez, ad appena 29 anni, è la più giovane rappresentante della Camera: gli exit poll nello stato di New York gli consegnano la vittoria con oltre il 70% di preferenze.

Una ventata di freschezza alla campagna è stata portata anche dai giovani. Gli studenti della scuola di Parkland, in Florida, dove lo scorso febbraio 17 tra compagni e professori furono uccisi, hanno girato il Paese in autobus per convincere i coetanei a registrarsi.

Hanno ideato campagne, visitato campus, spedito ogni settimana lettere e foto per incoraggiare all’impegno e al cambiamento.

Infine la partecipazione. Ben 36 milioni di persone hanno votato il giorno prima dell’election day, segno di un interesse che ha superato persino le presidenziali, quando a votare erano andati in 27 milioni.

Anche questo un segnale che la democrazia statunitense è viva e attiva, nonostante le ombre di nazionalismi e intolleranze.

 

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