Gli occhi di Internet. . . e non solo !

In questi ultimi tempi si parla tanto di Internet senza fili, ma il prossimo salto qualitativo sarà probabilmente un altro: “la rete che ci vede”. Sono in fase avanzata di sperimentazione, infatti, gli occhi di Internet, occhi elettronici in grado di vedere sia in luce ordinaria, sia con sorgenti di raggi infrarossi o X. A differenza delle normali telecamere digitali, questi nuovi occhi, piccoli, versatili e diffusi ovunque, saranno in grado di riconoscere, identificare da lontano e sorvegliare automaticamente persone, oggetti, le nostre case, i nostri spostamenti, gli stadi, le piazze ecc. Per la verità questo non è un problema solo di Internet, ma delle nostre società ormai piene di telecamere ovunque. Sembra il nostro inesorabile destino futuro: essere controllati, scoperti e “guardati” ovunque, e soprattutto in modo automatico. Prendiamo per esempio gli ultimi risultati del gruppo di ricerca dell’Università di San Diego in California: in trent’anni hanno memorizzato nei loro supercomputer più di 100 mila visi umani con le loro espressioni nelle più diverse situazioni, di gioia, dolore, paura, tristezza, curiosità ecc. Il computer ha poi scomposto ogni espressione nei singoli movimenti di muscoli facciali, occhi, bocca, rughe, creando una banca dati di miliardi di immagini. Una volta associati al gruppo sanguigno, al codice genetico, al ritmo del respiro e ad altre informazioni personali, questi dati permettono di scoprire con precisione gli stati emotivi delle persone: se un arrestato mente davanti alla macchina della verità, le reazioni dei compratori davanti ai nuovi prodotti al supermercato, l’eccesso di nervosismo di un guidatore in mezzo al traffico, i punti deboli dell’aspirante neo-assunto in un colloquio di lavoro. Fervono le attività infatti per mettere a punto computer “psico-terapeuti”, “insegnanti”, “medici”, “consiglieri” ecc. Sembra la rivincita di macchine e computer ai quali (giustamente) abbiamo sempre affibbiato la qualifica di “stupidi”. Se qualcuno pensa che tutto questo sia un lontano ed improbabile futuro, farebbe meglio a leggersi gli studi sul perché la tv è così capace di catturare la nostra attenzione. Soprattutto la sera quando siamo stanchi (vedi riquadro…). Non è tanto una questione di contenuto, quanto di “forma”, cioè di modalità di interazione. Indipendentemente dal programma che vediamo, l’attrazione sembra aver origine dalla reazione istintiva a qualsiasi stimolo nuovo e improvviso, di tipo uditivo o visivo. Chi prepara gli spot pubblicitari o le scene di azione in un film conosce esattamente la frequenza ottimale di tagli e cambiamenti di scene ogni minuto, in modo da mantenere sempre al massimo la risposta automatica del cervello, la frequenza cardiaca ed il ritmo del respiro, per ottenere un’attenzione quasi ipnotica. Siamo, e sempre più saremo, nella società dell’immagine. Questo di per sé non è negativo, né significa che Internet o la tv siano dei nemici: semplicemente dobbiamo saper gestire queste possibilità in positivo, sfruttandone le potenzialità, e riducendone riducendone i rischi. Prima di tutto conoscendoli questi rischi, parlandone in famiglia, a scuola e al lavoro, magari ridendoci su con gli amici per smitizzarli; poi attivandoci a livello di associazioni, partiti politici, giornali, istituzioni e movimenti per creare la cultura giusta, che aiuti la società nel suo insieme a prendere le contromisure corrette, mettendo sempre al primo posto il valore della dignità umana e scommettendo sulla fiducia, non sul sospetto. Specialmente in questi anni in cui aumentano le spinte per un controllo capillare e soffocante delle persone, ed è necessario trovare la linea di confine tra le esigenze della sicurezza e quelle di una società che vuol rimanere libera e democratica. Non siamo, per fortuna, formiche. A scienziati ed ingegneri spetta inventare nuove macchine e dispositivi, ma siamo noi che dobbiamo stabilire se, come, e soprattutto perché usarli. In nome della sicurezza del popolo In tutto il mondo, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, le misure di sicurezza sono state rafforzate: controlli e dispositivi che fino al giorno prima erano bloccati da proteste fortissime ed efficaci, in difesa della libertà e della privacy, sono adesso introdotti facilmente, quasi fossero ineluttabili. Alcune delle misure già approvate: • telecamere all’ingresso delle banche; • braccialetto elettronico non rimovibile per controllare gli spostamenti delle persone sotto sorveglianza; • impronte digitali nella carta di identità elettronica; • telecamere nelle piazze e nei luoghi pubblici; • intercettazione di tutte le comunicazioni via telefono, Internet ecc., attraverso strumenti (come Carnivore dell’Fbi o il famoso sistema americano di sorveglianza satellitare mondiale Echelon o il nuovo sistema di controllo europeo per Europol) che segnalano automaticamente le frasi o le parole sospette pronunciate durante una qualsiasi conversazione tra persone o lo scambio di documenti tra computer. Il fatto che tutto questo non sia servito a scoprire i terroristi di New York viene inutilmente messo in evidenza nei dibattiti in corso. E altre in preparazione: • fotografia della retina dell’occhio nella carta di identità elettronica; • impianto di un chip sotto la pelle per sorvegliare gli spostamenti della persona. Un chip è un computer piccolo e sottile come un francobollo, ma completo nelle sue funzioni; • disponibilità su Internet di software per la sorveglianza e lo spionaggio che chiunque può acquistare ed usare. Si diffonde piano piano la cultura del sospetto e del ricatto, mentre qualcuno fa affari, naturalmente. Se si spegne la tv A qualcuno sembrerà incredibile, ma si può anche spegnere la tv. Passare cioè una serata in casa senza stare fissi davanti all’apparecchio. Può servire per riscoprire possibilità inaspettate di dialogo in famiglia o di meditazione con un buon libro; comunque è utile per verificare il nostro grado di videodipendenza, disintossicarsi, esercitare la volontà, porsi dei limiti ed educarsi all’uso corretto dei media. In America da parecchio tempo ormai esiste la settimana senza tv e sono stati pubblicati i risultati dei primi studi che documentano le conseguenze per i cosiddetti grandi consumatori. A leggerli viene da ridere, finché non si pensa che ci siamo dentro più o meno tutti: “Durante i primi giorni di privazione in più di metà delle famiglie le abitudini sono state stravolte. Era evidente la difficoltà a gestire il nuovo tempo libero, il che generava ansia e aggressività…hanno cominciato a girare in tondo come galline… Le persone che vivono da sole tendono ad essere annoiate e irritate… I miei bambini mi disturbavano e i miei nervi erano a fior di pelle. Ho cercato di coinvolgerli in qualche gioco, ma era impossibile. La televisione era parte di loro… Dalla seconda settimana inizia ad attivarsi un processo di adattamento” (Le Scienze, marzo 2002).

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