Gli dèi di plastica possono bastare

Nuovi e vecchi idoli ruotano nel 2010 attorno al narcisismo. Nella società e nella Chiesa. Intervista a Luigi Alici, professore di filosofia morale all'università di Macerata , già presidente dell'Azione cattolica dal 2005 al 2008.
Simboliche
Anno nuovo, idoli vecchi. Anche il 2010 si apre con le abituali insegne luminose del nostro tempo: il consumismo, un onnipresente immaginario sessuale e una proliferazione di paradisi artificiali. La segnaletica della ricerca della felicità ci indica piccoli idoli mascherati anche dietro pensieri e idee: cultura dell’edonismo, dello sballo, del cibo, dell’erotismo.

Il vero bivio davanti a cui ci troviamo non è «tra l’avere e il non avere una fede – ci spiega Luigi Alici, professore di filosofia morale all’università di Macerata, autore di Cielo di plastica (San Paolo) – ma tra autenticità e inautenticità del credere».

 

Come si presentano gli idoli?

«In superficie gli idoli cambiano in maniera vorticosa, ma in profondità c’è un costante problema cruciale: il narcisismo. L’uomo si illude di poter rinunciare all’infinito in maniera indolore innamorandosi di sé stesso come se lui fosse il vero infinito».

 

Quali gli idoli più appariscenti?

«Le idolatrie fondamentali sono quelle dell’avere, del potere, del piacere e si manifestano nel conseguimento di obiettivi molto piccoli: l’ultimo telefonino, la televisione ad alta definizione, la seconda casa, la boutique preferita, le vacanze pianificate con la pignoleria di un contabile, il comfort sempre al primo posto e qualche avventura sentimentale».

 

I sintomi sono chiari e ricorrenti?

«I sintomi attraverso cui si manifesta il narcisismo sono la velocità e l’idolatria del consenso. La velocità è il modo per mascherare lo sradicamento dell’uomo contemporaneo: significa fragilità dei rapporti, il sospetto nei confronti di tutti i rapporti fondati sul patto di stabilità e fedeltà, come il matrimonio o una vocazione religiosa».

 

Chi vive immerso in questa cultura come può riconoscere gli idoli?

«Un primo indicatore è l’alterazione del rapporto con lo spazio e con il tempo. Si riconosce quando si perde il senso della propria vita come una storia in cui tutte le esperienze si legano le une con le altre e individuano una direzione. Quando il tempo si decompone e la vita si polverizza in una serie di istanti vissuti all’insegna del carpe diem. Così per lo spazio: per le future generazioni è stata coniata la categoria del “non luogo”, abiteranno in un posto, vivranno in un altro e non si sa quale possa essere la comunità di riferimento in un posto».

 

Esiste un vaccino anti idoli?

«La differenza tra la fede e l’idolatria è nella capacità o meno di aprirsi all’infinito. Le generazioni contemporanee sono assuefatte agli idoli e bisogna recuperare il senso dello stupore, di un’apertura non mercificata di fronte alla natura e alla persona umana. E riscoprire la capacità di ascolto, di silenzio, abbassando le forme della nostra comunicazione per uscire da noi stessi e aprirci all’incontro con l’infinito».

           

Citando Bonhoeffer, lei dice: «Il contrario della fede non è l’incredulità, è l’idolatria». Cosa intende?

«Nella Scrittura l’antitesi estrema nella fede nel Dio unico è l’idolatria e non l’ateismo. Da un certo punto di vista l’ateo è colui che si pone la stessa domanda del credente, anche se poi non trova una risposta. Ma l’ateo autentico ritiene rilevante misurarsi con la domanda su Dio, mentre il fenomeno idolatrico nasce voltando le spalle alla domanda su Dio, presumendo che gli idoli possano saziare la sete d’infinito. L’idolatria, dunque, non è atea, è molto più che atea».

 

Che significa, allora, vivere nell’epoca delle idolatrie?

«Significa assumere l’idolatria come espressione diretta del paganesimo. Ed oggi viviamo in un tempo di neo paganesimo, che è un altro modo di credere. L’ateismo ci fa quasi illudere che sia possibile vivere senza fede, l’idolatria non oppone il credere al non credere, ma il credere al Dio unico al credere in idoli finiti, in tanti assoluti terrestri. Il nostro tempo vive una forma patologica del credere».

 

Anche i territori delle religioni sono abitati da idoli?

«Il sangue dei martiri è sempre stato versato sulle soglia del Pantheon degli déi per il rifiuto di mettere il proprio Dio sullo stesso piano di tutti gli altri idoli. Questa è una tentazione da cui nessuno di noi è esente. Oggi esistono tre pericoli prevalenti: l’idolatria del sacro, cioè l’illusione che si possa surrogare una mancanza di fede con un surplus di religione, di ritualità vuota; l’idolatria dell’appartenenza, cioè il pensare che il legame diretto con il mio gruppo possa sostituire il respiro universale della comunità cristiana nella sua cattolicità; l’idolatria della legge, come tentazione burocratica nella vita cristiana, per cui ci si illude di inseguire la complessità esterna, moltiplicando una complessità interna di iniziative, convegni, documenti in cui si rischia di perdere di vista l’essenziale».

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