Giovanni Paolo II e il magistero universale del papa

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Giovanni Paolo II è universalmente considerato come una delle personalità più forti della nostra epoca. Credo dipenda dal fatto che egli è riuscito a mettere al totale servizio del proprio ministero i tratti peculiari della sua personalità. Questa perfetta corrispondenza fra la personalità particolare del singolo e la missione universale da lui assunta è stata caratteristica della santità grande, portatrice di un disegno storico. Non solo: Giovanni Paolo II, proprio attraverso le caratteristiche della sua personalità, ha illuminato alcuni elementi che non appartengono soltanto al suo modo di interpretare il pontificato, ma, mi sembra, al ruolo del papa come tale.

 

Questi 27 anni hanno mostrato, anzitutto, che il papa è rivestito di un compito non solo nei confronti della chiesa, ma anche dell’umanità. Paolo VI lo riassunse in una celebre formula, in apertura del suo discorso all’assemblea delle Nazioni Unite, quando spiegò di parlare a nome della chiesa maestra di umanità. Questo magistero umano del papa, similmente a quello ecclesiale, ha un duplice aspetto: quello di essere fondamento di unità, e quello di magistero di verità. È quanto emerge, mi sembra, considerando la dottrina sociale della chiesa, alla quale Giovanni Paolo II ha dato grande impulso. È una disciplina di confine, che parla un duplice linguaggio: quello della teologia, che presuppone l’intelligenza della fede, e quello della filosofia, accessibile anche a coloro che possono contare solo sulla retta ragione. I cristiani, immersi nell’umanità, condividono con essa le stesse esperienze, le stesse tragedie, le stesse conquiste.

 

Da qui il bisogno di questo papa di confrontarsi con gli errori che la chiesa – ma anche l’Europa, in quanto civiltà cristiana – in passato ha compiuto; il bisogno di chiedere perdono e, contemporaneamente, l’esigenza di presentare la chiesa, oggi, come luogo e strumento di riscatto: il papa è diventato annunciatore della liberazione e dell’emancipazione di interi popoli, ha offerto la chiesa come primizia di ciò che l’intera umanità dovrà realizzare. È da questa comunione profonda della chiesa con l’umanità che emerge la dottrina sociale cristiana, la quale esplicita e conserva nel proprio patrimonio tutto ciò che gli uomini, e i cristiani tra essi, comprendono di vero e di buono. In tal modo, la dottrina sociale dà la parola anche a coloro che, deboli e miseri, non hanno voce. Ma la dottrina sociale cristiana non si limita a parlare in nome dell’umanità: è l’umanità stessa co-autrice della dottrina.

 

L’umanità dunque, nelle parole del papa, può riconoscere sé stessa, nella propria parte migliore, nella propria autentica fisionomia. È un riconoscimento reciproco: dell’umanità nella chiesa, e della chiesa nell’umanità, che si incarna nella figura universale del papa e nella dottrina da lui insegnata. Inoltre, i diversi filoni di pensiero e le diverse ideologie tendono a sottolineare alcuni valori e a metterne tra parentesi altri: si presentano, dunque, con una forte particolarità. Ed è questo il motivo delle incoerenze che hanno spesso caratterizzato i critici del papa: favorevoli, ad esempio, quando egli lotta per la pace, e avversi quando difende il diritto alla vita. Eppure, è la stessa fiducia nell’uomo, è la stessa dottrina ad offrire al papa le parole per l’una e per l’altra occasione.

 

La dottrina sociale cristiana, infatti, non subisce il particolarismo delle ideologie, ma integra tutti i valori che l’uomo scopre e sperimenta, costruendo così un’antropologia completa, una visione universale dell’uomo, alla quale ogni uomo contribuisce, e può dunque sentirla propria. Così facendo, ogni uomo è aiutato a comprendere che i valori nei quali crede possono convivere con quelli a cui credono gli altri, anche quelli che egli considera suoi avversari. In questo modo il papa, nella sua continua proclamazione della dottrina, diviene fondamento dell’unità dell’umanità stessa, punto di riferimento antropologico ed etico per tutti coloro che sono disorientati o, semplicemente, hanno dell’uomo una visione parziale. Infine: per quale motivo gli uomini dovrebbero stare a sentire ciò che dice il papa? In quale modo egli acquisisce, per così dire, ai loro occhi, il diritto di parlare a tutti? In tutto il mondo, ci sono cristiani che danno la vita per gli altri: ciò che non è mai mancato, nella chiesa, sono i martiri.

 

È il sangue versato a dare l’inchiostro per le encicliche. E questo papa, anche attraverso la sua vicenda personale – l’attentato, la malattia – spiega chi è il papa: in lui si raccoglie in unità il sacrificio universale della chiesa, che può rivolgersi a tutti proprio perché, continuamente, paga per tutti. Così facendo, non fa che ripetere e rivivere ciò che fece Gesù. E dunque, quando parla il linguaggio ecclesiale della fede, il papa è ascoltato dalla comunità dei credenti; ma quando parla il linguaggio umano universale del dono e del sacrificio, è ascoltato dall’umanità: in entrambi i casi egli dice Cristo; in entrambi i casi svolge il proprio ministero.

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