Gianni Vattimo, tra filosofia e fede

È scomparso il padre del pensiero debole, autore della traduzione in italiano dell’opera principale di Gadamer
Gianni Vattimo © Roberto Monaldo / LaPresse 15-07-2009

Gianni Vattimo è forse il filosofo italiano più conosciuto all’estero, padre del cosiddetto “pensiero debole”. Nato il 4 gennaio 1936 a Torino, studia con Luigi Pareyson, divenendo docente e poi preside della facoltà di Lettere e Filosofia. Con H. G. Gadamer e K. Loewith consegue la specializzazione all’università di Heidelberg. Insegna come visiting professor in alcune università americane (Yale, Los Angeles, New York University, State University of New York) e tiene seminari e conferenze nelle grandi università del mondo.

A Vattimo si deve la traduzione in italiano dell’opera principale di Gadamer, Verità e metodo, ma anche la sua strumentalizzazione per una filosofia ermeneutica qualificata come “pensiero debole”. Come scrive Maurizio Ferraris, il pensiero debole considera che «il mondo precedente alla rivoluzione francese, quello era un mondo di cose robuste, di assoluti, di cose resistenti. Dio, patria, famiglia e il re magari, tutto questo è venuto per l’appunto indebolendosi. Tutto questo è il significato di pensiero debole nella storia».

Ne consegue che per il “pensiero debole” non ci sono fatti ma solo interpretazioni, e che la verità oggettiva, ovvero la verità intenzionata da tutta la storia della filosofia occidentale, in particolare nella sua tradizione metafisica, non esiste. Il pensiero debole si caratterizza pertanto per l’abbandono di ogni pretesa di conoscere la verità, per la rinuncia ad ogni tentativo di fondazione teoretica della metafisica classica e di ogni prospettiva filosofica che pretenda di indicare una verità concreta.

Tuttavia l’interessa di Vattimo per il cristianesimo non è venuto mai meno. Essendo egli dichiaratamente omosessuale, come scrive Ferraris, «ha cercato il più possibile nella sua vita di evitare lo scandalo. Con tutto che la morte di ogni essere umano è uno scandalo perché noi vorremo che tutti fossero immortali». Il grido di Nietzsche “Dio è morto”, viene inteso da Vattimo sia come la rinuncia a verità ultime e definitive, perché la verità è frutto solo delle prospettive storiche e linguistiche con cui l’uomo elabora la sua comprensione della realtà, del mondo e degli altri, ma anche come invito personale alla ricerca di una conciliazione con la fede.

Certamente, dal punto di vista filosofico, ed in particolare ermeneutico, l’interpretazione che Vattimo offre dell’ermeneutica gadameriana è incompleta. Vattimo non ha mai preso in considerazione gli Studi platonici (Marietti 1998) di Hans-Georg Gadamer, che in Italia solo Giovanni Moretto aveva fatto conoscere, studi che testimoniavano come l’ermeneutica gadameriana fosse intenzionata alla verità. Anche Mirela Oliva, docente di filosofia all’università di Huston, nel testo Il verbo interiore nell’ermeneutica di Gadamer, pubblicato in tedesco sotto la sua direzione, conferma l’intenzionalità veritativa dell’ermeneutica gadameriana.

Ma resta certamente significante il suo rapporto con il cristianesimo, con il quale il filosofo non aveva mai smesso di professare attenzione ed interesse, professando la sua fede, una fede che certamente aveva ripensato nella prospettiva della sua filosofia di “pensiero debole”; ne fa testimonianza, tra le altre, l’opera Credere di credere.

Ma risulta interessante e quanto mai attuale – anche se in contraddizione con la sua prospettiva filosofica – quanto Vattimo ebbe ad affermare sul compito dei cattolici in un dialogo con Vittorio Messori: «Voi cattolici – mi diceva il filosofo con il suo gusto ironico – avete resistito impavidi per quasi due secoli all’assedio della modernità. Avete ceduto proprio poco prima che il mondo vi desse ragione. Se tenevate duro ancora per un po’, si sarebbe scoperto che gli “aggiornati”, i profeti del futuro “post-moderno” eravate proprio voi, i conservatori. Peccato. Un consiglio da laico: se proprio volte cambiare ancora, restaurate, non riformate. È tornando indietro, verso una Tradizione che tutti vi invidiavano e che avete gettato via, che sarete più in sintonia con il mondo d’oggi, che uscirete dall’insignificanza in cui siete finiti, “aggiornandovi” in ritardo. Con quali risultati, poi? Chi avete convertito, da quando avete cercato di rincorrerci sulla strada sbagliata?» (dialogo fra Gianni Vattimo e Vittorio Messori in Pensare la storia, Paoline 1992)

Forse è proprio questo il messaggio di Vattimo che i cattolici potrebbero prendere in considerazione.

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