Giacometti. Il residuo dell’uomo

Alberto Giacometti
Alberto Giacometti, l’artista osannato dai surrealisti per le sue sculture oniriche, misteriose e poetiche. Oggi lo conosciamo invece soprattutto per le figure allungate e filiformi. Ma proprio tali figure gli meritarono l’estromissione dal gruppo; agli occhi dei surrealisti non poteva essere tollerato un così deciso ritorno al figurativo. A ben guardare, risulta improprio parlare di “ritorno”, perché nulla è più come prima.

Delle rappresentazioni che gli avevano guadagnato il riconoscimento di uno straordinario e precoce talento non restano che fantasmi. I corpi ora sono contratti, irrigiditi, lontani dalle movenze sciolte e dalla naturalezza anatomica degli esordi. Le figure della maturità appaiono come reduci di guerra, sopravvissuti a un mondo in lotta, tanto esteriore quanto interiore. L’inferno dell’esistenza restituisce presenze pietrificate che non concedono più nulla al piacevole o al diletto. Il dramma della vita diventa dramma del pensiero, della forma e della materia; di qui l’amicizia e la stima smisurata di Jean‑Paul Sartre nei confronti di Giacometti.

 

In mostra troviamo schizzi, disegni e dipinti. Ma è soprattutto nelle sculture che lo stile dell’artista si esprime in tutta la sua forza. Le forme sono ridotte all’osso, completamente essiccate, senza più carne se non quella necessaria a tenere insieme le giunture. Gli arti sottili e allungati restituiscono la parvenza di un alieno. I tratti umani permangono, ma subiscono una drammatica trasformazione, quasi ombre colte nell’ora del tramonto, al limite del loro allungarsi e assottigliarsi prima che il sole cada, e proprio in quell’attimo solidificate in una nuova materia, in un nuovo corpo.

Il titolo di un’opera ci suggerisce una Figura in marcia, ma le due gambe aperte non si piegano all’altezza del ginocchio; una si pone addirittura in continuità con la schiena formando un’unica linea retta, quasi fosse la materializzazione di un disegno essenziale; o forse tale disegno è l’esito ultimo della sua trasformazione? Le articolazioni sono congelate in una fissità degna delle raffigurazioni egizie; come loro, anche queste si collocano fuori dallo spazio e dal tempo; sono destinate all’eternità. In contrasto con il profilo filiforme, i piedi sono grandi, si dilatano come ultimo residuo fisico di contatto con la materia, con il suolo, ma anche questo non conserva più nulla di terreno: è ridotto a una base asciutta e austera, un piedistallo utile solo a issare ciò che è ormai prossimo a diventare un totem. L’opera ci guida a superare l’apparenza portandoci alla costatazione che questa figura non cammina, non incede ma nella sua staticità si propone come l’idea stessa dell’andare.

 

Ancora più ridotta e ieratica è la presenza femminile, stante, eretta, ferma. È qui che il processo di condensazione dei corpi raggiunge le sue estreme conseguenze. Le gambe si allineano, serrate l’una all’altra fino a fondersi; le braccia cadono inesorabilmente lungo i fianchi. Gli arti si saldano così a un corpo che, nella sua esasperata verticalità, non si muove, non cammina, non pensa, non ci guarda nemmeno; semplicemente si erge di fronte a noi con l’unico scopo di costringerci a considerare la sua esistenza.

In quelle forme, così “altre” da noi eppure così familiari, percepiamo una struttura essenziale, piuttosto che un volume fisico. Dell’essere umano non ci viene mostrato il corpo, ma il suo residuo ultimo, più spirito che carne, una materia che drammaticamente si ritira dichiarando il proprio rischio di estinzione.

Giacometti, L’anima del Novecento, Museo MAGA, Gallarate (MI), fino a 5/6, cat. Electa.

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