Georgia, il costo della democrazia

A Tbilisi sono scoppiati gravi incidenti dinanzi al Parlamento per il discorso di un comunista russo nell’emiciclo. Nella galassia post-sovietica, la politica fatica a trovare i giusti punti di riferimento per una convivenza matura

Il presidente del parlamento della Georgia si è dimesso venerdì 21 giugno dopo una notte di violente proteste nella capitale Tbilisi. Il giorno prima, il vice-presidente del partito comunista russo Sergei Gavrilov si era rivolto ai deputati presenti dalla tribuna del presidente. La sua presenza all’emiciclo non aveva una valenza di per sé politica, perché parlava nel quadro di un incontro internazionale di deputati ortodossi.

Ma il fatto stesso che abbia preso la parola un esponente della politica russa, peraltro dichiaratamente favorevole all’occupazione russa dei territori autonomi georgiani dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud, ha scioccato un Paese come la Georgia, in cui almeno metà della popolazione considera la Russia come la potenza occupante di una parte del suo territorio.

Georgia Protest

10 mila manifestanti in pochi istanti si sono radunati davanti al Parlamento per protestare contro il discorso e soprattutto contro la vicinanza a Mosca del partito al governo a Tbilisi. Gli scontri sono continuati per tutta la notte tra lacrimogeni e proiettili di gomma. 240 feriti, tra cui 80 poliziotti, il morto non c’è scappato per un pelo. Membro del partito al governo, Georgian Dream, il presidente del Parlamento Irakli Kobakhidze si è dunque dimesso in segno di «responsabilità» e non come «una concessione alle richieste irresponsabili dei partiti di opposizione».

Ma l’opposizione non sta a guardare, e spera di approfittare della grave mancanza di sensibilità del governo al potere chiedendo l’organizzazione di elezioni parlamentari anticipate e le dimissioni del ministro degli Interni. «Le dimostrazioni pacifiche permanenti continueranno fino a quando queste richieste non saranno soddisfatte», ha detto Grigol Vachadze, leader del Movimento Nazionale Unito, creato guarda caso dall’ex presidente esiliato Mikheil Saakashvili.

Per far fronte alla crisi, il presidente Salome Zourabishvili, filorusso, è tornato precipitosamente da un viaggio in Bielorussia. Mentre dichiarava di comprendere l’indignazione dei manifestanti, ha nel contempo denunciato «azioni contro lo Stato» e ha evocato un presunto «colpo di Stato interno ed esterno», riferendosi ovviamente all’avversario in esilio, l’ex presidente Mikheil Saakashvili. Il quale ha chiesto la fine del «regime» del miliardario Bidzina Ivanichvili, considerato come capo del Georgian Dream Party. Quest’ultimo però, da parte sua ha assicurato «di condividere pienamente la sincera indignazione dei cittadini georgiani».

Dopo gli scontri, Vladimir Putin ha firmato un decreto che impedisce alle compagnie aeree russe di volare verso la Georgia dall’8 luglio. Una decisione che ricorda la mai sopita tensione esistente tra i due Paesi che, lo ricordiamo, si erano scontrati in una breve guerra nell’estate del 2008: l’esercito russo era intervenuto sul territorio georgiano per sostenere l’Ossezia del Sud, il territorio separatista dove Tbilisi aveva lanciato un’operazione militare. La città-simbolo di Gori, luogo di nascita di Stalin, era stata occupata dai russi per alcune settimane.

Ormai sono 30 anni che il Muro di Berlino è caduto, ma chi credeva che nei Paesi dell’ex-galassia sovietica si sarebbe rapidamente installata una democrazia matura ha dovuto ricredersi. La storia insegna che questo tipo di conduzione politica ha necessità di adattamenti e di risorse endemiche, non può mai essere “imposta”. In Georgia l’alternanza al potere in un modo o nell’altro s’è installata, ma l’animosità della battaglia politica tra le due fazioni – da una parte una linea euro-atlantica che fa del ravvicinamento all’Ue e alla Nato una priorità, dall’altra il potere in atto attualmente in Georgia che ha una certa compiacenza nei confronti di Mosca – è sempre altissima, e le esplosioni di malcontento sono quindi frequenti. E la piazza, più o meno manipolata, interviene molto spesso nella vita politica. Serve tempo.

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