Gabriele Marsili, grafico e sognatore

È morto l’8 luglio. Classe 1941, per 27 anni lavorò a Città Nuova nel settore dell’impaginazione della rivista. Era un uomo che aveva dato la sua vita a Dio, perché amava la Bellezza
Gabriele Marsili

Quando iniziai la professione giornalistica, non ero ancora maggiorenne, frequentavo la redazione di Città Nuova in Viale Carso, a Roma. Accanto a personaggi più noti come Giordani, Lucarini, Boselli e Garagnani, che erano stati (Giordani), che erano (Lucarini) o che sarebbero diventati (gli altri due) direttori della rivista, ruotava una ventina di lavoratori che costituivano una redazione assolutamente fuori dal comune, perché animata da motivazioni altamente ideali.

All’epoca, che possiamo oggi definire “eroica” (pochi mezzi, molta buona volontà, non sempre adeguata professionalità, ma una cultura certamente più attrezzata di quella di tanti giornalisti d’oggi), il quindicinale del Movimento dei Focolari spesso e volentieri faceva ricorso a suoi membri che manifestavano delle predisposizioni per un mestiere o per l’altro, ma che nei fatti non lo avevano mai praticato. Boselli era architetto di formazione, Garagnani pure, Casoli era un professore di liceo, Fiero Bosia un ingegnere, Mila Romagnoli un’altra insegnante, Piero Pasolini uno scienziato inventore…

Gabriele Marsili era un pittore. Quindi un giovane predisposto all’arte, alla bellezza, ma senza specifiche competenze grafiche. Imparò il mestiere da un altro impaginatore costruitosi sul campo (Danilo Zanzucchi, che era ingegnere edile), prese dei corsi accelerati e si prestò volentieri e con passione alla bisogna. Riuscì bene nell’impresa, tanto che le impaginazioni di quell’epoca rimangono tutt’ora un riferimento. Di lui si ricordano in particolare il passaggio dal formato tabloid al formato magazine, più o meno quello attuale, con un radicale cambiamento di mentalità e di tecniche, in un’epoca in cui non c’erano certo gli strumenti digitali, e i titoli si componevano con le lettere trasferibili della Letraset. Marsili in particolare era attentissimo alle copertine, che voleva ariose, per le quali perdeva anche giorni, spesso fabbricandole con dei collage che rimarranno celebri per gli anni a venire.

Si inventò anche fotografo. Dirà nel 2013: «Per un impegno non c’era un fotografo disponibile. Danilo mi disse: “Perché non vai tu?”. Si può dire che non avevo mai preso in mano una macchina fotografica. Danilo me ne diede una di marca tedesca: la famosa, stupenda Leica. Mi disse come si caricava e come si scattava. Niente di più. Da quel giorno e per lunghi anni la Leica fu la mia fedelissima compagna di viaggio. Miracolosamente quelle prime foto vennero davvero. Dal quel momento in poi andavo spesso a caccia di modelli da fotografare utili al giornale. Li trovavo, ovviamente, facilmente anche tra i miei parenti». La macchina fotografica gli permise di avvicinare diversi noti personaggi di allora: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo lI, Carlo Carretto, Frère Roger di Taizé, Liliana Cosi, Gianni Morandi, Ermanno Olmi e altri ancora.

Ma la sua prima passione era il Vangelo, e il Vangelo dell’unità, quello propugnato da Chiara Lubich. Ricordo che in ogni sua attività era sempre pronto a spiegarti la motivazione che stava dietro a certe scelte, anche a quelle grafiche. Nel mio periodo di apprendimento del mestiere, un bel giorno di luglio mi prese con la sua 500 e mi portò nella tipografia, che allora era sulla Tiburtina, per dare l’ok alle ciano, cioè alla stampa preventiva (cianografica) della rivista che sarebbe stata stampata di lì a poco. Un lavoro che m’appassionava in ogni sua fase di lavorazione. E Gabriele mi “istigava” in questa mia propensione e mi insegnava i segreti del mestiere: gli allineamenti, le combinazioni dei colori, il rapporto tra bianco (gli spazi tra foto e testo), illustrazioni e piombo (testo), con una professionalità che era diventata nel frattempo elevata.

Ma di quel primo viaggio in tipografia ricordo sul Raccordo anulare una domanda che mi spiazzò, pur nel trambusto del traffico e nell’afa non mitigata dall’aria condizionata: «Chi è Gesù per te?». Mi spiazzò. Ero un diciassettenne di buone promesse, in ricerca, dubbioso che la Chiesa fosse la salvezza dell’umanità… Leggevo riviste e quotidiani ogni giorno, avevo amici politicamente impegnati, avevo lasciato un po’ tra parentesi la testimonianza dei focolarini che pur amavo e soprattutto rispettavo. Fu quello l’inizio di un mio profondo riesame di vita, adolescenziale ancora, ma reale. Mi accorsi, poi, che aveva un grande ascendente su tanti altri giovani. Aveva un carattere forte, stagliato, era autentico, amava la bellezza, ma soprattutto la Bellezza, il Figlio dell’uomo.

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