Fruscio di foglie, volere di Zeus

Il più antico oracolo ellenico, quello di Dodona nell’Epiro, celebre per la sua quercia “profetica”, oggetto per la prima volta di una mostra in Italia.

 

«Intanto nell’Epiro aspra e montana/ filano le sue vergini sorelle/ pel dolce Assente la milesia lana./A tarda notte, tra le industri ancelle,/ torcono il fuso con le ceree dita;/e il vento passa e passano le stelle./Olympiàs in un sogno smarrita/ ascolta il lungo favellìo d’un fonte,/ascolta nella cava ombra infinita/ le grandi quercie bisbigliar sul monte».

Gli ultimi versi di Alexandros, il canto dedicato da Pascoli ad Alessandro il Grande nei suoi Poemi conviviali, mi sono tornati in mente visitando Dodonaios. L’oracolo di Zeus e la Magna Grecia, la mostra aperta fino al 9 giugno a Reggio Calabria presso il Museo archeologico nazionale (MarRC), frutto di una collaborazione internazionale tra questo stesso Museo, l’Ateneo salernitano e il Museo archeologico di Ioannina (Grecia); mostra in cui ho ritrovato l’”Epiro aspra e montana”, patria del Macedone, e il “bisbigliar” delle querce, anzi della quercia sacra a Zeus, venerato a Dodona con l’appellativo di Naios in quello che fu il più antico santuario oracolare dell’Ellade, citato già nei poemi omerici (VIII sec. a. C.).

La visita inizia con un filmato che risulta una suggestiva immersione nelle bellezze paesaggistiche di questa regione periferica della Grecia, l’Epiro, un lembo del quale oggi fa parte anche dell’Albania. A volo di drone, si dispiega una verdeggiante vallata dominata dal Tòmaros, il monte sul quale, narra il mito, Zeus deteneva il suo arsenale di fulmini (ancora oggi, si può essere sorpresi lì da improvvise piogge con lo scatenarsi di lampi e tuoni), per poi avvicinarsi, sempre dall’alto, alle vestigia del celebre complesso oracolare, divenuto sotto il regno di Pirro (III sec. a. C.) anche il cuore politico e amministrativo della Lega epirota.

Gli scavi, iniziati a Dodona verso fine Ottocento e proseguiti con varie interruzioni fino ai giorni nostri, hanno rimesso in luce l’acropoli cinta da mura turrite, un teatro capace di 17 mila posti (uno dei più grandi dell’antica Grecia, utilizzato anche per le assemblee della Lega suddetta), lo stadio che ogni quattro anni ospitava i giochi in onore di Zeus Naios, alcune costruzioni interpretate come tempietti o depositi per le offerte votive, altre da mettere in relazione con la Lega (il pritaneo e il bouleterion) e di servizio (sala da banchetti, alloggi per i pellegrini, porticati).

Il santuario vero e proprio, dedicato a Zeus e a Dione, antichissima divinità femminile, fu eretto nel IV secolo a. C.: inizialmente un semplice sacello con accanto la quercia dove, secondo un racconto mitico, si posò la – colomba proveniente dall’Egitto che con voce umana aveva dichiarato quel luogo sacro al padre degli dèi.

A distanza ravvicinata, il filmato indugia a lungo su questa “casa sacra” (hierá oikía) – poco più che le fondamenta, sufficienti però a definirne la planimetria – e sulla quercia ripiantata negli anni Sessanta del secolo scorso al posto di quella plurisecolare che venne sradicata nel 391 d. C. da un bandito illirio, secondo il racconto fornito da Servio nel suo commento all’Eneide virgiliana.

Non a caso il sonoro esalta il fruscio prodotto dal vento nello smuovere la chioma dell’albero: a differenza, infatti, di altri celebri oracoli del mondo greco che per i loro responsi si avvalevano di una figura sacerdotale, quello di Dodona agiva mediante lo stormire al vento dei rami della quercia e il tubare o il volo delle colombe sacre, cui si aggiunse, quando attorno all’albero fu creato un cerchio di tripodi che sorreggevano altrettanti calderoni bronzei, il risuonare in essi del vento che costantemente riecheggiava nel silenzio della vallata: da qui il proverbio che assimilava al «vaso bronzeo di Dodona» una persona che non la smetteva di parlare.

Questi suoni venivano interpretati da sacerdoti (i Selli) o da sacerdotesse (le Peleiadi o colombe), in risposta alle domande dei pellegrini cui premeva conoscere il volere di Zeus relativamente ai più svariati quesiti. Ed ecco un’altra particolarità del santuario di Dodona rispetto ad altri dell’Ellade: questo oracolo veniva consultato in forma scritta mediante laminette plumbee di pochi centimetri sulle quali gli interroganti (città o popoli rappresentati da qualcuno, ma per lo più privati) si facevano incidere la domanda da scribi presenti in loco; piegate o arrotolate, esse venivano presentate per ottenere risposta, talvolta incisa nel retro, e spesso riciclate per porre nuove domande.

Gli scavi hanno restituito circa 2500 di questi documenti unici, oggi vanto del Museo di Ioannina. Vero squarcio di umanità che quasi annulla la distanza di millenni, riguardano i più svariati argomenti: futuro, salute, furti, atti criminali, denaro, beni, matrimonio, nascita dei figli, migrazioni, viaggi, religione, lavoro, vita militare, sicurezza, proprietà, schiavitù…  Molte domande, provenienti da città magno-greche come Taranto, Eraclea, Metaponto, Sibari, Crotone, Thurii, Hipponion e Reggio, evidenziano – insieme alla fama e alla celebrità di cui godeva l’oracolo dodoneo nell’antichità – gli stretti rapporti fra le colonie e la patria d’origine, in particolare fra gli abitanti delle due regioni che si affacciano sulle due sponde del mar Ionio.

La mostra reggina offre la possibilità di ammirare, per la prima volta l’uno accanto all’altro, reperti provenienti da scavi in Magna Grecia (ora nella collezione del MaRC) e da Dodona: tra gli altri, piccoli ex voto di bronzo facenti parte dei donari del santuario e alcune laminette. Una di esse, scritta da due coniugi, recita così: «Che cosa dovrebbero fare Boukolos e Polymnaste affinché ci sia salute, prole e discendenza maschile, un figlio fedele e una garanzia per i beni e vantaggio per essi che vengono (a chiedere al Dio)?». Un’altra: «Qualora mi trovassi ad approdare a Cartagine, lì potrei ottenere, commerciando vesti di Cos, la mia salvezza e quella della nave e dei beni?». Un’altra ancora: «Razia domanda se potrà riappacificarsi con Teítykos finché costui è vivo».

Da secoli l’”oracolo dei suoni”, come è stato definito, non esiste più per rispondere a quesiti del genere. Continua invece a stormire al vento la nuova quercia al posto dell’antica. Non più consultata, sta lì solo per essere oggetto di rievocazione da parte di qualche visitatore che con stupore viene a conoscere il potente significato avuto da quell’albero in antico.

 

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