Fraternità e migranti, dentro e fuori il Palazzo

Dal “digiuno di giustizia” in piazza Montecitorio alla proposta di un’integrazione come fattore di coesione, fino alla ricerca di spazi di dialogo possibile. Cronaca dell’inizio di un’estate molto calda

Un manipolo di scout di Caserta, missionari, preti e suore di frontiera, impegnati con esclusi e vittime di tratta, abituati a vivere ai margini delle città, hanno fatto il breve percorso che attraversa il Tevere partendo da piazza san Pietro a Montecitorio. È cominciata così, nel caldo afoso di martedì 10 luglio, il “digiuno di giustizia” promosso come forma di protesta contro la politica sulle migrazioni del governo italiano a guida Lega e 5 stelle.

Poche persone, neanche distinguibili per l’abito se non per la sobrietà, che si perdono nel mare di turisti e vetrine del centro della Capitale dove tutto sembra arrivare rarefatto. Don Alessandro Santoro di Firenze legge il testo concordato con il vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro, testimone controcorrente nella Chiesa prima dell’elezione di Francesco.

«Non possiamo accettare in silenzio queste politiche contro i migranti che sono un insulto alla civiltà e all’umanità. Ecco perché siamo qui». Accanto al manipolo di religiosi cattolici anche il noto vignettista politico Vauro che annuisce quando il prete delle Piagge della città di La Pira denuncia il silenzio, dei cristiani e non solo, «che mette paura», mentre «ci vorrebbe un tuono che lo spezzi e denunci queste politiche».

La direttiva condivisa è quella «organizzare una disobbedienza civile, perché non si può più tacere» davanti a una politica disumana verso le persone migranti.

Migranti irregolari e frontiere chiuse

Un piccolo gesto destinato a durare 10 giorni di una lunga estate dove le occasioni di contrasto si moltiplicheranno perché la linea del nuovo esecutivo è molto chiara ed esplicita nel fermare l’arrivo di migranti “irregolari” nel nostro Paese. Non basta lo stop alle partenze raggiunto con gli accordi in Libia del precedente ministro Minniti, non certo un beniamino per i digiunatori di Montecitorio, che ha portato ad una riduzione dell’80% di arrivi di barconi in Italia.

La campagna del sospetto verso le Ong che prestano soccorso in mare è arrivata ora alla chiusura dei porti italiani per tali imbarcazioni. Non devono ostacolare le operazioni della guardia costiera di Tripoli, addestrata e finanziata con le nostre tasche. La linea politica è quella ripetuta dal ministro degli interni Salvini durante il vertice informale dell’11 luglio con i corrispondenti ministri tedesco e austriaco: «Limitare le partenze, ridurre i morti e i costi di un’immigrazione che non siamo più in grado di contenere».

Dopo il Consiglio europeo di fine giugno, sembra prevalere la linea di accordi volontari tra i diversi Paesi relativamente alla gestione dei flussi migratori. Per evitare incomprensioni e contenziosi tra gli Stati, con il reinvio dalla Germania degli irregolari nei Paesi di primo approdo, e la conseguente piombatura dei confini, a cominciare dai carrarmati evocati sul Brennero, l’unica soluzione resta quella di fermare l’arrivo in Italia.

Come ribadisce sempre il leader della Lega e responsabile del Viminale «contiamo finalmente che l’Unione europea ritorni a difendere i suoi confini e il diritto alla sicurezza di 500 milioni di cittadini europei che negli anni scorsi è stato messo a rischio».

La sovranità nasce con il controllo delle frontiere. Che vanno difese anche a costo di investire per esternalizzarle il più possibile dal suolo italico. L’intervento, già pianificato da Minniti, in Niger, su una delle principali rotte migratorie, risponde a tale esigenza di sicurezza di quella che viene descritta come una vera e propria “Fortezza Europa” assediata da una moltitudine in arrivo da continenti in rapida crescita.

I numeri effettivi degli arrivi (15 mila fino a giugno), come della popolazione straniera già presente (5 milioni di persone), sono sotto la media dei Paesi europei, ma la narrazione inquietante trova sostegno nello squilibrio demografico che vede la veloce crescita del giovane continente africano (secondo stime Unicef, gli abitanti dell’Africa saranno 2,5 miliardi nel 2050 ed erano “solo” 1,2 miliardi nel 2016).

“Aiutarli a casa loro” per non farli partire vorrebbe dire poter incidere sulle cause dei conflitti e degli squilibri economici e ambientali che portano a fuggire. Cause che appartengono storicamente ad un rapporto molto stretto con gli interessi del Nord del mondo.

La logica della paura

Se, come dice l’esperto di geopolitica Lucio Caracciolo, non ci può illudere di gestire il fenomeno epocale delle migrazioni erigendo muri, bisogna ripartire da una lettura della realtà realistica e non governata dalla paura.

È ciò che cerca di fare una realtà come quella del consorzio “Sale della terra” che il 10 luglio, proprio mentre i religiosi iniziavano la protesta nonviolenta davanti alla Camera, ha messo in evidenza, nella sede ufficiale dell’Anci (l’associazione nazionale dei comuni italiani), un modello diffuso di accoglienza sul territorio, alternativo a quello dei gruppi di immigrati alloggiati in centri di accoglienza straordinari.

Al centro una visione personalistica che ottimizza le risorse disponibili come leva per creare occupazione di qualità in sinergia con gli abitanti dei piccoli comuni italiani destinati ad estinguersi. Non quindi una riserva per gli immigrati che rientra nell’immaginario di una programmata “sostituzione etnica”, ma una forte alleanza che nasce sui territori a partire dalla conoscenza delle storie e dei volti.

Come avviene ad esempio, con una storica pasticceria di zeppole beneventane dove il titolare, invece di chiudere il negozio, è stato ben contento di tramandare un sapere antico a una cooperativa di migranti e giovani apprendisti del posto.

Di fatto il modello dell’accoglienza diffusa è adottato da una minoranza degli 8 mila comuni italiani, con la conseguenza di aprire il varco a gestioni emergenziali che aprono la porta al malaffare e alla marginalizzazione sociale. Per questo motivo l’Anci ha deciso di sostenere questo esempio sorto a Benevento, con il sostegno morale di una molteplicità di soggetti come la Caritas nazionale, la Fondazione Symbola, nata per far emergere l’eccellenza italiana come coesione e creatività, in linea con il modello dell’economia civile e finanza etica rappresentata da Leonardo Becchetti, che ama ripetere la necessità di non fermarsi al passato, ma di scoprire “gli Adriano Olivetti di oggi”.

Il sogno europeo e l’incubo della guerra

A partire da questa sfida si è tenuto mercoledì 11 luglio presso la splendida sala del Cenacolo della Camera dei deputati, il laboratorio di dialogo e condivisone sulla questione della “politica europea dei migranti” promossa dal Movimento politico per l’unità. Una realtà che propone “la fraternità” come paradigma della politica – che altri intendono, invece, contrassegnata dalla logica “amico-nemico” –, non può restare indifferente di fonte ad una frattura che si registra nella società italiana.

Già proporsi di creare uno spazio di ascolto reciproco dove interrogarsi sulle ragioni di una comune umanità a proposito del complesso mondo delle migrazioni, rappresenta un atto di fiducia nella possibilità di creare dei “corridoi” di ragionevolezza. Come al solito sono intervenuti parlamentari di diversi schieramenti (Pd, M5S, Leu), e rappresentanti di diverse organizzazioni e associazioni (Azione cattolica, Acli, Unicef).

Accenni diversi, una volontà di confrontarsi sulle singole problematiche, accompagnate da testimonianze sul campo come quella del sindaco della piccola isola di Procida in Campania assieme ai comuni dell’associazione dei Comuni per la fraternità, dalla rete nazionale promossa dai Focolari, da realtà territoriali come quella di Siracusa fino alle suore scalabriniane impegnata con le vittime di tratta proprio a Roma.

Creare occasioni di confronto, partire dai casi concreti, dalle domande e dalle vicende personali che muovono all’impegno può sembrare poco, ma pone le premesse per riportare il discorso lontano da derive autoreferenziali. Una lieve fiamma, come la fiaccola che arriva dai francescani di Assisi, posta dai digiunatori davanti all’obelisco simbolico di Montecitorio, e che è simile a quella consegnata recentemente alla cancelliera tedesca Angela Merkel.

Proprio a partire dalla mancanza di solidarietà e di una visione lungimirante sulla questione migranti, il sogno europeo rischia di svanire. Nel vertice Nato che si tiene in questi stessi giorni, il presidente statunitense Donald Trump ha rilanciato la pressione per arrivare con le spese militari al 4% del Pil come avviene già negli Usa. «Dove intende arrivare l’amministrazione Trump? È solo un’esibizione muscolare nelle relazioni internazionali o s’intende puntare verso un confronto militare globale?» si chiede Maurizio Simoncelli dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo.

La logica della paura come arma strategica sembra funzionare. Una pace che nasce dall’accoglienza e dalla radice di una fraternità comune è solo u innocuo buonismo? La partita resta aperta come dimostra l’intervento del presidente Mattarella, che nella serata del 12 luglio ha telefonato al premier Conte per invitarlo a sciogliere ogni riserva e far sbarcare la nave della guardia costiera Diciotti, con il suo carico di migranti, tenuta lontana dal porto di Trapani per ordine improprio del ministro degli interni. Sarà davvero un lunga estate.

 

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