Finalmente la Web Tax

Un commento sul recente provvedimento francese che mira a riequilibrare il contributo al fisco delle aziende digitali che, rispetto al 23% delle altre aziende industriali, in media versano come imposte solo il 9% degli utili effettivamente conseguiti

Il ministro delle finanze Bruno Le Maire ha rotto gli indugi facendo approvare al Senato francese un’imposta del 3% sui fatturati delle aziende che operano sul web per importi annui superiori a 25 milioni di euro: Google, Amazon, Facebook, Apple e le altre al vertice nell’economia mondiale; un’imposta non applicata agli utili che si può sempre trovare modo di nascondere, ma agli introiti effettivi, al fatturato realizzato nel Paese.

La decisione francese, utile a sanare il bilancio statale, è stata presa dopo mesi di inutili trattative in Europa e in ambito Ocse per varare un provvedimento comune in grado di riequilibrare il contributo al fisco delle aziende digitali che, rispetto al 23% delle altre aziende industriali, in media versano come imposte solo il 9% degli utili effettivamente conseguiti.

Ad ostacolare un provvedimento comune sono stati i Paesi che rendono possibile l’elusione delle imposte, in Europa Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Cipro e Malta, negli Stati Uniti il Delaware e il Nevada, altrove i paradisi fiscali più noti che però in questo caso non hanno voce in capitolo: i paradisi fiscali europei negoziano con le grandi aziende imposte estremamente scontate, traendo vantaggio non solo dagli introiti così indebitamente ricevuti, ma anche dai posti di lavoro indotti dalle sedi sociali create per giustificare tali trattamenti.

Il provvedimento, visto rivolto principalmente contro aziende americane, ha scatenato le ire di Trump, ma ha anche riattivato il desiderio di provvedimenti analoghi in altri Paesi europei, speriamo anche in Italia, almeno finché in Europa non esisterà una fiscalità e una legislazione societaria unificata; anche le legislazioni “furbe” contano, per attirare le sedi delle grandi aziende: molte migrano in Olanda, dove le azioni degli azionisti di controllo possono contare tre volte di più di quelle immesse sul mercato, rendendo così possibile il controllo aziendale anche con una percentuale molto ridotta del capitale sociale.

Si dirà che questi argomenti sono di interesse solo per pochi, gli Stati, i grandi gruppi industriali e i miliardari, ma non è purtroppo così: l’enorme elusione fiscale alle aziende multinazionali che veicolano buona parte della produzione di ricchezza è a mio parere il vero cancro del capitalismo globalizzato.

Se il lato positivo della globalizzazione è stato il riscatto dalla povertà estrema di miliardi di persone, quello negativo è stato la mancata condivisione tramite la fiscalità della ricchezza prodotta, con i lavoratori che col loro ingegno e inventiva l’avevano realizzata; non solo, in questi anni il potere contrattuale delle loro conoscenze professionali , invece che premiato, è stato indebolito dalla competizione del lavoratori formatisi grazie ad essi nei Paesi emergenti, oggi meno costosi perché non tutelati dalle conquiste sindacali dei loro colleghi dell’Occidente.

La ricchezza è rimasta invece concentrata nelle mani di quell’1% della popolazione che possiede più del 50% della ricchezza mondiale: se qualche miliardario destina grandi importi ad azioni filantropiche, non cancella il fatto che in parte si tratta di ricchezze sottratte ingiustamente al bene comune: privati di enormi introiti, gli Stati hanno dovuto ridurre i servizi sociali, le spese per la sanità, l’istruzione, la formazione professionale, la cultura, l’aiuto agli indigenti, investimenti per infrastrutture per attenuare l’impatto del cambiamento ambientale; conseguenze sono la crescente insoddisfazione e mancanza di speranza delle popolazioni che in molte parti del mondo hanno incoraggiato l’affermazione di populismi.

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