Fides, sono ateo o no?

Claudio Ianni, mancato l'8 aprile 1976 a vent'anni per un'improvvisa e grave malattia. Un gen che ha creduto fino alla fine all'amore di Dio.
Claudio Ianni

Era un Gen, un giovane della seconda generazione del Movimento dei Focolari. Noi eravamo insieme con lui. Trent’anni dopo, l’8 aprile 2006, ci siamo trovati nel suo cimitero sulla collina di Montaldo di Valcerrina, intorno all’Eucaristia. Una gioia leggera e misteriosa univa tutti quanti noi che abbiamo preso nella vita strade diverse e che riguardo a Dio crediamo o non crediamo. Però, eravamo uniti, un fatto che, se religiosamente può sembrare strano, è più che possibile.

Claudio, nato il 27 settembre 1955 a Torino, aveva conosciuto il Movimento Gen a sedici anni, nella primavera del 1972. Tra noi il vero nome di Claudio era Fides, Fede, un nome nuovo ricevuto da Chiara Lubich nell’ottobre dello stesso anno con la Parola di vita: “E noi abbiamo creduto all’amore” (1 Gv 4, 16). La sua vita si è – sorprendentemente – sviluppata, realizzata e compiuta, intorno a questa Parola. 

Storie di gente che vive in unità

Aveva la capacità di mettersi in discussione, non prendeva le cose così, semplicemente. Il discorso di credere o non credere lo doveva risolvere come noi continuamente, ma questo passo avveniva insieme, avendo come fondamento l’esperienza promessa da Gesù: “Dove due o più sono uniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Era il tempo della contestazione. Quelli che si facevano più domande e che sollevavano questioni sulla testimonianza dell’essere cristiani, erano i più lontani da Dio.

In quegli anni, l’8 marzo 1968, era nata la cittadella di Loppiano, un’esperienza di vita sociale nel Movimento dei Focolari centrata sul Vangelo e la presenza del Signore Gesù tra coloro che sono uniti nel Suo nome. Era la realizzazione della nostra utopia umana, spirituale “reale”. Partecipare di questa vita ci ha portato “fuori” dei percorsi più tradizionali per i giovani del nostro tempo. Diversi di noi si sono “consegnati” totalmente a una tale esperienza, anche attraverso scelte diverse.

Nella sua vita Claudio non aveva semplicemente detto: “Io ho fede, credo e basta”. Anche le sue ultime parole: “Forse era questo che mi era chiesto”, esprimono lo spessore del suo nome: la fede è un sì sperimentato e rilanciato continuamente, anche nel buio, senza manipolare Dio, una fede viva sulla soglia estrema del “credere all’amore”. Dio, da parte sua, sceglie i suoi tempi per noi. 

L’Ideale più grande

Claudio aveva un buon rapporto con quelli che erano ben “lontani” dalla proposta che presentava la Chiesa, suoi e nostri coetanei, presenti nella scuola e all’università. Aveva frequentato un liceo classico tra i più rinomati di Torino, l’Alfieri. Frequentava la facoltà di Filosofia. In quel periodo, per noi, la sfida era quella di trovare con tutto il cuore il dialogo con i “lontani”, gli atei, perché l’ideale di Chiara Lubich era ed è per loro.

A Torino, il 7 marzo 1976, un mese prima di lasciarci, senza sapere di essere malato, in un incontro con tutti i giovani interessati all’esperienza del Movimento Gen aveva detto a mille cinquecento di loro: “La mia è la storia di un ragazzo qualunque, senza impennate e cadute terrificanti… tranquillo, un po’ solitario, perché malato di romanticismo. In fondo, una vita piatta ed insoddisfacente, borghese anche se coperta di piccole contestazioni alla famiglia, alla Chiesa, alla società. Mi consideravo cristiano, più un nome vuoto che altro. Lo capivo: in fondo ero ateo, ma con la paura di ammetterlo. Per me la fede era una cosa assurda.

In questa situazione incontrai i Gen: capii di aver trovato qualcuno con cui parlare senza paure. Non ero più solo! Con loro, naturalmente incontrai Dio ma non capivo molto bene il perché. Nei momenti di entusiasmo, contento e sparatissimo. Poi ricadevo nella mia ragnatela di pensieri. Dopo un anno di vita così, venni meglio a contatto con una realtà che nessuno della mia età, allora, non aveva incontrato: il marxismo. I discorsi “scientifici”, che si facevano con gli amici o i compagni di scuola, mi affascinavano; ma sentivo, anche se non ero motivato fino in fondo, di voler seguire Gesù. Questa mia scelta dettata dalla fede, si contrapponeva con una realtà diversa sorretta dalla ragione, o ragionamento. Sono stati momenti di buio e di crisi, ma mi fidavo di Gesù ed ero, al limite, anche tranquillo.

Dopo molti mesi ebbi la risposta che attendevo e cercavo: Gesù mi diceva di “amare”, sul serio, e per fare questo di mettere in pratica la Sua Parola: “… in mezzo a loro”. È stata per me una scoperta che ha reso “scientifica” la mia scelta ed il mio impegno in qualsiasi campo; se ero unito con gli altri Gen, Gesù mi consigliava e mi parlava, in ogni difficoltà. La cosa bella è che non è stata solo mia questa evidenza ma anche degli altri, perché la Vita di ognuno diventava di tutti.

Ora continuo così: le difficoltà sono magari sempre le stesse di prima, anche maggiori, ma adesso ho capito cosa significa vivere con Gesù: una vita così piena e così ricca, che sono sicuro di non trovare un altro Ideale sulla terra che possa superare Dio, non quello lontano dell’ultimo cielo, ma quello vivo del Vangelo: Dio con noi”. 

L’arma segreta

Pochi giorni dopo, il 21 marzo 1976, il ricovero per una malattia improvvisa e inaspettata. La sera prima di entrare in ospedale, così scriveva ad un responsabile del Movimento: “Tutto va bene! Basta che faccia la volontà di Dio anche se quello vuol dire dolore. Io sto molto bene. Sono tranquillo perché sento l’unità viva e concreta dei Gen e perché ho capito ancora di più quello che ci dice Chiara Lubich: “… ho un solo sposo sulla terra: Gesù crocifisso e abbandonato….”. Per questo sono contento di andare anche in ospedale e di starci per un anno o per sempre se Gesù me lo chiede. Non saprei più cosa fare senza l’Ideale e sento di stare male con tutto me stesso quando sono fuori dell’unità”.

È in questa malattia improvvisa che Claudio vede il suo posto nell’esistenza, lì dove vivere l’esperienza spirituale dell’unità. Vede il passo per l’unità nell’amore a Gesù crocifisso e abbandonato, che è dolore nella sua condizione fisica di malato, e lo mette in riferimento al progetto di “società nuova” del nostro ambiente culturale: “Molto spesso mi capita ora di pensare alla grandezza dell’arma che noi gen abbiamo per portare il mondo all’unità: Gesù abbandonato e penso agli sforzi che fanno tanti per cambiare questo mondo e costruire una società nuova, quella “società senza classi” di Marx che poi è il paradiso terrestre o meglio il paradiso; penso poi a quanto sono stato stupido quelle volte che ho tradito Gesù per un’ideologia che passa e capisco che devo sempre più amare soprattutto dove c’è dolore perché “rimarrà in piedi solo la verità”. Sento più concretamente e vedo sempre più chiaramente il regno di Dio che si avvicina, si costruisce proprio su questo amore, che è anche dolore”. 

Sono ateo o no?

Il suo ultimo scritto, in ospedale, appena prima di entrare nel trattamento chirurgico in sala operatoria, prima di perdere coscienza, è lucidissimo, sorprendente proprio sul tema cruciale – sono ateo o no? È una lettera, una meditazione vivissima, su cui sviluppare moltissime considerazioni che provocano la sapienza della realtà umana. Una consegna esistenziale di cosa può significare “Credere all’amore” fino alla fine:

“Torino, 1 aprile 1976. Sono ateo o no? Uno di noi diceva che se non avessi incontrato l’Ideale sarei stato un ottimo ateo. Forse dentro lo sono ancora? Sì e no. Bisogna però vedere in che senso; ateo nel senso tradizionale no, perché credo che esiste Dio, e non un Dio qualsiasi, ma quello uno e trino della Chiesa Cattolica; e non vi credo solo con la volontà, ma perché l’ho conosciuto col cuore nei gen dell’Unità. Per questo non sono ateo.

Però è anche vero che non sento (o anche qui è questione di termini?) un filo diretto con Dio sulla testa di tutti senza che tocchi qualcosa di umano; il mio filo con Dio passa attraverso i fratelli, ogni prossimo.

Un esempio di questi giorni: quando prego, quando soffro fisicamente qui in ospedale, questo lo offro sì a Dio, poiché è suo, ma per un altro ammalato particolare che soffre più di me, quasi che il suo dolore venga su di me e lo lasci.

Questo è il mio modo di amare il prossimo che soffre qui, non me la sento di dire tante parole buone – le dicono tutti -, mi sembra che sia meglio pregare Dio e offrirgli qualcosa di mio e poi lasciare a Lui il compito di parlare – certo è più bravo di me.

Con quelli che stanno bene parlo e scherzo, gioco anche o guardo la TV Con loro, insomma una vita normale nel farsi sempre uno amando Gesù Abbandonato quando è ora.

L’unità e Gesù in mezzo c’è e non c’è, ma Gesù Abbandonato è l’unica cosa che avremo sempre sulla terra ed è la cosa più grande che Dio ci abbia concesso di sperimentare perché amandolo si comprende come il dolore è falsamente interpretato dall’uomo come una cosa cattiva e da fuggire, mentre è amore puro che colpisce e scardina ogni falsità e presa di posizione preconcetta.

Capisco sempre di più che parlare non serve a molto, se prima non si è vissuto almeno al massimo ciò di cui si vuol parlare. Così è per tutti gli aspetti della nostra vita Ideale.

Mi sono accorto che non posso chiedere a dei giovani di seguire questo Ideale perché una volta ho fatto l’esperienza bella di unità o di Gesù Abbandonato, o di qualsiasi aspetto della nostra vita, come se questo fosse quello che mi è stato richiesto.

A me Chiara ha chiesto per seguire Dio e operare il Suo Regno, di essere totalitario – non bravo -, avere e usare come base e spirito della mia vita Gesù Abbandonato, portare l’Unità nel mondo. Confesso di essere ancora piccolissimo in queste cose e nella vita gen: debbo sempre migliorare! Ringrazio però Dio di avermi dato il segno e la certezza che questa è l’unica via percorribile; lo ringrazio di avermi rafforzato nella fede di credere al suo Amore; forse era questo che mi era chiesto”.

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