Fatima, la vittima al centro

Nella sua visita al santuario mariano, Bergoglio s’è rivolto ai “fratelli in umanità”, privilegiando malati, disabili, detenuti, disoccupati, poveri, abbandonati

Nei giorni della visita di papa Francesco Fatima ha parlato al mondo della nostra storia comune. In tempi estremamente agitati, inquietanti, nei quali si avverte chiarissimo il bisogno di una salda autorità morale e mondiale, papa Francesco ha saputo fare di Fatima il santuario di tutti, cioè di centinaia di milioni di uomini e donne. Infatti dal santuario mariano portoghese il papa ha subito chiesto alla Vergine di guardare i «dolori della famiglia umana» e di dargli la grazia di poter seguire «l’esempio dei beati Francesco e Giacinta, e di quanti si consacrano all’annuncio del Vangelo», per andare pellegrini, abbattere i «muri», superare «ogni frontiera», «uscendo verso tutte le periferie, manifestando la giustizia e la pace di Dio».

C’è dunque la sofferenza al centro del messaggio inviato da Fatima, ma non quella “ideologica”, o la “nostra” sofferenza, contrapposta alla “loro”: c’è la sofferenza concreta, incarnata, di un’umanità sballotto lata da sbandamenti e isolamenti epocali. Lo ha detto chiaramente durante l’omelia della messa di canonizzazione: «Non potevo non venire qui per venerare la Vergine Madre e affidarle i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati. Carissimi fratelli, preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio».

Come fare a non soffermarsi su quel «fratelli in umanità»? Chi infatti sa parlarci oggi, di noi, come suoi fratelli in umanità? Chi oggi si riferisce a noi, cittadini del terzo millennio, come fratelli in umanità? Dicendolo Bergoglio ha già abbattuto i muri più alti: quelli che pretendono di separare cristiani, ebrei, musulmani, animisti, induisti e così via, tutti diversi, certamente, ma anche uguali, perché tutti figli di Dio, e i muri di altre “identità” che si pretendono “totali”, quelle etniche, tra europei, americani, africani, arabi, bianchi, neri, gialli, tutti diversi, certamente, ma anche uguali perché tutti fratelli in umanità. Pensando a Orwell si potrebbe dire che anche in questa umanità ci sono i “più uguali”, i “veri” diversi: i malati, i disabili, i detenuti, i disoccupati, i poveri, gli abbandonati. Tutti “più uguali” perché uniti anche da altro: dalla malattia, dalla disabilità, dalla detenzione, dalla povertà, dall’abbandono.

Così lo sguardo di Fatima, con papa Francesco, è uno sguardo incarnato, senza presunti misteri da svelare, ma con miliardi di misteri veri da indicare, accarezzare, amare, confortare, e soprattutto avvicinare. In un mondo nel quale tutti pensiamo di conoscere e sapere tutto di questo piccolo villaggio globale nel quale viviamo, papa Francesco ci aiuta a capire che bisogna avvicinarsi per capire, per conoscere, non basta la televisione. Anzi, la televisione ci illude di conoscere, di sapere, di vedere…

Così Fatima in questi giorni ci ha indicato quello che dovrebbe imparare a fare la politica. Avvicinarsi. Avvicinarsi ad esempio a chi è stuprata, per capire il suo dolore, il suo trauma, e non pensare che quel dolore serva a indicare aggravanti che a pensarci bene potrebbero essere delle attenuanti. Ma al di là del reo, il ragionamento di papa Francesco chiede di riporre al centro lei, la vittima. Vittima di uno stupro, o vittima di un rogo. La politica forse ha saputo guardare in faccia, in questi giorni, alle vittime di un rogo a Roma? Chi ha prestato attenzione alle vittime, a dove vivevano, a come vivevano? Non abbiamo piuttosto prestato attenzione ai tratti somatici dell’assassino? Come per dire, «il colpevole era uno di loro, quindi non è successo niente»… È così che due bimbe e una ragazza, che vivevano con una mezza dozzina di parenti e sono morte bruciate vive nella loro casa-camper nella capitale d’Italia, sono rapidamente sparite nei sottotitoli dell’indifferenza.

Pensiamo di sapere tutto di questo mondo, ma non sappiamo avvicinarci neanche a Trieste, o a Centocelle, o alle acque cristalline del nostro canale di Sicilia, i cui drammi ci possono apparire in presa diretta, nel nostro telefonino, mentre siamo nel traffico. Ma senza avvicinarsi questa conoscenza rimarrà fredda, distante, indifferente. Quell’indifferenza, ha detto papa Francesco a Fatima, che ci raggela il cuore.

 

Su questo argomento vedi anche: Viaggio a Fatima di Aurelio Molé

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