Fare rete

Negli ultimi dieci anni sono cresciute del 152 per cento passando da poco più di 8 mila ad oltre 21 mila unità. Sono le associazioni di volontariato che, come rileva uno studio Istat promosso dall’Osservatorio nazionale per il volontariato e dal Ministero per il lavoro e le politiche sociali, hanno registrato un grande incremento dovuto sia alla costituzione di nuove unità, sia all’iscrizione nei registri di organizzazioni preesistenti. Con alcune caratteristiche: un forte radicamento nelle regioni settentrionali, anche se, negli anni, ad aumentare di più sono state quelle presenti nel Mezzogiorno (una crescita del 300 per cento in Sicilia,Molise, Campania, Basilicata e Marche); la prevalenza di piccole dimensioni organizzative; la maggiore presenza, tra i volontari, di persone diplomate e occupate, tra i 30 e i 54 anni; la concentrazione negli ambiti della sanità e dell’assistenza, anche se a crescere sono i settori meno tradizionali, come l’ambiente, le attività sportive, la cooperazione internazionale, la cultura… Emergono poi altri aspetti interessanti. Ad esempio il fatto che la nascita delle organizzazioni di volontariato è sempre più connotata dall’iniziativa di gruppi di cittadini e non dalla spinta dei centri nazionali del volontariato o dell’ambiente ecclesiale. È evidente la contrazione della componente confessionale (quasi la sola alle origini), che è passata dal 42,5 per cento al 28,7 per cento, per cui a dare identità ad un gruppo di volontariato è più la tensione verso obiettivi comuni che non una condivisa matrice culturale o religiosa. Campanelli di allarme invece vengono considerati alcuni fattori: la tendenza crescente ad una dipendenza dal finanziamento pubblico; la polarizzazione tra organizzazioni più grandi aderenti a coordinamenti nazionali e sostenute da finanziamenti, e nuclei più piccoli, scarsamente rappresentati e poco supportati dalle risorse pubbliche; la tendenza a crescere più in termini di nuove organizzazioni che per numero di volontari; il problema del ricambio tra persone più adulte e giovani, cui si affianca una difficoltà di convivenza intergenerazionale, come conferma il dato che solo 2 unità su 10 raccolgono volontari di più età anagrafiche. E tutto questo va a determinare un maggior inserimento di personale remunerato a scapito della dimensione costitutiva del volontariato, cioè la gratuità. Si capisce quanto risulti necessaria un’opera di collegamento e coordinamento del sistema volontariato in un determinato territorio. Non a caso si stanno sviluppando sempre più i Centri di servizi per il volontariato (Csv), strutture su base regionale o provinciale, che svolgono una funzione di supporto delle diverse associazioni, di consulenza per la progettazione, sostegno alla formazione, alla gestione amministrativa e fiscale… (vedi www.csvnet.it). Un lavoro soprattutto di rete, come mi conferma Renzo Razzano, presidente di Spes, il centro servizi del Lazio. Quello del volontariato è un panorama in continua evoluzione, sia perché le persone entrano ed escono, sia perché le stesse associazioni nascono e muoiono, quindi cerchiamo di favorire l’efficacia non attraverso il gigantismo, ma attraverso la messa in rete anche delle piccole realtà. Questo non è facile perché bisogna superare la logica del proprio orticello. Succede infatti che quando si crea un’associazione di volontariato si pensa di essere portatori di un valore unico, mentre lavorare insieme agli altri significa anche rimettersi in discussione. Noi da tempo stiamo tentando di promuovere la costituzione di reti su base tematica e, in via subordinata perché è ancora più complesso, su base territoriale. Spesso però le associazioni magari partono con entusiasmo in un progetto di rete, ma poi ognuno ha le sue urgenze e si viene riassorbiti dal quotidiano. Bisogna inoltre considerare che a volte si corre il rischio di chiudersi verso l’esterno, verso un rinnovamento delle modalità di azione, di scavarsi una nicchia, e quindi di perdere creatività e spontaneità. Difficile raggiungere l’equilibrio tra organizzazione ed efficacia. Il rapporto Istat di quest’anno sul volontariato evidenzia luci ed ombre. Cosa può aggiungere dal suo osservatorio? Il volontariato è sicuramente lo specchio dei valori, dei rapporti, dei vincoli sociali. Questa è una società che tende ad essere molto frantumata, contraddittoria e ciò da un lato è un freno, dall’altro uno stimolo perché comunque la gente sente il bisogno di recuperare vincoli di solidarietà che vadano oltre la cerchia familiare. Uno dei problemi di cui mi sembra importante tener conto è l’autonomia di pensiero e di azione del volontariato, la capacità di porsi anche criticamente nei confronti delle istituzioni per stimolare il cambiamento. Il fatto che in Italia siamo passati dalla fase in cui il volontariato era prevalentemente espressione della comunità cattolica con una sua precisa fisionomia, ad una fase in cui è nato un nuovo tipo di volontariato del mondo laico, se è stato un arricchimento, ha contribuito però ad una certa perdita di autonomia. Con la legge 266/91 (che è stata importante perché ha dato delle regole necessarie per la trasparenza), poi, si è finiti per modificare l’azione del volontariato da azione spontanea e autonoma ad azione che sempre più si integrava con le istituzioni fino ad essere gradualmente subordinata alle loro esigenze, vincolata ad esse per la sua sopravvivenza. Un problema non indifferente… Un vero e proprio problema. Credo che l’istituzione dei Csv possa essere un piccolo antidoto, perché forniscono una serie di servizi con cui ammortizzano certi costi che tante piccole associazioni non possono permettersi. C’è da fare però una battaglia culturale con le istituzioni perché il volontariato non può svolgere nei loro confronti un ruolo di subordinazione. Ci viene in aiuto la riforma della costituzione laddove parla della sussidiarietà che dovrebbe favorire la partecipazione dei cittadini, singoli e associati, all’individuazione delle soluzioni rispetto ai problemi che vengono indicati. Riconoscere ai cittadini questo diritto costituzionale può essere una costatazione molto feconda.

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