Famiglie sempre più in difficoltà

Dai rapporti Istat dati sempre più preoccupanti. Governo e Parlamento sembrano non tenerne debito conto. Strategia della distrazione? A quando una riforma fiscale a misura famiglia?

Riportare le statistiche Istat, via via che vengono pubblicate, aggiunge ogni volta sofferenza a sofferenza. I dati sono sempre più drammatici e non si riesce a capire che senso abbia riferirli al grande pubblico, perché sorge spontanea la domanda se serva a qualcosa la loro divulgazione se poi i decisori politici non sembrano tenerli nella dovuta considerazione. 

Pure adesso che nell’esecutivo del governo Letta, c’è Enrico Giovannini, nel ruolo di Ministro del lavoro e delle politiche sociali, che quei dati dovrebbe saperli leggere ed interpretare molto bene, essendo stato presidente dell’Istat dal 2009 fino alla nomina ministeriale.

Di che si parla soprattutto oggi? Le questioni che impegnano il dibattito politico e riempiono le prime pagine dei giornali sono soprattutto il pasticcio kazako (che chiamerebbe in causa anche il ministro Alfano), e il volgare insulto rivolto al ministro Kyenge dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli.  Argomenti – per carità – che meritano rispetto, attenzione e celeri chiarimenti a livello parlamentare e governativo. Per chiudere onorevolmente, e alla svelta, tali vicende sarebbe bastata l’assunzione di gesti responsabili conseguenti da parte dei diretti interessati,  senza dover impegnare il Parlamento più di tanto, distogliendolo dalle vere emergenze di cui dovrebbe occuparsi. Ma siamo in Italia, e le dimissioni da una qualsiasi carica sono merce rara. In altri Paesi avvengono per molto meno.

E’ la strategia della distrazione, di cui parla Noam Chomskyprofessore emerito di linguistica al MIT (Massachussets Institute of Technology), filosofo e teorico della comunicazione. La strategia è finalizzata a mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su argomenti diversivi che portano il comune cittadino ad interessarsi a fatti lontani dalla realtà dei propri problemi esistenziali.

Torniamo (con tristezza) ai dati Istat: 4 milioni e 814mila sono i cittadini in povertà assoluta, ben 9 milioni 563mila quelli in condizione di povertà relativa. Dallo scorso anno i dati sono cresciuti di un milione e mezzo di persone.

E le statistiche, si sa, vanno interpretate, perché riportano valori medi. Dire che la povertà relativa in Italia è oggi del 12,7% delle famiglie, non rende giustizia fra il Nord (che è al 6,2%) ed il Sud del Paese (che è al 26,2%). Ovvero nel Meridione oltre un quarto delle famiglie è sotto la soglia di povertà relativa.

Ciò che maggiormente preoccupa è l’incidenza sulla povertà assoluta legata al numero dei componenti il nucleo familiare, cresciuta, nell’ultimo anno, dal 4,7 al 6,6% per le famiglie con un figlio, dal 5,2 all’8,3% per quelle con due figli, dal 12,3 al 17,2% per quelle con tre o più figli.

Cosa fare? Servirebbero misure coraggiose contro la povertà. Sono inefficaci i palliativi (ancora le ‘social card’?). Occorre intervenire sul sistema fiscale, restituendo equità alle famiglie in difficoltà con un maggior numero di componenti a carico. Si invoca da molti anni l’introduzione anche nella fiscalità del nostro Paese del fattore famiglia, così come in vigore da tempo in altre nazioni europee (Francia in testa). Giungeremo a vederlo realizzato?

 

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