Fabrizio Nevola, un attore eclettico tra fiction e teatro/1

La sesta serie televisiva di “Squadra antimafia” lo ha reso noto al grosso pubblico. Ma il teatro è il luogo dove dà il meglio di sé. L’attore napoletano si racconta
Fabrizio Nevola

Ha una serietà del mestiere, come pochi. La passione per il teatro inizia per gioco, in una vacanza con amici in un club Mediterranée. Faceva l’animatore nei caffè-teatro. Tornato a Napoli, inizia un corso di teatro con un’insegnante molto rigorosa, Carmen Luongo, un’attrice di Leo De Berardinis, nome storico del teatro di ricerca dagli anni Settanta. Un percorso che lo ha segnato fortemente. «Mi piaceva quel tipo di teatro che prende i classici e li destruttura», esordisce Fabrizio Nevola. Dopo tre anni, nel 2002 entra all’Accademia Silvio D’Amico, esperienza fondamentale “perché ti dà la possibilità di analizzare il lavoro e te stesso, di approfondire diversi stili, confrontarti con altri attori, insegnanti, registi, anche con chi l’ha frequentata. E questo ti dà un approccio più onesto e umile col mestiere, perché prima di te sai che ci sono stati altri».

Il volto del trentacinquenne Fabrizio Nevola è ormai noto al grande pubblico, soprattutto televisivo. Dalla fiction “Capri” a “Distretto di polizia”, alle quattro commedie di Eduardo De Filippo con Massimo Ranieri protagonista e regista, ad altre apparizioni. Ma la grande popolarità, quella che solo la televisione sa dare quando sbanca l’audience, è arrivata impersonando nella sesta serie di “Squadra antimafia” il giovane mafioso della famiglia Ragno. Il teatro, però, rimane la sua grande passione. Diretto da registi come Luca Ronconi, Giancarlo Sepe, Luca De Fusco, Massimo Ranieri, «ho preso e imparato da tutti – spiega -, per l’esigenza di sperimentare vari linguaggi: agli inizi facendo laboratori con la Societas Raffaello Sanzio, Fabrizio Arcuri, Alfonso Santagata, Serena Sinigaglia, Emma Dante. E continuo a imparare da quello che vedo oggi. Vedere il teatro che fanno gli altri è parte del mio mestiere. È importante confrontarsi, capire dove sono arrivati colleghi e registi, per capire a che punto sei tu».

Sei, infatti, anche un assiduo frequentatore di teatro…
«Lo ritengo fondamentale, proprio dal punto di vista formativo, di nutrimento. Bisognerebbe “fare bottega” con gli altri che fanno lo stesso mestiere. Cosa molto difficile però. Non per giudicare, ma vedo tanti attori molto presuntuosi, nel senso di dire che se uno fa un certo tipo di teatro, per esempio più tradizionale, si rifiuta di andare a vedere uno spettacolo più di sperimentazione. Questa è una stupidaggine, perché linguaggi e stili diversi possono aggiungere sempre qualcosa al tuo bagaglio personale. Anche di me, ora che sto recitando in “La professione della signora Warren” di Bernard Shaw (con la regia di Giancarlo Sepe, e con Giuliana Lojodice e Giuseppe Pambieri, ndr) si potrebbe dire che faccio teatro convenzionale, ma io cerco di adattarmi al codice che sto utilizzando in questo momento, e, se faccio uno spettacolo diverso cambio registro. La mia aspirazione è di essere un attore adattabile a tutte le circostanze, se voglio essere un artista che lavora bene col proprio corpo e con la propria voce».

Tornando alla televisione, com’è arrivata la proposta per “Squadra antimafia”?
«Sono stato preso dopo due provini, pur non avendo il fisico e la personalità da cattivo. Però questa è stata la scommessa. Fuori dal set sono una persona normale: ciò che nell’ambiente dello spettacolo, spesso viziato, diventa indice di poca professionalità. Sono convinto, invece, che è tale quando si mantiene sempre un atteggiamento professionale, forse perché per una propria insicurezza nella vita si ha bisogno di apparire attore sempre. Io dopo lo spettacolo lascio gli attrezzi in teatro e sono il Fabrizio caciarone e schivo di sempre».

Mantieni una distinzione tra lavoro e vita privata…
«Alle volte, però, la riservatezza viene fraintesa. Non lo faccio per atteggiarmi, ma sono così. Mi piace di più mangiare una pizza con gli amici che andare alla cena ufficiale col produttore. M’imbarazza. Non riesco a fingere, ad avere quella furbizia che a volte magari serve. Sono uno a cui piace stare a casa, avere una cerchia di amici, persone che, anche se dico delle cavolate, non mi giudicano. In questo ambiente, invece, devi stare sempre attento a non essere frainteso».

C’è una frase di un celebre attore che dice: "Al personaggio che interpreto presto la casa. Poi lui sparisce e non lascia traccia… ".
«È così. L’attore è posseduto nel momento che sta in scena. In realtà il personaggio non esiste. Lo dicono anche altri, e me ne sono convinto. È il frutto di una serie di relazioni che instaura con i diversi attori in scena, attraverso le battute che sta dicendo, rapporti scritti e studiati a tavolino. Io sono in quanto mi relaziono con le altre persone, e loro con me. E così è il personaggio. Noi di solito, nella vita ordinaria abbiamo un comportamento e un tipo di voce che ci permettono di relazionarci senza correre troppi rischi. Sul palcoscenico, invece, devo dimenticarmi questa voce per poter usare quella che serve alla relazione con l’altro».

Cosa ti piace di questo mestiere? Perché fai l’attore?
«C’è, certamente, inconsciamente, una dose di sano egocentrismo, di esibizionismo. Mi piace fondamentalmente divertire la gente, farla stare bene con me».

Hai bisogno di pubblico, quindi?
«No. Sì. Forse. Perché significherebbe non stare bene da solo, e invece io ci sto bene. Amo la mia solitudine, però mi piace anche stare in compagnia, in mezzo alla gente, quando si crea quella sintonia che fa stare bene insieme. Lo stesso, a livello esponenziale, è il teatro: cioè fare spettacolo è, comunque, offrire la possibilità alle persone di stare bene. Essere canale attraverso il quale gli altri si divertono. È bello quando puoi dare un po’ di felicità, un sorriso a qualcuno. Ognuno di noi nasce con un dono, e bisogna offrirlo, metterlo al servizio degli altri. Invece viviamo in un mondo chiuso, dove chi ha un talento lo tiene per sé, cerca di sfruttarlo per guadagno e successo personale».

(Segue la seconda parte dell'intervista)

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