Ergastolo ostativo e vicenda Brusca

La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta di arresti domiciliari per il boss che sciolse nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo. Negli stessi giorni la Corte Europea dei Diritti Umani ha bocciato, per la seconda volta, la legittimità dell’ergastolo ostativo, la condanna a vita senza sconti di pena per i colpevoli di reati di mafia.
Giovanni Brusca al momento dell'arresto nel 1996

Le due vicende si incrociano. La vicenda Brusca e l’ergastolo ostativo. Il dibattito su questi due «casi» ha animato la vita politica e sociale degli ultimi giorni. Due giorni fa, la Corte di Cassazione ha deciso che il boss Giovanni Brusca resterà in carcere. È stata respinta (per la terza volta) la richiesta di arresti domiciliari. Brusca (colui che sciolse nell’acido il corpo del piccolo Giuseppe Di Matteo, autore di numerosi delitti, tra cui la strage di Capaci) continuerà a scontare la pena nel carcere di Rebibbia. È stato condannato all’ergastolo, ha già scontato 23 anni, dovrebbe lasciare il luogo di detenzione nel 2022. Aveva chiesto i domiciliari: non sono stati concessi.

La Suprema Corte ha accolto la richiesta del Pg di Cassazione che aveva dato parere negativo ritenendo che Brusca non si sia ravveduto a sufficienza. Un parere diverso, aveva invece espresso il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho. Anche la direzione del carcere aveva dato parere positivo alla concessione dei domiciliari.

Una decisione simile si muove sul filo del rasoio. Decisiva è il discernimento sull’effettivo ravvedimento del condannato, inevitabilmente affidata alla valutazione dei giudici, oltre che ad una serie di riscontri oggettivi.

I giudici hanno deciso per il “no”. Comprendiamo tale scelta, anche per gli inevitabili riverberi che questa avrebbe avuto nell’opinione pubblica. Non si può non tenere conto, in questa valutazione, dell’efferatezza dei delitti commessi (i quali devono far riflettere anche rispetto all’ipotesi dell’effettivo e veritiero ravvedimento) nonché il rischio di “pericolosità sociale” del condannato. È giusto, anche quando questo provvedimento possa apparire troppo punitivo, che lo Stato si difenda. E che difenda i suoi cittadini. Altre volte, in altre occasioni, ci si è trovati a piangere lacrime di coccodrillo allorché alcuni soggetti, per vari motivi usciti dal carcere, si erano ritrovati a commettere altri reati. Costati anche vite umane.

In uno Stato di diritto sono le regole a governare le decisioni. Brusca è un caso limite. Un caso simbolo. Molti sono convinti che il suo ravvedimento sia vero, altri lo ritengono ambiguo e insufficiente. Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a capaci nel 1992, si era espressa contro la concessione dei domiciliari, ricordando che, grazie alla collaborazione, Brusca aveva già avuto numerosi permessi. La Cassazione – a suo parere – «ha dato una risposta alla richiesta di giustizia dei tanti cittadini che continuano a vedere nella mafia uno dei peggiori nemici del nostro Paese».

Richiesta di giustizia, quindi. Non vendetta.

E non è un caso che, proprio in questi giorni, si viva una vicenda parallela. Quella del cosiddetto «carcere ostativo». La Grande Camera della Corte europea per i diritti umani (CEDU), ha bocciato, per la seconda volta, l’ergastolo ostativo, pena prevista dall’ordinamento italiano per chi si è macchiato di gravi delitti di mafia e non si è mai pentito. La norma (articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario) prevede che chi ha subito una condanna all’ergastolo per questi reati rimanga in carcere a vita, senza possibilità di pene alternative. Carcere per sempre.

Il dibattito si è avviato a partire dalla sentenza della CEDU del 13 giugno scorso. La Corte Europea di Strasburgo aveva accolto la richiesta di un ergastolano calabrese, Marcello Viola, condannato per associazione mafiosa e altri reati. La Corte di Strasburgo aveva condannato, già quattro mesi fa, l’istituto italiano dell’ergastolo ostativo, ritenendo che esso violi l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta “trattamenti inumani e degradanti”. L’Italia ha impugnato la sentenza. E la Corte ha rigettato il ricorso dell’Italia. Il nostro Stato dovrà rivedere questa legge. Non si tratta di una decisione perentoria, ma di certo non si potrà non tenerne conto. Ed altri ricorsi, oltre a quello del boss di Taurianova, potrebbero arrivare.

Ma l’ergastolo ostativo, secondo alcuni, cozza anche con la Costituzione: l’articolo 27, comma 3, prevede che le pene non possano «consistere in trattamenti contrari al senso di umanità» e debbano di conseguenza «tendere alla rieducazione del condannato». Però, nel 2003, la Corte Costituzionale si era espressa a favore dell’ergastolo ostativo, ritenendolo non contrario ai principi della Costituzione.

Di recente, anche l’ex magistrato Gherardo Colombo aveva espresso delle perplessità, ritenendo che, pur in assenza di collaborazione, spetta al giudice stabilire il grado di pericolosità di un condannato. Nino Di Matteo, invece, si era espresso a favore dell’ergastolo ostativo, ritenendo che la sua abolizione potesse costituire un segnale di debolezza e che i boss mafiosi potessero trarne nuova forza per riaffermare il loro potere. Come lui, anche altri magistrati che avevano operato nella lotta contro la mafia, come Gian Carlo Caselli e Piero Grasso.

Il secondo pronunciamento della Grande Camera della Corte Europea per i Diritti Umani è arrivato ieri. Di certo, la vicenda Brusca (che non si può porre in relazione diretta perché Brusca ha collaborato e ha già usufruito di permessi) e quella dell’ergastolo ostativo pongono un tema: quella della sicurezza nazionale e, insieme, la certezza della pena e la tutela dei diritti di ogni uomo, anche dei condannati.

Alla base, un principio: è giusto privare della libertà, ma non privare della speranza di poterla, un giorno, riconquistare. Forse si tratta anche di ripensare il sistema carcerario. Il carcere non è l’unico mezzo per far si che un uomo possa redimersi e che possa non costituire più un pericolo per se e per gli altri. Ma la certezza della pena e la sua severità sono anch’esse un valore: non dimentichiamo che la cessazione dell’ergastolo era una delle richieste e degli obiettivi del famoso “papello” di Totò Riina: le richieste dei boss ai politici che miravano a corrompere per i loro obiettivi, uno dei punti essenziali della trattativa.

Sembrano obiettivi divergenti. Forse lo sono solo in parte. Uno Stato sarà sempre più giusto quando riuscirà a garantire sicurezza e certezza della pena, non per fini punitivi, ma per offrire una possibilità di riscatto. Giustizia, non vendetta.

 

 

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