Erdogan contro tutti

Ankara vive un momento di difficoltà sia nelle questioni interne che nelle relazioni internazionali. L’ascesa “irresistibile” ma ricca di ombre dell’attuale presidente
Erdogan

A fine aprile scorso c’è stata l’ennesima retata della polizia turca contro la presunta “rete terrorista” di Fethullah Gülen. In 72 province, 8500 agenti hanno arrestato 1009 sospetti: il ministro degli Interni turco ha affermato «che si erano infiltrati nella polizia» ed «hanno cercato di guidarla dall’esterno formando una struttura alternativa». Dal fallito colpo di Stato del 15 luglio scorso sono oltre 47 mila le persone arrestate in Turchia per presunti legami con i gulenisti. Tra questi, ci sono almeno 10.700 poliziotti e 7.400 militari.

Se un tentativo di golpe a quanto pare c’è stato, chi ne fossero i mandanti è tutto da dimostrare. La reazione persecutoria, invece, è accanita contro coloro che sono accusati di essere responsabili del fallito attacco al governo del Paese, indicati dalla stampa controllata con toni che non ammettono alcuno sconto. Primo fra tutti il nemico giurato, Fethullah Gülen, presentato a tinte fosche e già condannato in contumacia (vive da anni negli Usa) a un paio di ergastoli e alcuni millenni di detenzione, in attesa di ripristinare la pena di morte.

Il presidente della repubblica Erdogan si attribuisce la palma di paladino della legalità e di incarnazione della volontà popolare mentre 140 mila turchi sono stati licenziati nel pubblico impiego (mezzo milione di persone senza reddito?), compresi 7.300 docenti universitari e 4.300 giudici e pubblici ministeri, 250 giornalisti sono in prigione, 150 organi di stampa vengono chiusi e oltre 47.000 persone sono state arrestate in base a leggi “speciali” con l’accusa di terrorismo tout-court.

Eppure aveva cominciato bene, Recep Tayyip Erdogan, quando poco più di vent’anni fa era diventato sindaco di Istanbul. In quattro anni (1994-1998) si era impegnato nei problemi della città ottenendo ottimi risultati: traffico ridimensionato con la costruzione di strade, viadotti e ponti, monitoraggio dell’inquinamento, incremento dell’approvvigionamento idrico, riciclaggio dei rifiuti, ampliamento della rete di distribuzione del gas, recupero turistico. E un particolare impegno nel contrasto alla corruzione. Con la fondazione nel 2001 dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo) si cominciò a sperare, non solo in Turchia, che fosse nato un partito conservatore di tipo europeo ma anche islamista moderato, capace di recuperare la fede islamica dentro la politica e di superare il controllo laicista dell’esercito, che fra il 1960 e il 1997 aveva attuato ben 4 colpi di stato. L’Akp, con la leadership di Erdogan, si presentava come filoccidentale e filoamericano, favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Tanto che fin dall’inizio ottenne il sostegno del potentissimo movimento Hizmet (il servizio) facente capo a Fethullah Gülen. L’appoggio di questi (studioso dell’Islam, di ispirazione sufi, predicatore sunnita e politologo, autore di oltre 60 libri) e del suo vasto movimento sarà fondamentale nei 10 anni successivi per ridimensionare l’opposizione repubblicana e il controllo dei militari sullo Stato. L’ascesa dell’Akp sarà travolgente e già nel 2002 sarà il partito di maggioranza nel parlamento turco.

Fin qui tutto più o meno bene. Addirittura si aprirono le porte del parlamento di Ankara a rappresentanti eletti dai curdi, da sempre personificazione dell’opposizione (anche armata con il Pkk) allo Stato turco. Poi, nel dicembre 2008, la prima doccia fredda: contro la campagna sostenuta da intellettuali turchi per il riconoscimento ufficiale del “genocidio degli armeni”, attuato sistematicamente da alcuni militari turchi durante e dopo la Prima guerra mondiale, Erdogan, allora capo del governo, sostenne offeso che non c’è mai stato nessun genocidio armeno attuato dai turchi. Scoppiata la guerra in Siria, due anni dopo si ebbe la definitiva astiosa rottura con Gülen e i gulenisti, che avevano denunciato tramite giornali e televisioni truffe del regime, scandali finanziari, legami con Daesh, armi ai ribelli siriani. E qui avviene la svolta. Erdogan si indigna e con tenacia distrugge i media e le organizzazioni dell’antico alleato. Divenuto presidente della Repubblica nel 2014, dopo il fallito golpe di luglio 2016 getta ogni residuo tentativo di dialogo e attua la svolta autocratica (che lui chiama presidenzialista) che gli consentirà, salvo imprevisti, di conservare il potere per i prossimi 20 anni (quando lui ne avrà 83). Poi si vedrà.

La sintesi di questa nuova fase è ben espressa dall’affermazione di Erdogan: «La democrazia è un tram. Va avanti fino a quando vogliamo noi e poi scendiamo». Certamente la democrazia non è il rimedio universale e la sua stessa attuazione non sempre brilla negli stessi Paesi che l’hanno fatta propria, come dimostrano le politiche opportuniste di non poche delle cosiddette potenze democratiche. Ma Erdogan non vuol più considerare la democrazia per quello che è: un compito e una sfida su cui si fonda l’arte della convivenza umana. Ritiene che gestendo da solo il potere potrà ottenere dei risultati maggiori per il suo Paese. Di fatto si è messo contro tutto e contro tutti, con il risultato che l’economia turca è crollata e il debito pubblico è considerato carta straccia dai mercati. Una grande nazione con enormi capacità si ritrova isolata o al massimo guardata con diffidenza, anche se simpatie istituzionali sembra trovarle ora nella Russia e negli Usa.

Fin dove vorrà arrivare Erdogan con la sua politica autocratica e neo-ottomana? Sa bene di avere in mano due potenti leve di ricatto nei confronti dell’Occidente: qualche milione di profughi siriani che può espellere dai campi turchi e, soprattutto, le armi e le bombe della Nato. La pace deve attendere, affidata ancora al pericoloso ma prezioso lavoro di quei cittadini turchi che non dimenticano certo il grande passato di civiltà da cui provengono, ma che sanno guardare avanti senza complessi e senza paura.

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