Eraldo Affinati: ius soli e paternità

Insegnante e scrittore, è stato testimone per l’acquisizione della cittadinanza italiana di un suo ex studente africano. La sua opinione sulla discussa legge in esame al Senato
Eraldo Affinati (foto Wikipedia)

Khalid è un suo ex studente africano che ha ottenuto la cittadinanza italiana. Eraldo Affinati, insegnante e noto scrittore, lo ha accompagnato nella scoperta della nuova lingua. E su richiesta di Khalid è stato suo testimone per l’ottenimento della cittadinanza al Comune di Roma. Oltre l’attività editoriale – ricordiamo l’ultima opera su Don Milani, dal titolo “L’uomo del futuro” – Eraldo Affinati ha fondato, insieme alla moglie Anna Luce Lenzi, una scuola di italiano per stranieri, la Penny Wirton: basata sulla completa gratuità, senza classi, né voti, né burocrazia, ma animato solo dal principio antropologico della relazione personale, uno per uno. Solo a Roma operano 200 professori come volontari a titolo gratuito, e ci sono più di 30 scuole in tutta Italia che seguono migliaia di studenti. L’incontro con Khalid ha significato per Eraldo Affinati vivere una generatività. «Io, senza figli ma con migliaia di scolari, ultimamente quasi tutti immigrati, ho capito cosa vuol dire essere un padre». Lo raggiungiamo al telefono.

Per capire la necessità dello ius soli, bisogna capire cosa significhi essere un padre?

Questa è la strada maestra, quella che ho sentito per Khalid. Gli avevo insegnato a leggere e scrivere e il fatto che lui mi chiedesse di fare il testimone ha chiuso un cerchio. Tuttavia, se noi riuscissimo a capire che questi minorenni non accompagnati che arrivano in Italia rappresentano un principio di umanità, cambierebbe la nostra prospettiva. Non sono persone che appartengono a chissà quali mondi, ma incarnano l’umanità. Ci interpellano come essere umani.

Il “teatrino della politica” su una materia così delicata non sforna spettacoli interessanti…

La bagarre scoppiata la settimana scorsa al Senato, in cui alcuni uomini politici hanno duramente contestato la legge sulla concessione della cittadinanza ai bambini nati in Italia che abbiano frequentato un ciclo di studi pari almeno a cinque anni o siano figli di genitori da tempo residenti in Italia, mi è sembrata una carnevalata, una pagliacciata. Bisognerebbe avere questa consapevolezza di paternità, di fratellanza, ma è un lungo lavoro da fare. Non è naturale, spontaneo, ma è qualcosa da acquisire nel tempo.

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