È il momento di non cedere alla paura

Gli attentati all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles testimoniano la gravità della crisi mediorientale, diventata ormai mondiale. Il bisogno di risposte diplomatiche e di sicurezza, ma anche di popolo. Non bastano le armi convenzionali per sconfiggere un nemico che sfugge
Attacco terroristico a Bruxelles foto Ap

Nella girandola delle news in cui stiamo incollati ai telefonini per conoscere il numero dei morti di Bruxelles, l’emozione e la paura parlano il linguaggio più forte. È perciò il momento della condanna per atti vili, spregevoli, espressione di una cultura di morte che non ha nulla a che vedere né con la civiltà né con la religione. È mancanza di cultura, il terrorismo, è abominio della mente e dell’anima.

 

È pure il momento della solidarietà con i morti e i feriti di Bruxelles. È ormai inutile dire “siamo tutti belgi”, come abbiamo detto “siamo tutti francesi”: dovremmo invece dire “siamo tutti europei”, come scrivevamo stamattina. Ormai, nel bene e nel male, siamo tutti europei, tutti nella stessa barca, tutti uniti nella tragedia. Oggi tocca a me, domani tocca a te, chissà.

 

Ma deve essere anche il momento della preghiera, per chi crede almeno, o almeno del silenzio. Non ci si può spiegare tutto, la ragione non riesce ad evitare che centinaia, migliaia di persone ormai si facciano esplodere per seminare il panico, per combattere una guerra ritenuta santa. Ci sono ragioni che ci sfuggono. La preghiera è l’invocazione a Dio perché illumini, perché spieghi, perché sani le ferite, perché ci indichi la via giusta.

 

È infine il momento, ancora una volta, di non cedere alla paura. Paura che ottenebra le menti. È il momento della fermezza nella condanna, così come è il momento della sicurezza e dell’intelligence, come si dice, cioè del lavoro attento dei servizi per evitare guai sempre peggiori. Ma non basta e non basterebbe mai: è anche il momento di non chiudersi nel fortino. La chiusura ci renderebbe semplicemente degli assediati. Accordi come quelli con la Turchia non potranno mai evitare che degli attentatori giungano da noi. Hanno ben altri mezzi e ben altra organizzazione per arrivare qui in Europa, nel cuore stesso dell’Europa. Le loro armi non sono convenzionali, e questa guerra non è convenzionale.

È il momento, allora, della decisione per la pace, cioè di una risposta “culturale”: la cultura europea è una cultura di pace, non è il momento di dimenticarla. Bisogna mettere tutte le energie che abbiamo, sia come singoli che come istituzioni, nel lavorare per la pace, a tutti i livelli, diplomatici e militari e politici e solidaristici e associativi. Decidersi per la pace, per l’accoglienza di chi fugge dalla guerra, decidersi a non accendere altri focolai di guerra. Prima che sia troppo tardi.

 

(Leggi anche "Da Bruxelles un monito all'Europa" di Carlo Blengini)

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