Due carismi diversi

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Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna (1Cor 7, 1). Il capitolo 7 comincia con questo versetto. Come sappiamo, i corinti avevano scritto a Paolo i loro problemi, e un brano della lettera sembra appunto questo: È cosa buona per l’uomo non toccare donna . Che sia una frase dei corinti e non originaria di Paolo ce lo fa supporre il fatto che essa non è motivata, altrimenti Paolo avrebbe dovuto spiegarne ai corinti il perché. Questo atteggiamento dei corinti ci fa pensare che ci fosse una divisione fra loro, e dei partiti. Nel capitolo 6, 12, infatti, riportando una loro frase, la lettera dice: Tutto mi è lecito, e vi è una descrizione severa degli abusi (1); possiamo dedurne la presenza di un gruppo di lassisti. In relazione a questo versetto si fa presente il partito degli asceti, che mettono in dubbio la bontà del matrimonio e l’uso di esso. C’è poi da vedere il significato della parola kalòs che la Bibbia della Cei ha tradotto con cosa buona (2). Altri traducono con: È bello (Allo, Walter, Jacono…). Il motivo è che il solo significato morale di buono non traduce completamente la parola greca; si tratta di beltà morale (3). Forse la traduzione migliore sarebbe quella di eccellenza morale. Si comprende comunque perché molte Bibbie abbiano preferito il termine di cosa buona (cf. Lutero, la Bibbia di Gerusalemme, Luzzi…). Riguardo al toccare, il verbo ha vari significati, tra i quali quello che indica i rapporti intimi, ma non esclusivamente; qui si tratta di tutti quei rapporti che possono nuocere alla castità. In questo primo versetto Paolo accetta la frase dei corinti: È cosa buona per l’uomo non toccare donna. Non si parla, infatti, di marito, anér, ma di ànthropos, e la gyné, donna, senza articolo, suona, pure qui, come donna in senso generale. Si tratta quindi principalmente, se non esclusivamente, di uomini e donne non sposati, e non tanto dei rapporti tra coniugi. Nota Walter: È evidente che a quel tempo non esisteva ancora un termine positivo che designasse un particolare stato di vita né riguardo alla verginità, né riguardo al celibato (4). Tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito (1Cor 7, 2). La traduzione della Cei, traduce qui per il pericolo dell’incontinenza ; ma la parola greca è più generica ancora: pomeìas, che è plurale, e questo ci indica che si riferisce allo spettacolo frequente di lussuria e di scandalo che c’era a Corinto e che metteva in pericolo continuamente la vita spirituale dei cristiani, sì da essere indotti in tentazione. Per questo Paolo propone il matrimonio strettamente monogamico. Ci si può domandare perché Paolo ignori le ragioni più elevate del matrimonio e lo deprezzi fino a vederlo soltanto un rimedio alla concupiscenza. San Tommaso, che si è posto questo problema, ci risponde che in questo passo Paolo omette di parlare degli altri beni del matrimonio, come la procreazione, perché egli s’occupa qui del bene degli individui e non tanto del bene della specie umana. Si può, inoltre, osservare che non si può ricavare solo da un versetto tutto un trattato sul matrimonio. Bisogna leggere anche la prima a Tm 2, 15 (5), e la lettera agli Ef 5, 25-27. Paolo dà per questi due primi versetti dei consigli eminentemente pratici; non si affronta qui un problema teorico sulla verginità e sul matrimonio. Paolo si trovava a scrivere ai corinti che vivevano nella capitale della dea Afrodite, dove il problema della carne era scottante, ed egli dà consigli particolarmente adatti a quel tempo e in quel luogo, consigli che noi solo in parte riusciamo a comprendere, e non in tutte le sfumature, perché ci manca troppa conoscenza della comunità reale di Corinto, dei problemi che essa aveva, e dell’esposizione che ne aveva fatto a Paolo. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro (1Cor 7, 7). La prima parte del v. 7 ci presenta un invito al celibato. Probabilmente, nella comunità di Corinto c’erano vari che avrebbero seguito volentieri l’esempio di Paolo. Ad essi, particolarmente, sembra rivolgersi l’Apostolo, spiegando però che solo chi ha il dono-carisma del celibato può aspirarvi. Riguardo al charisma del matrimonio, la frase non è interpretata dagli studiosi in senso univoco.Molti, soprattutto cattolici, riconoscono che qui si parla di vero carisma; altri esegeti, tra i quali Xavier Léon Dufour (6), affermano che, dicendo il v. 7: Ciascuno riceve da Dio il suo carisma, chi in un modo, chi in un altro, Paolo non classifica per questo il matrimonio tra i carismi, ma afferma semplicemente che la continenza lo è, e aggiungono che Paolo, indirizzandosi agli sposati, afferma che essi possono avere altri carismi diversi da quello della continenza. Il carisma non ha per Paolo un senso uguale ovunque: si tratta a volte di un dono straordinario gratuito come quelli descritti nel capitolo 12 di questa lettera o in Rm 12, 6-8, dove è affermato: Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opera di misericordia, le compia con gioia. Invece nella prima a Tm 4, 14 (Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazione di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri) carisma ha un significato diverso, si tratta cioè della grazia del sacramento dell’Ordine. Dal complesso si può vedere che, per Paolo, la parola carisma non ha sempre un significato di grazie straordinarie eccezionali dall’alto, ma anche di grazia data in ordine al bene comune e in questo senso ci sembra che possa essere attribuito sia al celibato che al matrimonio. Se 1 Cor 12, 28 si parla di carismi di assistenza e di governo, non si vede come non possa essere incluso il matrimonio tra i carismi più normali. Ai non sposati e alle vedove dico che è cosa buona per loro rimanere come sono io (1Cor 7, 8). Ma se non sanno vivere in continenza, si sposino. È meglio sposarsi che ardere (1Cor 7, 9). Ai non sposati. Secondo l’interpretazione comune derivata dalla parola greca agamos (non sposato), si intendono qui tutte le categorie, siano esse formate da vergini, vedove o celibi per sopraggiunta età, separati per il privilegio paoli- no…, uomini e donne. In questo senso Paolo ripete qui: È cosa buona per loro rimanere come sono io, non specificando chiaramente a quale categoria di non sposati egli appartenga; ma, secondo la tradizione più sicura, egli non era vedovo né un separato. A diverse conclusioni sembra giungere invece Xavier Léon Dufour (7). Egli nota che nel v. 34 agamos (non sposato) si distingue da parthénos (vergine), là dove Paolo dice che tutte e due possono piacere al Signore. Quindi, anche nel v. 8, agamos si distinguerebbe da parthénos (vergine). Léon Dufour conclude che Paolo non esamina qui anche i celibi, ma gli uomini che non sono più legati a una sposa. In questo caso non sarebbe impossibile che Paolo insinui nel v. 8 che egli appartiene alla categoria dei non più sposati che non sono vergini. Inoltre, secondo J. Jeremias, Paolo, in quanto rabbi autorizzato, avrebbe dovuto sposarsi alla età normale di 18-20 anni; il solo rabbi che si conosca come non sposato (verso l’anno 100) non fu mai ordinato rabbi; per questo Jeremias conclude che Paolo era vedovo. Ph.Menoud, cattolico, suggerisce che Paolo viveva, dopo la sua conversione, separato da sua moglie, che sarebbe rimasta fedele alla fede giudaica. Tutte queste interpretazioni mi sembra che non reggano alla critica. Infatti, l’interpretazione di Léon Dufour va contro il vocabolario, per il quale agamos significa semplicemente l’opposto di sposato, e se, accanto a tale parola, si distingue un membro particolare, come le vedove nel v. 8, e le vergini nel v. 34, non è tanto in opposizione, quanto per mettere in risalto un particolare rispetto al tutto, o come una sorta di aggiunta tra parentesi. In ambedue i casi agamos manterrebbe il suo significato universale comprendente tutte le categorie, secondo il suo significato lessicale. Riguardo alla teoria di Jeremias, essa si scontra con la tradizione classica che ha interpretato questi versetti come se Paolo fosse celibe. Inoltre abbiamo così pochi dati sulla storia dei rabbini del primo e secondo secolo che non si può dedurne una conclusione certa. L’interpretazione di Menoud viene considerata dall’autore stesso una pura ipotesi. Léon Dufour trova, come solo appoggio per quest’ultima teoria, l’interesse dell’Apostolo per il privilegio paolino. Sarebbe questo, forse, una generalizzazione della sua propria storia? Ci sembra che le supposizioni, confermate solo con delle ipotesi non provate, non portino a nessun risultato e non dicano nulla. Se uno non riesce a vivere in continenza, si sposi. È meglio sposarsi che ardere (1Cor 7, 9). Il v. 9 è molto semplice. Si ripete quanto era stato detto nel versetto 2 in forma diversa. Per Paolo, chi non ha le qualità naturali e soprannaturali, chi non ha cioè il carisma del celibato, è bene che si sposi. Si potrebbe qua introdurre una nuova domanda: Paolo, a chi ha iniziato a vivere nella continenza, ma è affetto da gravi prove, consiglierebbe di lasciare o di continuare? È un problema dei nostri giorni, ma non di Paolo. Egli non sembra che ne tratti apertamente, essendo allora evidente che chi aveva il carisma del celibato lo avrebbe mantenuto. La Chiesa ha sempre dato questa interpretazione rifacendosi proprio a Paolo; nel Concilio di Trento, capitolo 9°, can. 9, si condannano coloro che affermano che i chierici che hanno fatto voto solenne di castità possono contrarre matrimonio se non sentono di avere il dono della castità, anche se si sono donati; e spiega che Dio, a coloro che rettamente chiedono, non nega la grazia, come è detto in 1 Cor 10, 13: Poiché Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma colla tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla. Queste ultime parole di Paolo, seppur espresse in forma generica, danno una risposta anche al nostro caso. Pasquale Foresi (continua) 1) Tutto mi è lecito!.Ma non tutto giova. Tutto mi è lecito!.Ma io non mi lascerò dominare da nulla. I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!.Ma Dio distruggerà questo e quelli; il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si da all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo… (1 Cor 6, 12-18); 2) Da quanto scritto da Paolo, Tertulliano (De Monogamia, III; PL 2, 981), e Girolamo (Contra Jovinianum, I, 7; PL 23, 229) hanno pensato che, se tutto questo è bene, il toccare donna sia quindi male. È un’interpretazione che non si trova nelle pagine di Paolo. Infatti, egli distingue tra il bene e il meglio; 3) E.B.Allo, op. cit., p. 153; 4) E.Walter, 1ª Lettera ai Corinti, vers. it., Roma 1970, p. 151; 5) Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia (1 Tm 2, 15); 6) Cf. Mariage et continence selon Saint Paul, in A la rencontre de Dieu, Memorial Gelin, Le Buy 1961, p. 323; 7) Xavier Leon Dufour, op. cit., p. 321.

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