Don Carlo di Verdi

Il Maggio musicale fiorentino apre con uno dei massimi capolavori verdiani presentato in forma di concerto. Cast notevole diretto con passione ed esperienza dal settantaseienne Zubin Mehta. Repliche fino a domenica
Il direttore d'orchestra Zubin Mehta

Potente, inquietante. Il Grand-Opéra verdiano apre gli 80 anni del Maggio musicale fiorentino senza scene, perché l’allestimento, che doveva esser curato da Luca Ronconi, è “saltato”. È dunque presentato in forma di concerto.

Bisogna pur dire che la bellezza, la forza della musica è tale che non si avverte la mancanza scenografica, anzi si ha la possibilità – nei cinque atti in cui è rappresentata l’opera – di stupirsi delle novità strumentali, degli impasti cromatici, dei colori fra il brillante e il cupo che aleggiano durante le quattro ore dell’esecuzione.

Dirige Zubin Mehta, 76 anni magnificamente portati. Dirige eretto, il gesto ampio ed essenziale, nessun indugio plateale, nessuna “corona” troppo prolungata per ottenere facili effetti, ma vivido, sanguigno, eppure sobrio. Gli ottoni sono splendidi e occupano un gran fuoco nella partitura, stupiscono le file degli archi, precise, disciplinate e dal tessuto lucido. Il calore dei corni, altro elemento emergente della musica è denso, compatto come il brillio dei legni, l’oboe in particolare, così dolce e liquido.

Insomma, non si finisce di stupirsi per le tante sottigliezze che un'esecuzione orchestrale curata nei dettagli, attenta alle sfumature  e soprattutto “cantante” – la melodiosità commossa dei violoncelli – dipana in questa durissima storia politica e familiare.

Come Verdi ben sapeva, il dramma di Schiller, da cui trasse l’opera nel 1867, è un “falso storico”: Don Carlo era fuori di testa, Filippo II non era così perfido, e il marchese di Posa l’ha inventato lui, Verdi. Ma al musicista serviva raccontare un dramma familiare: l’incomprensione tra padri e figli, l’impossibilità per i giovani di essere liberi nell’amore, svincolati dalle consuetudini sociali, la presenza diabolica della gelosia che rovina i rapporti e semina dolore.

E, ancora di più. La tremenda solitudine dei potenti, il conflitto Stato-Chiesa e l’ingerenza politica di quest’ultima, il pericolo del fondamentalismo (il Grande Inquisitore) senza cuore, insomma una società (allora la Spagna del Cinquecento o l’Italia dell’Ottocento, oggi la nostra Italietta) senza amore che genera “mostri” nei rapporti e uccide chi ha un ideale puro di bene sociale (il marchese di Posa).

Come Verdi sia riuscito a dire tutto questo, senza retorica, con un susseguirsi concatenato di scene scabre alternate a grandi momenti spettacolari – la scena dell’auto-da-fè – resta un miracolo dell’ispirazione, che i geni posseggono.

Don Carlo è opera bellissima, dolorosa, furiosa nell’amore come nell’amarezza e nella violenza, ossia è la storia umana di sempre. Non ci sono né vinti né vincitori. Se mai, vince il dolore che dà dignità a chi soffre e la speranza nel dopo morte in un “mondo migliore”.

Calato nel proprio ruolo, il cast ha dato voce e carattere ai diversi personaggi. Dmitry Beloselskiy era Filippo II: commovente  nella  grande scena desolata “Ella giammai m’amò”, forte nel duetto col tremendo Inquisitore (l’orchestra con gli ottoni dava un brivido), che era Paata Burchuladze (dal timbro un po’ sfocato). Il don Carlo di Massimo Giordano conta su uno squillo dorato, su fiati lunghi, su una emotività molto “romantica”, insieme alla vibrante Eboli di Ekaterina Gubanova, mentre l’Elisabetta di Kristin Lewis ha bella presenza e bella voce, anche se piccola.

Possente il Frate di Alexander Tsymbalyuk, un classico basso dell’Est dalla voce vibrante e tonante. Sempre bravo – quando non “forza” – il baritono Gabriele Viviani, un Rodrigo affettuosamente nobile.

Perfetto il coro in una esecuzione affascinante a cui Metha ha dato la sua esperienza, ma soprattutto la sua calda passione che, unita alla misura, ha fatto rivivere questo straordinario capolavoro verdiano.

Repliche fino al 12.

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