Divine creature

Fino al 3 marzo, nei musei Vaticani, una mostra originalissima con la riproduzione, anche vivente, di dieci episodi della vita di Gesù dipinti da grandi artisti. Ingresso gratuito
Angiolino musicante di Rosso Fiorentino. Fotografia realizzata per la Mostra Divine Creature. Foto Leonardo Baldini © Stranemani International

Una mostra originalissima, progettata da Adamo Antonacci e Stranemani international, e curata da Micol Forti, è allestita nei Musei Vaticani fino al 3 marzo. È scesa a Roma, dopo esser stata al Museo dell’Opera del duomo di Firenze. Ha avuto l’intuizione di selezionare dieci dipinti tra il XVI e il XX secolo per raccontare la vita di Cristo in altrettanti episodi.

Ogni riproduzione di Antonello, Mantegna, Rosso, Tiziano, Caravaggio, Gherardo delle notti, Cigoli, Ciseri e Montanari è stata affidata a ragazze e ragazzi, uomini e donne, che hanno dato corpo e volto ai personaggi delle tele. Sono anche bambini portatori di disabilità, la cui vulnerabilità e armonia speciale stanno rendendo la mostra uno spettacolo commovente di intensa verità. Travestiti da attori per reinterpretare i personaggi sacri dei grandi capolavori, essi ci offrono uno sguardo raro e indimenticabile sulla realtà della vita – e della fede in Cristo – che l’arte cerca di trasmettere, e su un tipo di bellezza che è ben altra cosa da quella mediatica, algida e costruita, che non è frutto dell’anima.

Foto del backstage, durante la realizzazione delle fotografie per la mostra Divine Creature. Foto © Meini Photo&Video
Foto del backstage, durante la realizzazione delle fotografie per la mostra Divine Creature.
Foto © Meini Photo&Video

La ragazzina che diventa l‘Annunciata di Antonello e sgrana gli occhi dal fondo scuro; il bambino che suona il liuto con i capelli rossi è uno dei “fratelli più piccoli” del Vangelo; la bella ragazza che fa da Maria mentre osserva il suo Piccolo lucente nella tela di Gherado insieme agli angeli-bambini diventa carne e sangue vicini a noi, e porta il prodigio tra la gente che osserva la rassegna. Il giovane che ripete il Cristo morto del Mantegna ha il pallore della morte, eppure si sente che la sua carne è viva, perché può sollevarsi dalla pietra e parlarci come fosse un Cristo risorto.

Un culmine della mostra è la reinterpretazione della caravaggesca Cena in Emmaus: viva, è la sola parola che viene da dire. I corpi sono sculture che si ergono dal fondo, l’intimità della scena viene fuori nei gesti rappresi per un attimo lunghissimo, si sente il silenzio.

Quello che fa di questa rassegna un autentico gioiello è appunto il silenzio, nei temi sia pacifici che in quelli drammatici. Questi attori piccoli e grandi sanno cosa esso sia, cosa sia la solitudine, la voglia di dare e ricevere amore. Essi realizzano con la sola presenza la necessità del senza-parole che oggi la nostra società convulsa e loquace ha scordato, dimenticando il pensare, il contemplare, l’amare.

Il Cristo portacroce di Tiziano è rivissuto da due uomini con una palpitazione emotiva che prende e soggioga, attraverso sguardi muti. Ma forse il momento più bello, libero, è il bambino suonatore di liuto, paffuto e sano. A noi, viandanti in cerca di pace, dà riposo, legando passato e presente, arte e vita. E soprattutto dicendo la bellezza dell’innocenza. Da non perdere.

(Catalogo Mandragora)

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