Dietro il velo del testo

Intervista a Gérard Rossé
Gérard Rossé
Gérard Rossé è nato in Alsazia nel 1937. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali segnaliamo: Il grido di Gesù in croce, Città Nuova, Roma 1984; Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova, Roma 2006; Atti degli Apostoli. Commento esegetico e teologico, Città Nuova, Roma 1998. È professore ordinario di Teologia biblica all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano. In «Nuova Umanità» 184-185 è presente la seconda puntata del suo studio in quattro parti su Rivisitare il Paradiso ’49 di Chiara Lubich alla luce della lettera agli Efesini.

 

Prof. Rossé, che cosa l’ha spinta a dedicare alla Sacra Scrittura l’approfondimento dei suoi studi teologici?

«Niente! A Strasburgo avevo studiato teologia per un anno (dopo il cosiddetto baccalaureato). Non mi appassionava, anche se avevo professori del calibro di Nédoncelle, Joseph Schmitt, Chavasse… siamo negli anni 56-59; allora c’era anche Yves Congar a Strasburgo. Ma non mi sentivo portato per quel genere di studi. Più tardi, come membro del Movimento dei focolari, saranno i miei superiori a chiedermi di riprendere gli studi di teologia e di specializzarmi in S. Scrittura all’Istituto Biblico di Roma».

 

Quale atmosfera ha vissuto in quegli anni?

«Ho studiato a Roma negli anni della grande svolta costituita dal Concilio Vaticano II. Ho frequentato la teologia negli anni 61-66, alla Pontificia Università Lateranense, allora roccaforte del tradizionalismo neo-scolastico. Quando mi sono iscritto là, non è stato riconosciuto il mio anno di teologia fatto a Strasburgo: evidentemente Strasburgo era troppo all’avanguardia! Passare dal Laterano all’Istituto Biblico, nel 1966, è stato entrare in un altro mondo, in un altro modo di ragionare. Avevo come professori delle personalità eccezionali come Lyonnet, Zerwick e altri, che poco prima avevano ricevuto il divieto di insegnare! Era l’epoca nella quale la Chiesa cattolica si era appena aperta ai metodi “protestanti”: metodo storico-critico, Formgeschichte

Devo dire che i miei professori, penso a Lyonnet, Norbert Lohfink, ai futuri cardinali Martini e Vanhoye erano studiosi di grande competenza nel loro campo, per nulla inferiori ai loro colleghi luterani».

 

Come vede il contrasto, spesso apparentemente insuperabile, tra lettura canonica del testo biblico ed esegesi storico-critica?

«Certamente il contrasto tra lettura canonica ed esegesi storico-critica è qualche volta forte e anche doloroso. Ma meglio parlare del contrasto tra una formazione tradizionale (la lettura canonica non è un metodo) e i risultati della ricerca esegetica. Purtroppo la maggioranza dei cristiani non supera in conoscenze bibliche l’età del catechismo: una vera schizofrenia tra la loro maturità umana e l’immaturità da credenti, campo nel quale spesso credono ancora a “babbo natale”! Non è facile insegnare a studenti che possono avere una fede arroccata su credenze varie o su dettagli devozionali, e che vanno in crisi di fede appena si tocca le loro convinzioni nate chi sa come. Ma la sofferenza è forte quando non pochi studenti hanno sete di verità, vogliono sapere, e sono abbastanza intelligenti per costatare certe incongruenze nel testo biblico…. Penso si debba rivedere e discutere seriamente e con libertà la questione della Tradizione in relazione alla Rivelazione. Fino a che punto una tradizione deve essere considerata come autentica se non ha appoggio nel testo biblico?».

 

Come è riuscito a conciliare lo studio filologico-scientifico – spesso freddo e sterile – del testo, con l’approccio di fede alla Parola di Dio e la sua traduzione in vita?

«Ho avuto la fortuna di compiere gli studi in un ambiente che aiuta: una comunità che si sforza di vivere autenticamente la fede cristiana, l’amore reciproco; e questo è luce e forza.

Rimane vero che l’approccio alla conoscenza “scientifica” del testo biblico certamente fa passare qualche notte, e sei solo a doverne uscire, con la tua ricerca e le tue letture; ma questo è un eccellente “purificatore” della fede che ti obbliga a dare un fondamento solido, razionale, e a disporre correttamente la vera gerarchia di valore riguardo al contenuto della fede e, per esempio, a non andare in crisi se si viene a capire che l’autore del terzo Vangelo potrebbe non essere Luca: distinguere dunque il problema storico da quello della fede.

Tuttavia non trovo lo studio filologico-scientifico freddo e sterile: l’andare alla parola greca o ebraica originale, il conoscere il significato giusto di tali parole apre al contrario orizzonti spesso fruttuosi e ricchi di significati. Pesante potrebbe essere piuttosto lo studio di base necessario per diventare esegeta, come lo studio delle lingue antiche orientali; ma ho avuto professori in gamba e non mi sono annoiato».

 

Tra i vari metodi di lettura e analisi della Sacra Scrittura che il Concilio ha potentemente riportato in auge – cf. ad esempio il percorso da Divino afflante Spiritu (1943) a Dei Verbum (1965), fino all’importante documento L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993) – a quale si sente più vicino?

«Sono stato formato all’Istituto Biblico al metodo storico-critico allora appena accolto nella Chiesa cattolica, ma subito dominante negli studi esegetici. Nonostante i suoi limiti messi in luce con gli anni, considero questo metodo come fondamentale, vista la natura del testo biblico. L’esegeta svizzero Daniel Marguerat, non tanti anni fa, mi ha spinto ad entrare in quello della narratologia. Apre infatti prospettive interessanti sulla strategia del narratore, e di conseguenza anche sulla comprensione di un testo o libro; lo stesso vale per l’approccio retorico. Ho invece qualche sospetto nei confronti della semiotica, sia per i risultati discordanti, sia per il suo carattere esoterico (usa un linguaggio accessibile solo a specialisti in materia), sia anche perché il suo successo nell’esegesi soprattutto francese mi pare dovuto non tanto alla sua importanza nel campo della ricerca, quanto piuttosto al bisogno di creare un rivale alla metodologia tedesca dominante (Formgeschichte ecc.); insomma una sorta di concorrenza esegetico-politica!».

 

 

Proprio durante l’ultimo Sinodo sulla Parola di Dio è stata più volte sottolineata la differenza tra Sacra Scrittura e Parola di Dio. Potrebbe aiutarci a capire meglio questa distinzione, non così chiara per tutti coloro che non hanno fatto studi teologici?

«Come dice il messaggio del Sinodo, la Scrittura è l’incarnazione della Parola di Dio, potremo forse dire come Gesù è l’incarnazione del Verbo eterno.

La Parola di Dio è Dio che parla: verità lapalissiana? No! Proprio perché Parola di Dio, essa è viva, efficace, creatrice, salvatrice. Ma essa sarebbe del tutto inudibile se non fosse stata messa per iscritto da uomini ispirati dallo stesso Spirito di Dio. Ma per il fatto stesso che viene messa per iscritto, la Parola divina viene come rivestita da un corpo che la limita nello stesso tempo che la manifesta. Questo limite sono la lingua, la cultura, il tempo, il genere letterario, la formazione intellettuale dell’autore, la sua finalità ecc. ecc.; ciò fa sì che un testo sacro possa e debba essere studiato, analizzato, con i metodi utilizzati per qualsiasi testo antico. Ma la vitalità della Parola, perché di Dio, non scompare nel testo; essa è nascosta dietro il velo del testo, ma ben presente, capace di illuminare, dare forza, toccare la mente e il cuore di chi legge o ascolta, e di farlo penetrare “nei segreti di Dio” (cf. 1 Cor 2,11). Qualche volta l’autore stesso spinge il lettore a superare la lettera del testo per approdare alla verità invisibile, come fa, per esempio, l’uso del linguaggio simbolico nel vangelo di Giovanni».

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