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Democrazia ed educazione: 4 domande a Giuseppe Milan

Intervista a Giuseppe Milan, autore di Educazione e democrazia. Riflessione a partire dal dilemma inclusione/esclusione, in «Nuova Umanità», XXXV (2013/4-5) 208-209, pp. 469-480.
Giuseppe Milan
Professor Milan, è possibile, secondo lei, educare alla democrazia?

 

R. Certo, è possibile. Dovrei dire che è necessario. Un dato di fatto è che la democrazia non appartiene alla sfera delle dimensioni precostituite, che si ereditano per natura, oppure facili da realizzare. Va invece vista nella prospettiva umana dell’educabilità, per la quale è necessaria l’opera complessa della trasmissione-promozione dei valori che attengono alla cultura della democrazia e che, non essendo mai compiuti definitivamente, implicano un impegno pedagogico-culturale-politico davvero incessante.

 

 

Quali elementi valorizzare, nell’educazione dei giovani, affinché siano cittadini attivi e consapevoli?

 

Ritengo importante rimettere in campo l’orizzonte dell’utopia, vista come l’isola che ancora non c’è ma che potrebbe-dovrebbe esserci. Questo rapporto giovani-utopia sembra essersi impallidito in questi ultimi decenni, soprattutto perché il mondo degli adulti sembra più propenso a trasmettere un superficiale carpe diem. Proprio per questo ne risente anche l’impegno per un agire democratico che implica personale decisione e pratica attiva. A tal fine, vanno valorizzati – a partire dagli ambiti famigliari e scolastici – il dialogo, la partecipazione, la specifica creatività contestativa dei giovani, la cooperazione, il lavoro in gruppo, la liberazione dall’apparente onnipotenza dei modelli esteriore-materialistico e tecnologico-massmediale per promuovere il modello “interiore”.

 

 

Quale ruolo riveste l’intercultura, oggi, nei processi educativi?

 

Oggi è impensabile un’educazione che prescinda dalla tensione interculturale. Direi che l’intercultura è costitutiva dell’educazione, delle sue finalità e di una coerente metodologia pedagogica. Tutto questo si fonda, naturalmente, sul paradigma antropologico dialogico-relazionale, per il quale la persona si autentica come dialogo, come convivialità delle differenze, perciò come intercultura.

 

 

Quali sono le qualità da sviluppare per diventare persone capaci di includere e ospitare anziché escludere?

 

Secondo me, le qualità fondamentali sono l’umiltà (Martin Buber la definisce come “sentirsi uno dei tanti”), la comprensione empatica, il rispetto dell’altro e delle altre culture, la condivisione delle sofferenze, il mettere in luce il positivo di ciascuno, la curiosità di conoscere. In sintesi estrema, l’amore autentico, l’autentica esperienza della fraternità.

 

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