Ddl Zan e questione antropologica

Si corre verso la conta del voto incerto al Senato per una resa dei conti che ignora un serio dibattito da aprire. L’invito di Fassina, deputato della sinistra, al Pd di Letta
Ddl Zan al Senato, foto LP

Intorno al Ddl Zan stanno emergendo alcuni nodi importanti nel panorama politico italiano.

Si può dire che è riuscito nell’intento di estremizzare il confronto, chi ha fatto circolare la nota verbale, di per sé riservata, della diplomazia vaticana relativa ad una legge all’esame del parlamento italiano. Ogni presunta intromissione di carattere “clericale” appare inaccettabile e porta a forzare anche i più dubbiosi ad approvare il testo senza alcuna variazione.

Nessuna mediazione è stata, infatti, trovata in  Senato dove si voterà il testo mercoledì 13 luglio alle ore 16.30. Una prova di forza che vede, ancora una volta, in prima fila l’abilità di Matteo Renzi nel far valere il peso dei suoi parlamentari di Italia Viva, ago della bilancia tra il fronte Pd M5S Leu e quello di Lega, Fdi e Forza Italia.

Esiste un nervo scoperto tra coloro che in qualche modo provengono, come il segretario dem Enrico Letta, dalla tradizione democristiana dei “cattolici adulti”, che seguono, cioè, la loro coscienza e responsabilità piuttosto che le direttive delle gerarchie. Un principio di sana laicità incarnata dall’esempio di De Gasperi che respinse ogni indebita e reale pressione esercitata da Oltretevere a favore dell’alleanza tra la Dc e il Msi nel ‘52 per sbarrare la strada alla possibile conquista del comune di Roma da parte dei comunisti.

Una storia complessa che ha, poi, visto progressivamente i cattolici liberarsi da ogni collateralismo esplicito tra le loro associazioni e la Dc, per rivendicare una libertà di coscienza e critica verso il partito di governo fino alla sua crisi e implosione.

La scomparsa di una formazione politica portatrice autonoma di una visione personalistica, non riducibile alla logica binaria conservatori/progressisti, ha tuttavia aperto, in un recente passato, la strada ad un protagonismo diretto dei vertici della Cei che l’attuale presidenza non vuole imitare per essere fedele all’idea giovannea di una Chiesa come “fonte del villaggio”, che offre, cioè a partire dalla sua testimonianza, l’indicazione di senso e di coscienza per tutti.

Quello che colpisce nel dibattito originato dal Ddl Zan è la posizione del partito democratico che non ha ascoltato neanche le osservazioni di una parte importante del mondo femminista. Come ha scritto Monica Lanfranco su Micromega, testata orgogliosamente anti concordataria, «una legge scritta male, e non discussa abbastanza con chi ne vuole ragionare, non può essere una buona legge, né una politica è una buona politica se non ascolta le critiche. Non c’è dubbio che sia gratificante il consenso dei vip via social e tv, ma chi fa politica dovrebbe sapere che ciò che alla fine resterà non saranno i like su facebook, ma la memoria  del confronto, (o la sua assenza) soprattutto con chi avanza critiche costruttive».

Francesca Izzo, professoressa universitaria di Scienze politiche e già parlamentare dei Ds, ha scritto una lettera aperta ai senatori del centro sinistra per denunciare il fatto che «nel dibattito pubblico si tende a una semplificazione inaccettabile: da una parte ci sarebbe la cultura del progresso civile e dei diritti, dall’altra la sua negazione, da una parte la sinistra e dall’altra la destra omofobica e bigotta. Non è così, anche una posizione come la mia (che vi assicuro non è numericamente trascurabile) deve avere ascolto nell’ area del centro sinistra che ambisce a governare l’Italia».

Al centro del problema che dovrebbe essere esaminato c’è il concetto cardine della legge proposta e cioè «l’identità di genere, ovvero la legittimazione della sola volontà soggettiva a fondamento dell’identità sessuale».

Come evidenzia il filosofo Massimo Borghesi, « Il ddl Zan non rappresenta, nella sua versione attuale, un progetto di legge teso semplicemente a tutelare il rispetto delle differenze sessuali» ma «implica una rivoluzione antropologica per la quale viene rifiutata l’identità di genere in base al sesso. Le differenze sessuali cadono in secondo piano rispetto a quelle di genere e l’unione eterosessuale tra un uomo e una donna viene declassata ad una variabile in un mix di opzione».

Altri seri motivi di criticità della legge proposta emergono dall’analisi fatta da Natalino Irti, giurista di scuola liberale e anticoncordatario, in un’intervista rilasciata ad Avvenire, quotidiano che si è contraddistinto per la ricerca di un dialogo autentico.

Non si comprende, quindi, l’ostinazione del Pd nel perseguire una linea che offre alla Lega e al centrodestra di esibire un volto ragionevole e aperto al dibattito. Parliamo del medesimo schieramento che esprime un atteggiamento opposto quando sono in gioco questioni fondamentali come i diritti umani delle persone migranti.

In questi casi c’è bisogno di persone in grado di rompere gli schemi consolidati.

Colpisce in questo senso la posizione espressa da Stefano Fassina, esponente della sinistra, che esprime una visione politica accanto ad una questione di onestà intellettuale: « Da mesi, inutilmente, – afferma il deputato di Leu- provo a discutere del merito del Disegno di Legge Zan: è necessario e urgente approvare misure specifiche per arginare e sconfiggere omofobia e transfobia e tutte le forme di discriminazione motivate da orientamenti sessuali, ma la legge non può promuovere una visione antropologica, come invece fa l’art 1, in particolare la lett d).

Non avevo piena consapevolezza in prima lettura alla Camera, quando ho votato a favore. L’ascolto di mesi di discussioni e tanti approfondimenti sono stati utili a capire meglio. La proposta va corretta, almeno per evitare un precedente pericolosissimo e l’incostituzionalità, a giudizio di autorevolissimi giuristi, anche di area progressista e liberale come l’ex Presidente della Consulta Giovanni Maria Flick o il prof Natalino Irti. Inoltre, da mesi, sottolineo la gravità per la qualità della nostra democrazia costituzionale di procedere in totale indisponibilità all’ascolto e, anche in misura minimale, all’accoglimento dei rilievi seri e fondati di settori significativi del Parlamento, di fasce larghe e qualificate della cultura e della società civile e religiosa.

La democrazia non funziona cosi, non può funzionare così, soprattutto su questioni di portata antropologica. Ripeto qui l’appello fatto una decina di giorni fa al partito democratico: promuova un’apertura alle modifiche imprescindibili e chieda un impegno pubblico a tutti i partiti della maggioranza per l’immediata approvazione del DDL nella terza lettura alla Camera». Secondo Fassina «le evidenti strumentalizzazioni di alcuni gruppi politici sono inaccettabili, ma non giustificano l’arroccamento nell’errore».

Temi che ripropongono la questione aperta della identità del Pd e del centrosinistra in generale. È possibile affrontare l’emergenza antropologica in questa fase della storia come hanno fatto importanti esponenti del pensiero di sinistra come Giuseppe Vacca, Pietro Barcellona, Mario Tronti e Paolo Sorbi?

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