Quella sera d’inizio primavera di sette anni fa il rogo della cattedrale di Notre Dame a Parigi fu preso da molti osservatori come l’immagine di un mondo che andava in cenere: quello del cristianesimo della “figlia prediletta della Chiesa cattolica”, come la Francia si era sempre sentita, ma anche dell’occidente cristiano in generale.
Rinascita religiosa
Sette anni più tardi, Leone XIV ha affidato proprio alla ricostruzione di Notre Dame, ormai ultimata grazie a una stretta collaborazione fra Chiesa e Stato, il difficile compito di sintetizzare la sua visita in Francia che, nel giro di quattro giorni, ha proiettato una immagine nuova e inattesa del popolo della “laicité”, che spesso, negli ultimi decenni, si era trasformata in laicismo. Infatti, nella tradizionale sintesi che i pontefici, al ritorno da un viaggio, offrono durante l’Udienza del mercoledì (successivo al ritorno), Prevost ha iniziato i suoi commenti con queste parole: «Vorrei raccogliere i pensieri e le impressioni – ancora vivissime – di questa Visita pastorale attorno a un unico grande simbolo: la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi. […] Proprio Notre-Dame, con il dramma che ha vissuto, può simbolicamente illuminare tutto questo viaggio apostolico, offrendo una chiave di lettura che riassumerei in una parola: rinascita».
I 700 mila in Place de la Concorde
In effetti, tutto, durante questo viaggio ha parlato di una nuova vita. Non solo la Cattedrale fatta di pietre, ma soprattutto il ritorno inatteso e numeroso di giovani alla fede, l’exploit ancor più sorprendente di catecumeni: elementi confermati da settecentomila persone che hanno voluto essere presenti alla messa di Place de la Concorde. Numeri impressionanti per un Paese che sembrava ormai aver ceduto il passo alla secolarizzazione più diffusa. È in questo contesto che Leone XIV ha avuto il coraggio di affrontare argomenti scottanti: la questione del fine vita, quella degli abusi e, infine, in ordine di tempo, quella dell’Europa. Nessun trionfalismo o irenismo (un atteggiamento di conciliazione eccessivo o superficiale, ndr), dunque, di fronte a questa rinascita, ma una sana presa di coscienza della realtà.
Una road map per l’Europa
Ognuno di questi temi richiederebbe un approfondimento adeguato perché, sia pure in modo diverso, parlano direttamente all’uomo e alla donna di oggi nel mondo occidentale. Mi soffermo con qualche riflessione sulla questione dell’Europa. Lo faccio perché, a distanza di 10 anni dal celebre intervento di papa Francesco, in occasione dell’assegnazione del Premio Carlo Magno, un altro successore di Pietro, proveniente del continente americano, ha tracciato una road map per l’Europa. E lo ha fatto da vero statista. La questione, fra l’altro, è ancora più significativa perché da più parti si lamenta una crisi strutturale dell’Europa unita, sognata dai grandi Padri fondatori negli anni ’50 e sfociata nell’attuale Unione Europea. Le attuali contingenze – crisi migratorie, guerre russo-ucraina e nel Medio Oriente, una geopolitica sempre più arrembante e sempre meno dialogica e la tendenza destrorsa in molti Paesi – hanno disegnato un quasi non-ruolo al nostro continente.
Unione Europea terzo polo
L’aspetto più evidente è la mancanza, pressoché totale, di una linea comune che, invece, potrebbe fornire una preziosa alternativa alla diatriba economico-finanziaria tra le due super potenze Stati Uniti e Cina, e risposte di pace e di dialogo diplomatico a Russia e Ucraina, come a Israele-Usa e Iran. L’Europa è assente, lamentano tutti. Lo si vede anche nelle prepotenze politiche che investono Groenlandia e Canada, anche se il recente intervento del primo ministro canadese Mark Carney al Parlamento europeo apre le porte a una alternativa che lascia sperare.
La cultura del dialogo
Ebbene, in tale contesto, un papa americano che ha voluto concludere il suo viaggio a Metz, terra contesa per lungo tempo fra Francia e Germania, ma luogo anche città natale di uno dei padri dell’Europa unita – Robert Schuman – ha offerto tracce di speranza. In primo luogo, la necessità della riscoperta delle proprie radici come realtà culturale e storica prima ancora che geografica.
Si tratta di incontri, nel corso dell’evoluzione storica, con diverse etnie e culture. «Una costante – ha detto Leone – risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del “Vecchio Continente” nel “Nuovo Mondo”, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano».
Il modello di san Benedetto e dei monaci
D’altra parte, nel riferirsi al contributo cristiano in questa parte di mondo, il papa ha scelto di proporre il modello di san Benedetto, «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà», come lo aveva definito Paolo VI. Prevost non ha avuto timore di ricordare che «tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe».
Come Schuman e De Gasperi
Dunque, il ruolo cristiano è stato fondamentale nella formazione dell’Europa culturale e sociale e non solo in tempi antichi. Schuman – ma anche De Gasperi – ne è stato un esempio recente, dopo i drammi in pieno “secolo breve”. Profondo anche l’approccio di papa Leone alla questione della “laicità”, che non deve essere limitata al carattere non confessionale delle istituzioni civili. Piuttosto, è necessario che essa contribuisca a una vera collaborazione fra le parti coinvolte in tali processi, «come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto».
La tutela dei diritti umani
E qui non poteva, certo, mancare un riferimento a quei valori che, come recita il Preambolo del Trattato sull’Unione Europea, costituiscono il fondamento della convivenza civile, cioè «i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto». E questo è possibile, oltre che con la riscoperta delle proprie radici, anche attraverso l’apertura al dialogo e all’incontro con l’altro.
L’incontro e la sfida delle migrazioni
L’Europa, oggi, infatti, si trova di fronte a nuove sfide prodotte da incontri inediti, a causa, soprattutto, dei processi migratori, che richiedono accoglienza e integrazione. Solo da queste premesse si può sperare in una pace duratura a fronte di quella «guerra che è riapparsa anche in Europa»: inutile strage, come già recitava Benedetto XV nel 1917. Infine, il papa nord americano sembra aver voluto rispondere anche a Donald Trump, presidente del Paese che gli ha dato i natali, senza citarlo: «Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi».
Speranza per le nuove generazioni
Analisi e prospettive da vero statista capace anche di disegnare strade di speranza per le nuove generazioni che guardano con grande timore al futuro e che, invece, sono chiamate a costruire tempi di pace. Leone XVI, in volo per Roma, ha affermato di non essere un politico ma sta dimostrando di essere una voce credibile e chiara in un mondo sempre più “caoslandia”.
