Dagli schiavi ai profughi, tra passato e futuro

Una storia dell’umanitarismo internazionale e dei suoi effetti nel mondo contemporaneo. Il libro di Silvia Salvatici, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e in altri istituti italiani ed esteri 
umanitario

Oggi l’umanitarismo è sempre in prima pagina. Con quello che succede tra guerre, migrazioni ed emergenze varie, le onlus, la cooperazione, i governi e le organizzazioni internazionali sono in continua fibrillazione. E mobilitazione. Ma chi sono questi “eroi del nostro tempo”, come li vede romanticamente la gente? Che fanno? Cosa li spinge? Come mai sono così numerosi, attivi, presenti? Le sigle internazionali per gli aiuti umanitari sono decine, forse centinaia, e aumentano. Ma quando è iniziato tutto questo? E come si è sviluppato in modo tanto gigantesco?

 

Finora non c’erano risposte esaurienti, nessuno aveva scritto una storia della solidarietà umana e dei suoi effetti nel mondo contemporaneo. Ora la lacuna è stata colmata da un’illustre storica italiana, Silvia Salvatici, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e in altri istituti italiani ed esteri. Nel nome degli altri. Storia dell’umanitarismo internazionale (Il Mulino 2015) è il titolo del libro, che arriva dopo oltre 20 anni di studi dell’autrice sui percorsi e le problematiche dell’umanitarismo. L’abbiamo intervistata su temi e risvolti sollevati dal suo interessante e documentatissimo volume.

 

Il suo libro racconta la storia dell’umanitarismo dalla lotta antischiavista del XVII-XIX secolo alle emergenze umanitarie del 2000. Non crede che manchi un’ultimissima parte, sulle attuali migrazioni di massa?

   «Il mio volume offre un rapido sguardo sulle trasformazioni del regime umanitario internazionale che hanno avuto luogo dopo la fine della guerra fredda. Trasformazioni ancora in corso, e che senza dubbio vengono ora determinate pure dal repentino aumento del numero dei profughi in arrivo in Europa. Il fenomeno non è certo nuovo, ma recentemente ha assunto connotati specifici, e le istituzioni ne devono tener conto per dare una risposta adeguata a uomini e donne in cerca di protezione e assistenza. Dunque quanto sta accadendo in questo periodo costituisce senza dubbio un capitolo importante per una futura storia dell’umanitarismo internazionale. Ma non so se sarò io a scriverla».

 

Lei come vede il futuro del rapporto fra migrazioni di popoli e organizzazioni umanitarie? Cosa deve cambiare, o espandersi, o svilupparsi?

   «Credo che debba in primo luogo rafforzarsi la coscienza collettiva delle più profonde ragioni politiche, sociali e culturali del problema dei profughi, che spesso viene invece percepito e rappresentato come un’emergenza dovuta a una congiuntura temporanea, destinata a esaurirsi col superamento della “crisi”. Ricollocare la fuga di uomini e donne nello scenario globale e leggerne le motivazioni più complesse costituisce a mio avviso una condizione necessaria per sostenere un impegno delle organizzazioni umanitarie che non si limiti all’erogazione degli aiuti, necessaria ma non sufficiente».

 

Il suo lavoro è illuminante circa le origini e gli sviluppi dell’umanitarismo: schiavismo, colonialismo, guerre dell’800 e del primo ‘900. Finora questi aspetti non erano stati abbastanza esplorati. L’umanitarsimo appariva figlio dell’ultimo ‘900.

   «Gli storici sono rimasti a lungo assenti dal dibattito di politologi, giuristi e studiosi di relazioni internazionali sull’umanitarismo internazionale. Ma negli ultimi anni il lavoro di ricerca su questo argomento si è notevolmente accresciuto. Però la maggior parte delle ricerche è stata pubblicata nel mondo anglosassone, in Italia il tema è ancora poco frequentato».

 

Nel libro Lei parla delle cosiddette guerre umanitarie? Cosa pensa al riguardo?

   «Nel 1992, conversando con un giornalista Rony Brauman, già presidente di Medici Senza Frontiere, una delle figure più autorevoli dell’umanitarismo internazionale, ha dichiarato: “Gli aiuti umanitari sono necessariamente integrati nell’economia generale della guerra, questo è di per sé evidente. Il paradosso è che l’umanitarismo esiste attraverso la guerra, è nato dalla guerra e nello stesso tempo non ha niente da dire né a favore né contro di essa”. Brauman diceva questo rispondendo a una domanda sulla situazione in Bosnia, ma intendeva dare alla sua affermazione un valore più generale. E con questo valore le parole di Bauman da un lato sono una chiave di lettura per il passato dell’umanitarismo: ricordiamoci che la Croce Rossa Internazionale nasce non per contrastare il ricorso alle armi ma per umanizzare la guerra. Dall’altro lato l’osservazione di Bauman ci esorta a riflettere sulle contraddizioni del nesso fra guerra e umanitarismo, come ci viene oggi presentato nel dibattito sulle nuove ipotesi di intervento militare».

 

Lei ha lavorato pure come cooperante. Come ha influito l’impegno umanitario sull’attività di studiosa e docente? Ci parli di un suo ricordo.

   «Nel mio percorso di formazione l’attività di cooperante è stata una tappa fondamentale: ho maturato “sul campo” gli interrogativi che ho portato con me quando sono tornata al mestiere di storica. E questo credo sia stato importante non solo per la ricerca – senza l’esperienza nei Balcani non avrei scritto il libro sui profughi nel secondo dopoguerra (Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra, Il Mulino 2008: n.d.r.) né il volume sull’umanitarismo internazionale – ma anche per l’insegnamento, perché agli studenti interessa molto guardare al passato partendo dai problemi del presente. Non ho un episodio specifico da raccontare, ma porto con me un ricordo molto vivo dei volti e delle storie delle persone che ho conosciuto. Grazie a questo ricordo svolgendo le mie ricerche mantengo la consapevolezza che alle statistiche, ai nomi dei programmi, al numero dei campi corrispondono uomini e donne, con la loro sofferenza e la loro forza».

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