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Il cristiano non può odiare, neanche sui social

Anche i like alle campagne di odio sui social sono un male diffuso che chiede una conversione profonda. Intervista al vescovo Ambrogio Spreafico

Il messaggio è stato lanciato, e ripreso dai media, durante l’omelia delle Ceneri pronunciata dal vescovo della  diocesi di Frosinone Veroli Ferentino. Siamo andati a trovarlo per approfondire il tema con un’intervista

Monsignor Speafico, da dove nasce questo suo monito sui ‘like’ agli insulti?
Dal fatto che oramai viviamo in un clima di costante rabbia, dove l’insulto viene facile così come il giudizio che lo precede, non più frutto di approfondimento e discernimento, ma atto istintivo e superficiale. Sui social questo è tristemente evidente e dilagante e così facendo si rinuncia a capire.

Quindi un ‘like’ a un insulto diventa un peccato da confessare?
Gesù disse che chi dice all’altro che è un pazzo, brucia nelle fiamme dell’inferno. Il cristiano non può odiare, anche nelle parole. Del resto confessiamo i nostri peccati in “parole, opere e omissioni”. Chi mette un like a un insulto si rende complice delle parole che insultano, quindi commette anche lui/lei un peccato.

Qual è il lato positivo della rete e dei social?
Le connessioni ci aiutano a comunicare in tempo reale anche con persone molto distanti da noi, sono strumenti che – se ben usati – facilitano molti aspetti della nostra vita.  Ma esiste la tentazione dell’Io che contrasta con il Noi dell’essere Chiesa e anche dell’esistere come società di donne e uomini che si incontrano nella vita reale e non solo in quella virtuale. I social in particolare sono a volte vetrine di protagonismo con i selfie ad esempio, così come gli haters costruiscono gogne digitali per chi è di volta in volta preso di mira. Per questo bisogna stare attenti ad attivare il nostro ditino sul ‘mi piace’. Allo stesso modo dovremmo verificare le notizie prima di condividerle, questo arginerebbe l’altro penoso fenomeno delle fake news.

Di che cosa avremmo bisogno per migliorare la nostra “vita digitale”?
Forse di quello che questi sistemi non offrono, o quantomeno offrono ma in modo distorto: il tempo. L’immediatezza del click e la logica dell’always on non sembrano avere sdoganato il tempo della fretta, dove tutti corrono e reagiscono, ma sembra che poco pensino e si documentino. Insomma un sano ritorno al digiuno, ora che siamo in Quaresima, anche all’uso/abuso di certi strumenti, ma soprattutto di certe modalità che favoriscono risposte istintive e non ponderate (e senz’altro più moderate). Penso alla famiglia, in quanti genitori sono ancora disposti a lasciare ai propri figli il tempo per crescere, il tempo per sbagliare e poi il tempo per capire. Non abbiamo tempo, o lo usiamo male e in maniera distratta anche grazie ai nostri inseparabili dispositivi mobili. Una parola giapponese “Hakikimori” viene usata per descrivere i ragazzi segregati nelle camere “in disparte”, sempre on line! Non lo vedo come un bel futuro per il mondo.

Il cyber bullismo è un problema serio, cosa ne pensa?
In generale stiamo vivendo in una società dove la violenza è esibita, quasi a dire “esisto perché esercito una violenza, annullo la dignità dell’altro” (che poi pubblico in un video ndr), quindi un atteggiamento distruttivo delle relazioni, un’espressione di idolatria dell’io che sta allontanando gli altri, soprattutto per paura. Ai giovani e agli educatori, che sono i protagonisti di queste storie, direi prima di tutto che chi esercita un tale odio anche sui social esprime il vuoto di una solitudine che è autodistruzione, dell’Io e del Noi. Si tratta spesso di un’estroversione delle proprie insoddisfazioni e paure, un fenomeno che preoccupa, non solo online. Poi li inviterei a operare una rivoluzione del linguaggio, dentro e fuori le reti, una rivoluzione in nome della gentilezza e della cortesia per ribaltare completamente il clima, dalla paura alla fiducia e all’accoglienza dell’altro. Perché siamo esseri sociali, esistiamo nella relazione.

A proposito di accoglienza, non viviamo tempi facili se pensiamo al fenomeno migratorio..
Si stima che nel 2050 ci saranno circa 200/300 milioni di rifugiati ambientali, chiaramente l’Europa deve interrogarsi e agire di conseguenza ricordando i suoi antichi fasti coloniali e quanto da queste terre è stato preso per la ricchezza delle proprie nazioni. Se c’è così tanta gente che soffre e bussa disperata alle nostre porte come possiamo dirci felici? Certo, non potremo accogliere tutti, ma un piano europeo e planetario è necessario!

 

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