Crisi del lavoro da coronavirus

Dove regnava l’impiego informale, oggi dilaga la disoccupazione. La pandemia non è venuta da sola
Protesta di lavoratori a San Paolo, Brasile, 1 luglio 2020. (AP Photo/Andre Penner)

Quando la sera del 15 marzo le autorità del Cile hanno disposto la chiusura delle scuole e delle università, dei centri commerciali, gli assembramenti e le misure di distanziamento personale, mentre smontavano i loro stand, nella mente di vari membri del gruppo di artigiani dell’Outlet Peñuelas di Coquimbo, nel Nord del Paese, cominciava già a farsi spazio l’idea di come arrivare alla fine del mese senza un lavoro. Una settimana dopo, Francisco, che con la moglie, Tamara, vende dolciumi, aveva già cominciato a caricare l’auto di frutta e verdura per offrirla nel suo quartiere. Con le tre figlie, tutte esperte nell’uso del pc, hanno disegnato un volantino indicante generi, prezzi e whatsapp per le richieste a domicilio. «È la prima cosa che mi è venuta in mente, perché se la gente resta a casa, qualcuno deve procurare loro questi generi necessari». Mascherina fai da te, guanti, vari spruzzatori di alcol, borse di plastica ed oggi i due sono venditori a domicilio. «Non è lo stesso che vendere dolciumi, ma ce la facciamo, in casa siamo cinque» mi dice.

Fernando non ha avuto la stessa idea, né la stessa prontezza di riflessi. Vendeva saponi e dolci fatti in casa. Ha provato a smerciare pizze, ma senza successo. Oggi i genitori lo aiutano a racimolare le entrate strettamente necessarie. Lucia, invece, vendeva bigiotteria e la stagione estiva era andata proprio bene. «Avevo una riserva e ho sospeso tutto tra marzo e aprile, ma da maggio sto vendendo on line i miei prodotti. Non è lo stesso ma con la pensione riesco a mettere insieme quanto basta». Mentre me lo racconta, bussa al campanello un venditore di terra per le piante, 10 minuti dopo si sente il megafono di un furgone con prodotti per le pulizie, poi quello del camioncino che vende i Berlín (una sorta di zeppole fritta, ripiena di crema o dulce de leche). Ovunque, non manca mai chi bussa solo per chiedere una goccia di solidarietà, che nessuno tra i vicini nega loro. Lucia sfodera un sorriso e, mantenendo la distanza, dona un chilo di riso ed augura buona fortuna. «È così ogni giorno, ma a tutti diamo almeno un sorriso, se non possiamo comprare qualcosa. L’offerta la decliniamo con gentilezza». Molti troveranno un piatto caldo presso qualcuna delle parrocchie, cattoliche e non che in Cile stanno muovendo beni e cuori. Lucia e i vicini hanno formato un gruppo di whatsapp nel quale fanno circolare di tutto, dalle offerte di lavoro alla consegna di cibi a domicilio: questa domenica la promozione era doppia porzione di lasagna per 7 euro, 4 porzioni per 10.

Di storie del genere ne potremmo descrivere a decine. In Cile, Argentina, Perú, nel resto dell’America Latina, come non mai, è l’ora dell’arte di arrangiarsi. E non è una novità, anzi. Prima della pandemia, il 30% dei lavoratori cileni era nell’informalità: lavori stagionali, vendita ambulante, attività saltuarie, produzione a domicilio di cibi o di detersivi… La lista di attività è infinita. Oggi è difficile stabilire dei numeri precisi. Gli ultimi dicono che 2 milioni di lavoratori cileni hanno perso il loro impiego. Ma il caso cileno non è certo il più drammatico: in Perù il 50% dei lavoratori vive nell’informalità, il 48% delle famiglie della Colombia dipende da entrate informali, in Brasile il 41% e in Argentina si arriva al 50%. Nel 2019, l’Organizzazione mondiale del lavoro (Oil) stimava in 140 milioni i lavoratori informali in America Latina e Caraibi. Oggi l’Oil stima che 47 milioni di persone hanno perso il lavoro in America Latina.

Lavoro informale significa tante cose nei Paesi in via di sviluppo, tra queste quella di non avere accesso al sistema di protezione sociale che dispone in generale di risorse scarse pensate per sostenere i casi di estrema necessità, ma non l’ondata di licenziamenti che si sta verificando, mentre il numero di casi di Covid-19 nella regione ha superato quelli dell’Europa. Come affrontare una emergenza di tali proporzioni? La pandemia ha reso evidente un dato di fatto: il mondo è davvero un villaggio globale, l’umanità è davvero una famiglia. Nessuno uscirà da questo tunnel da solo. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, segnala che l’America Latina ha bisogno di «una grande solidarietà della comunità internazionale, soprattutto dei Paesi del nord, dei Paesi sviluppati» per consentire di ridurre l’impatto di una crisi economica che la Cepal, l’agenzia economica dell’Onu per la regione, considera come la peggiore della storia.

In questi momenti di emergenza, il primo gesto generoso potrebbe essere allora quello di sospendere i pagamenti del debito estero di questi Paesi, il che liberebbe risorse importanti.  Una occasione per tendere la mano a chi sta ancora cercando di appianare una curva che continua a crescere. Una mano solidale, non quella di un creditore che vuole riscuotere.

 

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