Cosmo visioni

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Platone e Aristotele, i due grandi filosofi dell’antichità, sono morti da circa duemilatrecento anni e qualcuno sostiene che in questo periodo il pensiero umano non ha fatto altro che commentare le visioni di questi giganti. Effettivamente non sono molti i pensatori che hanno avuto l’ardire e la capacità di elaborare una descrizione del mondo completa, proponendo cioè una spiegazione coerente (e convincente!) del funzionamento e del significato del cosmo, uomo compreso. Una spiegazione capace di chiarire anche il rapporto tra uomini e dei. Come affermava Cicerone, infatti, non c’è popolo alcuno così rozzo e feroce, il quale, sebbene ignori qual Dio si debba adorare, pure non ne veneri alcuno. L’impresa ha ricevuto una spinta decisiva dall’irrompere nella storia di Gesù di Nazareth: in lui, Dio si rivela come amore. Cercatori della verità La domanda religiosa non è un pezzetto più o meno grande della nostra vita; essa investe la totalità dell’esperienza della persona e incide su tutti gli altri aspetti. Cerca di rispondere alle domande su cui si interroga ogni uomo: significato della vita, del dolore e della morte, motivazioni e valori, natura della storia e del progresso. Con la venuta di Gesù, la ricerca della verità ha ricevuto un’ulteriore e decisiva spinta. Tra i grandi pensatori che hanno vissuto in prima persona questa ricerca, a cavallo tra il quarto e il quinto secolo dopo Cristo incontriamo Agostino, teologo, pastore d’anime e vescovo della città di Ippona nell’Africa romana. La sua vita intensa sembra il resoconto della sua famosa frase: Ci hai creati per te e inquieto è il cuor nostro, finché non riposa in te. Vissuto al tramonto del mondo classico, tra eresie e invasioni barbariche, pone le fondamenta di quell’Europa cristiana che nasce sulle ceneri dell’Impero romano scrivendo opere che rappresentano un monumento di sapienza per suscitare verso Dio l’intelletto e i sentimenti degli uomini . È il maggiore tra i Padri della Chiesa latina. Quasi mille anni dopo, in pieno Medio Evo, Tommaso d’Aquino nella sua monumentale opera integra il patrimonio culturale greco con il messaggio cristiano, mostrando come la beatitudine dell’uomo, unico nel creato, sia quella di poter incontrare Dio faccia a faccia tramite la conoscenza offerta da ragione e Rivelazione (fide illustrata). In questo modo è possibile conoscere Dio, l’uomo e il creato. Su specifiche questioni cosmologiche, invece, Tommaso puntualizza che si fa un torto alla fede quando si affermano o si condannano in suo nome alcune cose che non sono di sua competenza . Un genio in movimento è stato definito, uno spirito costantemente attento nella ricerca della sapienza, inesorabile difensore e amico della verità, perché la verità non si manifesta mai meglio che resistendo a coloro che la contraddicono e rifiutandone gli errori . Da allora Tommaso è il maestro della fede e il dottore per eccellenza della Chiesa cattolica. Cercatori della conoscenza È un gran libro la stessa bellezza del creato… Grida verso di te il cielo e la terra: io sono opera di Dio scriveva Agostino. I Padri della Chiesa hanno sempre riconosciuto che la prima manifestazione offerta da Dio agli uomini, semplici e dotti, è la natura creata. Questo ne ha favorito e reso possibile lo studio. Alla fine del Cinquecento è Galileo il primo a stabilire la necessità e le modalità di un’osservazione diretta, precisa e ripetuta dei fenomeni, riservata però agli specialisti, in quanto materia per scienziati, non per teologi . Infatti il Libro della natura è scritto nel linguaggio della matematica… e può essere letto solo da coloro che conoscono tale linguaggio. Per la prima volta quindi lo studio della natura viene distinto dalla riflessione di teologia e filosofia, anche se non ci può essere contraddizione tra i risultati, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio. Mentre muore Galileo, nel 1642, nasce Newton, il genio che sintetizza le intuizioni di Galileo in un’unica teoria matematica capace di spiegare fenomeni apparentemente non collegati tra di loro, sulla Terra come nelle stelle più lontane. Sul palcoscenico di uno spazio e di un tempo fissi ed assoluti, il grande scenario del cosmo viene imbrigliato da leggi e costanti universali, comprensibili e misurabili dall’uomo sulla base dell’osservazione sperimentale. Newton è l’ultimo dei maghi, come lo ha definito qualcuno per i suoi interessi di alchimia.Ma le sue scoperte scientifiche danno inizio ad un lungo periodo in cui alla clamorosa capacità della scienza di prevedere e controllare una massa crescente di fenomeni, fa riscontro una progressiva ritirata della teologia, inutile in quanto l’ipotesi Dio non è più necessaria. Alla ribellione della ragione contro la fede contribuisce anche la divisione della Cristianità e lo scandalo della guerra che nel Seicento vede principi ed eserciti cattolici e protestanti scannarsi tra loro, devastando per trenta anni l’Europa e massacrandone le popolazioni. Su questa via, negli anni successivi la filosofia, con Cartesio e soprattutto con Kant, mette in discussione e ridefinisce i fondamenti del sapere e gli ambiti validi della conoscenza, vedendo nella ragione l’unico strumento a disposizione dell’uomo, con le sue potenzialità e i suoi limiti. Una spinta ulteriore per la separazione tra conoscenza scientifica e religione la dà poi Darwin che nel corso dell’Ottocento riesce a spiegare la varietà delle specie presenti sulla Terra senza far ricorso ad un Dio creatore, ma solo grazie all’azione della selezione naturale operante sulle variazioni che appaiono casualmente nel corso delle generazioni. L’uomo stesso è incluso, come tutti gli animali, nella discendenza da antenati vissuti in epoche remote sulla Terra. Da qui in poi il paradigma dell’evoluzione entra in moltissimi ambiti non solo della scienza, ma anche della società umana, contribuendo prepotentemente alla laicizzazione del pensiero e dell’azione quotidiana. Nel secolo scorso, infine, Einstein con la teoria della relatività rivoluziona la comprensione scientifica e filosofica dell’universo mostrandocelo come un unico spazio-tempo a quattro dimensioni, curvato dalla presenza delle masse. Nell’ultima parte della sua vita cerca invano di conciliare la sua visione del mondo macroscopico con la meccanica quantistica che descrive invece il comportamento del mondo micro- scopico; questa nuova meccanica sconvolge i fondamenti della scienza, colpendola proprio nella presunta capacità di prevedere e conoscere tutto con precisione. Confessando la sua sconfinata ammirazione per la struttura del mondo che la scienza ha fin qui potuto rivelare , Einstein, che non crede in un Dio personale, riflette comunque sul fatto che ciò che ci dovremmo aspettare, a priori, è proprio un mondo caotico del tutto inaccessibile al pensiero. E invece lo scienziato si trova di fronte ad un alto grado d’ordine del mondo oggettivo… È questo il miracolo che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze. È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo degli dèi, ma anche dei miracoli. Verso una nuova unità? Lo spogliamento del mondo da dèi e miracoli è continuato dopo Einstein. D’altra parte la scienza fa il suo mestiere, in quanto usa un metodo che non può vedere e capire altri ambiti di conoscenza ed esperienza se non quelli sperimentali. Per questo la ricerca va rispettata nella sua libertà ed autonomia. Dall’altra parte la riflessione credente, di fronte agli impetuosi sviluppi della scienza, sembra a volte in affanno e costretta ad inseguire, ma non sono mai mancate nei secoli le grandi figure capaci di visioni globali. Nel milleottocento Newman, teologo inglese, filosofo e infine, dopo il passaggio dalla Chiesa anglicana a quella cattolica, cardinale, nelle sue riflessioni abbraccia un vastissimo orizzonte. Coerente fino in fondo nel suo amore per la verità, prima di tutto la verità , affronta le principali questioni filosofiche e teologiche del suo tempo, anticipando alcuni dei temi e degli sviluppi di pensiero che si sarebbero delineati compiutamente solo nel secolo successivo. Rivendica tra l’altro la necessità di lasciare la scienza libera nella sua ricerca: Per la religione la libera espressione di pensiero non è mai pericolosa, spesso è utile. Ma per la scienza essa è assolutamente necessaria. Allo stesso tempo si interroga sul rifiuto del cristianesimo da parte di tanti, sostenendo che il vero motivo dell’incredulità non è una difficoltà dell’intelligenza, ma un difetto del cuore, una segreta avversione per i contenuti della Bibbia. Agli inizi del Novecento, Florenskij, scienziato multiforme, filosofo e prete ortodosso inghiottito dal Gulag staliniano, ansioso di una sintesi tra spiritualità e cultura universale, tra fede e pensiero laico, si sforza di far confluire l’intero insegnamento della Chiesa in una visione filosofico-scientifica e artistica del mondo. Di far convivere cioè verità, sapere scientifico e mistero. La ricerca di una visione integrale della conoscenza la persegue sia con la sua intelligenza, abbattendo i rigidi confini tra i saperi e le discipline, sia con la sua storia personale dove convivono in armonia scienza e vita, contemplazione e azione. Florenskij ci ricorda con forza che ogni uomo è unico e non può essere diviso in sé stesso. Deve quindi conciliare in qualche modo dentro di sé la visione scientifica e culturale che ha del mondo con le proprie convinzioni filosofiche e religiose, le necessità affettive con l’esigenza di dare un senso alla propria vita. Una ricerca che non finisce mai. Dunque il problema non è tanto la scienza in sé stessa, quanto la responsabilità del singolo uomo, del singolo scienziato. Un esempio significativo di questa responsabilità è il dibattito in corso oggi tra scienziati e filosofi sul futuro della scienza. Dopo aver deposto l’uomo dal vertice della creazione e averlo relegato nell’angolo remoto di una insignificante galassia dell’universo, ma anche dopo aver cambiato in meglio tanti aspetti della nostra vita quotidiana, le scienze, soprattutto quelle biologiche, sono di fronte ad una nuova prospettiva. La teoria dell’evoluzione ritiene ormai di poter spiegare molto bene quello che è successo negli ultimi seicento milioni di anni, anche se è ancora in difficoltà con l’inizio della vita miliardi di anni fa e la conseguente formazione degli esseri viventi. Negli ultimi anni, insieme a neuroscienze e scienze cognitive, ha iniziato ad esplorare con successo l’ultimo campo rimasto finora dominio esclusivo di filosofia e religione perché specifico dell’uomo, quello che comprende sentimenti, volontà, coscienza, responsabilità, religione, intelligenza ecc. A questo punto, però, gli scienziati si sono divisi: c’è chi ritiene che la scienza debba ormai fare tutto da sola soddisfacendo anche il bisogno della gente di avere risposta ai perché di dolore, amore, timore ecc. Deve cioè sostituire la religione, fornendo risposte rigorose e oggettive perché basate sulle attuali conoscenze scientifiche. In questo modo si supererebbe anche la diffidenza di tanta gente per la scienza, che spesso nei suoi risultati va contro le aspettative del buon senso. Altri scienziati, forse la maggioranza, sono spaventati da questa prospettiva e temono che se la scienza diventa una sorta di nuova religione provocherà solo rigetto e scontro frontale. Molto meglio far rientrare il tutto nei limiti di una semplice teoria scientifica, presentandola come tale. Tra i filosofi della scienza c’è anche chi, infine, auspica presto una evoluzione delle religioni secondo la logica darwiniana. Di fronte a queste sfide c’è l’esigenza di una nuova sintesi all’altezza dei tempi. È un’esigenza avvertita in particolare da chi crede che la conoscenza raggiunta attraverso molte vie dalla ragione non sia in contraddizione con la conoscenza offerta dalla Rivelazione alla ragione credente. Si può cercare allora di umanizzare la scienza. Oppure si può proporre che, dopo essersi separate e combattute, le varie discipline tornino a dialogare, questa volta però in spirito di servizio per offrire all’uomo quell’unità del sapere che reclama. Si può auspicare infine che, dopo ottocento anni, sorga un nuovo Tommaso, capace di quella sintesi iniziata da Florenskij. Ma in tempi in cui l’umanità sperimenta faticosamente nuovi modi di comunicare in rete per costituire un unico villaggio globale, o meglio un’unica famiglia umana, la risposta giusta potrebbe essere un’altra: non un solo Tommaso, ma più di uno, due o più insieme. Persone che cercando una nuova unità del sapere, sappiano prima di tutto vivere la comunione tra di loro. Comunione di conoscenza e di vita, di intelligenza e di amore.

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