Cosa succede davvero in Pakistan?

Fondamentalismo islamico e discriminazione sociale, mentre non aiutano le reazioni occidentali.
Mercato di Lahore in Pakistan
«In Pakistan tutti soffriamo». L’affermazione, disarmante nella sua essenzialità, rivela una lettura della situazione del Paese asiatico ben diversa da quella che spesso i media propinano in Europa. La sua importanza, comunque, sta nel fatto che il commento lo ha fatto una pakistana cattolica, in un convegno a cui ho avuto occasione di partecipare negli ultimi tempi.

È indubbio che la situazione del Paese del sub-continente è tutt’altro che semplice e che il fondamentalismo islamico ha ulteriormente aggravato problemi endemici di povertà, analfabetismo ed instabilità politica, elemento che ha caratterizzato il Pakistan fin dalla Partizione dall’India o, se si vuole, dalla morte del padre della patria, Jinnah, avvenuta nemmeno un anno dopo l’indipendenza.

È indubbiamente tutt’altro che facile, per gli stessi pakistani, leggere l’evoluzione socio-politica degli ultimi due decenni; troppi gli elementi interni ed esterni che si sono intersecati a vicenda.

 

Crisi senza sbocchi

 

Senza dubbio, come diceva la rappresentante pakistana, il Paese soffre oggi una crisi che non vede una via di uscita. La stessa stragrande maggioranza musulmana è oggetto delle violenze da parte delle frange estremiste. Lo dimostra la morte del governatore del Punjab, Salman Taseer, ucciso per aver auspicato la modifica delle controverse leggi sulla blasfemia ed aver preso posizione a favore di Asia Bibi, la donna cristiana accusata di questo crimine. A quella dell’amministratore musulmano ha fatto seguito l’uccisione del ministro cristiano Bhatti.

Senza dubbio, la comunità cristiana vive sulla propria pelle le discriminazioni che ogni minoranza si trova a dover affrontare a qualsiasi latitudine e contesto. Ma il problema non è solo religioso, anzi non lo è fondamentalmente.

 

Discriminazione sociale

 

Esiste, infatti, una discriminazione sociale, anche questa per niente tipica solo del Pakistan. I cristiani, quasi tutti provenienti dagli strati più umili della società, sono vittime innanzitutto di questo tipo di sperequazione. Se poi la posizione sociale si identifica con un’altra religione, la questione si complica ulteriormente. Ma è necessario essere attenti a non identificare il fenomeno solo come una persecuzione religiosa o, per lo meno, ridurlo ad essa.

Inoltre, e questo spesso non lo si nota abbastanza, non sono solo i luoghi cristiani ad essere attaccati. Molto più spesso, terroristi suicidi, o semplici bombe, mirano alle moschee, a edifici di culto islamico, a obiettivi militari e del governo con conseguenze ben più gravi, anche per il numero di persone che le affollano. La stessa legge contro la blasfemia, voluta dalle frange più intransigenti, non è diretta solo contro i cristiani. Lo dimostra il fatto che la maggior parte degli accusati è di fede musulmana.

 

Reazioni internazionali

Qui il problema è, a volte, rappresentato dalla reazione dell’opinione pubblica internazionale e degli stessi governi, in nome dell’osservanza dei diritti umani. Tuttavia, ora con la situazione di Asia Bibi assurta a istanza internazionale, è difficile per la sensibilità locale, legata a complessi equilibri legali, religiosi e politici, trovare una soluzione di compromesso in una battaglia diventata scontro Occidente-Islam.

Come spesso accade, sfuggono in Occidente queste sottigliezze che hanno tuttavia un’importanza fondamentale, soprattutto per coloro che rischiano di essere vittime di discriminazioni. Spesso il silenzio ufficiale, accompagnato da una attività diplomatica efficace, può essere ben più fruttuosa di schiamazzi mediatici in favore dei diritti umani dei quali, nel mondo tutti lo sanno, i Paesi occidentali, spesso i maggiori fornitori di armi, non sono davvero un esempio.

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