Coronavirus, emergenza in Spagna

Fino a ieri la Spagna era il terzo Paese al mondo con più contagiati dalla pandemia del Covid-19, ma gli Stati Uniti hanno superato gli oltre 33 mila casi del Paese iberico. Mantiene però il terzo posto per numero di decessi dopo Italia e Cina
AP Photo/Emilio Morenatti

Il primo caso trovato in Spagna si è evidenziato il 31 gennaio; era stato il Centro nazionale di microbiologia a confermare che nell’isola La Gomera, nelle Canarie, un cittadino tedesco era stato ricoverato e isolato con i sintomi della malattia. Lui e i suoi quattro amici turisti erano stati a contatto in Germania con una persona già diagnosticata.

Il paziente è stato dimesso il 14 febbraio dopo che la seconda prova per accertare la malattia si era rivelata negativa. Un giorno prima, nella penisola, nei presi di Valencia, era morta la prima persona a causa del coronavirus, ma solo più tardi se ne sarebbe saputa la causa, quando è stata eseguita l’autopsia. In effetti, la prima morte registrata è stata registrata a Barcellona il 26 febbraio, una donna italiana di 36 anni che da poco era tornata da un viaggio a Milano.

Già a fine febbraio c’erano segni sufficienti che avrebbero consigliato di prendere misure adeguate per fermare la diffusione del virus, eppure solo il 10 marzo è stata decisa la prima di una serie di provvedimenti: la sospensione di tutti i voli con l’Italia. Cinque giorni dopo, con l’entrata in vigore dello stato di allarme, con la popolazione confinata a casa, si è registrata il primo grande aumento di vittime: 152 persone. E poi, una progressione quasi aritmetica che somiglia molto alla curva dell’evoluzione del contagio in Italia.

Il 23 marzo, la cifra più alta: 462 morti. Nel momento di scrivere queste righe lo stato dell’infezione si traduce in 33.089 contagiati, 2.206 morti e 3.355 guariti. Nel controllare la diffusione del virus ora si riconoscono certi errori. Non è stato certamente una buona decisione quella di chiudere le scuole e le università solo il 12 marzo. In quei due giorni prima di dichiarare lo stato di allarme tante persone sono letteralmente fuggite da Madrid e altre grandi città, non consapevoli di portare il virus in tutta la geografia spagnola. La provincia di Cuenca, che fino a quella data non aveva registrato nessun caso, ha comunicato allora il primo contagio: un deputato rappresentante della provincia nel parlamento nazionale.

Con la gente confinata e le forze di sicurezza, incluso l’esercito, che controllano e disinfettano le strade e altri luoghi pubblici, si cerca di contenere l’infezione di massa. Nonostante tutto, c’è chi, per mancanza d’informazione o di responsabilità, ignora l’obbligo di restare a casa. Secondo le dichiarazioni del ministro degli interni, Fernando Grande Marlaska, nella prima settimana di confinamento sono state emesse oltre 31 mila multe.

Ci sono pero quelli che per mantenere una certa normalità devono continuare a lavorare. E poi gli imprescindibili: il personale sanitario. Sono questi a sopportare la parte più cruda della pandemia. Un articolo pubblicato dalla giornalista Ana Moreno riporta il caso di una medico che afferma: «È l’esplosione di una malattia sconosciuta che ha completamente saturato i servizi sanitari. Ci sono molte persone infette a casa loro che sembrano migliorare e il settimo giorno peggiorano molto e devono essere ricoverato di nuovo. E poi tanti poco sintomatici o asintomatici che infettano altri».

Questa stessa medico, poi, vive in casa sua un vero dramma: le sue due sorelle sono anch’esse medici, una lavora in terapia intensiva e l’altra isolata nella sua stanza perché sospettata di aver contratto il virus; i genitori già ottantenni hanno una salute molto debole e dunque tutte e tre vivono con l’ansietà di non contagiarli. Un panorama certamente brutto a cui solo si può far fronte se si scopre «il virus nascosto nel coronavirus», così titola Moreno il suo articolo volendo, per mettere in luce la grande solidarietà scatenatasi nell’ultima settimana.

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