Il coraggio di Hassan il pizzaiolo

Dal Mali all’Italia per sfuggire alla criminalità. Un’integrazione riuscita

Il sole pallido di gennaio illumina il viso sorridente e fresco di Hassan, appoggiato al muro di un condominio. Tra poco festeggerà vent’anni lontano dalla sua gente, i Tuareg, e dalla sua famiglia rimasta nel Mali a pascolare le mandrie nel deserto del Sahara.

Hassan è del popolo berbero dei Tuareg, come tutta la sua famiglia. «Ho due fratelli più piccoli e una sorella più grande di me. Loro sono rimasti là con i miei genitori. Abbiamo molte mandrie di animali, grandi e piccoli, e percorriamo il deserto montando le tende dove troviamo acqua e erba. È una vita meravigliosa, semplice e affascinante. Le nostre abitazioni sono grandi tende, i mezzi di trasporto i cammelli, la ricchezza i rapporti umani che manteniamo nella tribù».

Hassan è giunto in Italia da solo, attraverso l’Algeria, quando aveva appena diciassette anni. Racconta: «Giunto in Libia, ho voluto provare con altri ragazzi a venire in Italia. Sono salito su uno dei tanti barconi: eravamo in 136 e siamo sbarcati a Lampedusa il 26 luglio del 2016».

Poi dalla Sicilia è andato a Napoli, poi a Roma e Milano con soste in campi profughi, ricoveri improvvisati, baracche e finalmente è giunto a Ventimiglia. Qui è ospite in una struttura della Caritas, che gli ha procurato i documenti e anche un lavoro.

Fa il pizzaiolo. Sorride: «Mi piace tanto impastare la farina con l’acqua, aspettare che l’impasto lieviti, stirarlo sul piano, preparare il pomodoro e tutte le altre cose da metterci sopra e aspettare che cuocia. Mi piace imparare le tante cose che si possono fare con le mani».

Ha lasciato il Mali su consiglio del padre che voleva evitare che fosse rapito da gruppi armati vicini all’Isis, fatto guerriero o utilizzato per contrabbando di armi e droghe. Così Hassan con molto dolore ha abbandonato la famiglia. «Siamo un popolo berbero, ci chiamano anche “popolo blu” perché quello è il colore delle lunghe tuniche che indossiamo per ripararci dal caldo e dalle tempeste di sabbia».

Nel descrivermi gli usi e le tradizioni del suo popolo i suoi occhi si illuminano: con tutto se stesso e soprattutto le espressioni del volto, cerca di trasmettermi quanto di più bello e nobile custodisce nei suoi ricordi. «Il mio sogno è poter tornare in Mali fra qualche anno, cinque sei almeno, riabbracciare i miei e tornare a fare l’allevatore. Ora però devo stare qui per evitare di essere rapito e finire con i gruppi armati. In questo posto sto davvero bene, tanta gente mi ha voluto e mi vuole bene. Io da parte mia cerco di ricambiare e di “non fare casini”. Ogni giorno prego Allah che mi aiuti, che mi dia coraggio per crescere buono ed onesto. Lo prego anche per tutti gli italiani che mi aiutano».

Parla perfettamente la nostra lingua, a volte s’interrompe per cercare la parola giusta che esprima meglio un concetto. Sa di vivere dentro una situazione non definitiva, visto che, appena possibile, tornerà in Mali. Hassan qui in Italia sta dando tutto se stesso, in particolare i suoi talenti di pizzaiolo, ad altri giovani che come lui sono qui per sfuggire a fame e guerra. Sta con loro, li incoraggia, li ascolta, sicuro che presto la storia di ciascuno sarà scritta su una nuova pagina.

 

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