“Comprare solo statunitense” conviene?

La ricchezza negli Stati Uniti d'America è cresciuta anche durate la crisi, ma è stata distribuita in maniera diseguale. La posizione di rendita dell’1% della popolazione più ricca non è intaccata dalla politica di Trump. Scatenare una guerra commerciale con gli altri Paesi porterà danni per tutti con effetti incontrollabili

Gli Stati Uniti d’America, o almeno una parte significativa di esse, hanno creduto ad un messaggio semplice: se qualcuno ha visto peggiorare la sua situazione economica, la colpa è degli stranieri, che ci rubano il lavoro o inondandoci di merci a basso prezzo o venendo a prenderselo direttamente qui a casa nostra. Da qui l’invito “comprate americano, date lavoro agli americani”, la sospensione delle trattative commerciali con un gruppo di paesi asiatici, la chiusura delle frontiere. Non sono un sostenitore del libero commercio sempre e comunque, ma quel messaggio mi sembra ingannevole e pericoloso.

Il commercio internazionale può dare, e in molti casi effettivamente dà, vantaggi ad ambedue le parti. Nel caso degli Stati Uniti negli ultimi decenni non si può certo dire che siano stati impoveriti dai rapporti economici intrattenuti con il resto del mondo. Negli ultimi vent’anni (dicembre 1996-dicembre 2016) il reddito pro capite è cresciuto del 36%, da quasi 29.000 a quasi 39.500 dollari annui, e quindi ad un tasso medio di oltre 1,5% all’anno. Ma il tasso di crescita è stato di quasi 2,4% all’anno se ci si limita al decennio dicembre 1996-dicembre 2006, ossia se ci si ferma prima della grande crisi finanziaria (opera della finanza americana, prima che di chiunque altro).

Sono dati che non parlano certo di declino e di impoverimento, ma per capire il disagio delle classi sociali medie e basse degli Stati Uniti, bisogna guardare a come questo abbondante reddito è stato distribuito. O, meglio, a come è stato drammaticamente redistribuito a favore dei più ricchi. Basti pensare che al momento dello scoppio della crisi finanziaria il famoso 1% di ricchissimi riceveva il 23,9% (quasi un quarto!) del reddito complessivo, mentre solo qualche decennio prima questa frazione era inferiore al 10%. Tanto è vero che nel venticinquennio precedente il reddito pro capite di questa categoria privilegiata era aumentato del 176%, mentre quello del quinto più povero della popolazione l’aumento era stato solo del 6%. Per completare il quadro aggiungiamo che il quinto subito superiore a quello più povero nella scala del reddito aveva visto il proprio reddito crescere del 17% e quello successivo del 21%.

Donald Trump
Donald Trump

Lo si sa che il commercio internazionale, anche se complessivamente favorevole ad un’intera nazione, ha degli effetti negativi diretti su una parte della popolazione. Tutto sta, se si vuole davvero che l’apertura delle frontiere vada a beneficio dei propri cittadini, nel prelevare ricchezza da chi ha più beneficiato e spenderla a favore dei danneggiati. Ma questo nell’America di fine XX secolo e inizio XXI secolo non è avvenuto. Anzi, in più occasioni, iniziando da Ronald Reagan e finendo con George Bush, sono stati adottati provvedimenti che hanno alleggerito il carico fiscale proprio sui più ricchi. E così le zone dove il cambiamento dell’economia è stato più violento e la perdita di posti di lavoro più forte, anziché beneficiare di investimenti pubblici in scuole, sanità o infrastrutture, sono sprofondate in un desolante squallore.

Chi ha sofferto di questo stato di cose avrebbe tre avversari con cui prendersela, in aggiunta alla classe politica: il cambiamento tecnologico, a cui pure si deve la perdita di molti posti di lavoro di tipo operaio; le classi più ricche, che si sono prese tutti i vantaggi senza indennizzare gli svantaggiati e senza destinare almeno parte dell’enorme ricchezza accumulata a beneficio di tutti; infine, terzo possibile avversario, le importazioni dalla Cina o dal Messico, insieme ai popoli che le producono.

Con la tecnologia è difficile prendersela, tanto più se le nuove fabbriche robotizzate vengono costruite in siti lontani dai vecchi stabilimenti. Restano gli altri due “nemici”. La bravura di Trump, membro autorevole dell’1%, è stata di dirottare il risentimento verso l’ultima categoria, quella a cui è più facile dare un volto, e per giunta un volto estraneo e ben caratterizzato, per via degli occhi a mandorla o della carnagione olivastra. Con il rischio di scatenare guerre commerciali che, come la storia insegna, finiscono per danneggiare ambedue le parti coinvolte e rinfocolano ostilità che speravamo sopite tra un popolo e l’altro.

L’1%, invece, al di là di qualche attacco durante la campagna elettorale,  può stare tranquillo: nella nuova amministrazione un numero sorprendentemente alto di posti è finito ad esponenti della finanza e del grande business e i primi provvedimenti promettono proprio di favorirne gli interessi.

Non ci resta che sperare in un cambio di rotta della grande America, perché la speranza di un vero miglioramento passa per la condivisione dei frutti del progresso tecnico e organizzativo e per relazioni internazionali sempre più collaborative.

 

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