Come resistere al silenzio di Dio?

Libera/di immergermi/in abissi di dolore senza fine/ per poi risalire/vette incredibili/ di amore. Quando Chiara M. nel suo Crudele dolcissimo amore (1) ha scritto queste righe sospettava che la sua inverosimile discesa e scalata avrebbe interessato tanta gente? Immaginava che sarebbe stata raggiunta da lettere, inviti, ovazioni e perfino da due premi? Sapeva quale vasta rete avrebbe annodato? Ora, sull’insistenza dei lettori, questa donna fragile e forte ha confezionato un nuovo dono – Oscura luminosissima notte (2) – che, anche se può considerarsi la continuazione del primo libro, è un’opera a sé stante che l’amica Cinzia Th. Torrini ha voluto corredare con un toccante film (3). Il valore di quanto Chiara M. racconta non sta in ciò che le accade, ma nel come lei accetta e trasforma i fatti di ogni giorno. Il Socio Nell’ossimoro del titolo è il paradosso di un’esperienza sacra È lì, in quel nulla, io trovo il tutto che è lui. Il libro è una porta aperta: ti trovi nell’intimità di una casa, senti il dialogo amoroso e talvolta conflittuale tra due innamorati. Di voci ne senti una, ma capisci che l’Altro è presente. Anche se il corpo di lei ha una malattia che la mangia giorno dopo giorno, Chiara non molla. Non si lascia scappare nessuna occasione per parlare con lui. Le frasi non sono parole prese in prestito dalle preghiere e non c’è un pelo di autocommiserazione, di promesse eroiche, di attesa di miracolo: è vita di tutti i giorni con gli alti e i bassi di due che si formano insieme. Ma accade ciò che nessuno si sarebbe aspettato: l’Altro, il Socio, si assenta. Colui che sosteneva il dialogo, lo scopo e la causa del dialogo stesso, ora non c’è. Come la donna del Cantico, la vedo perdere il suo centro, andare per colli e valli, in cerca dell’Amato, toccare il fondo dell’abisso dove scompare la traccia di ogni luce. Rivedo la sagoma di una figura in piedi all’ombra di una croce senza nome. Non ha più lacrime. Il suo grido non è sufficiente per oltrepassare il deserto del mondo. Sola. Ma come faccio a resistere al tuo silenzio? Vorrei nascondermi come un riccio, o come un cucciolo ferito, agli sguardi della gente. Non so però dove. Anche il lettore è ammutolito. Chiara allora, dimentica di ogni sua angoscia, lo prende per mano e lo accompagna sui palcoscenici dove è stata invitata. Racconta cosa avviene dietro le quinte, svela altri colori del gioco e trascrive quello che ha detto a folle di varie città. Poi, con intensa maternità, at- traverso risposte a lettere ricevute, lascia immaginare i tesori che stanno nella cassaforte della corrispondenza. Alla fine non può lasciare chi l’ha seguita nella sua vicenda senza avergli dato una speranza. E chiude la scena con un tocco poetico, la metafora dell’aquilone. Il libro ha un suggello di valore, la chiosa del teologo Piero Coda. A Chiara dico che il suo libro lo vieterei a due categorie di persone: i sicuri e i distratti. I primi perché hanno murato il lato del mistero e non ne sentono più necessità; gli altri perché per la loro distrazione ronzerebbero attorno alla vicenda senza mai entrarvi. Lei ascolta in silenzio. Poi con il suo sorriso, limato dal dolore: Eppure io avrei un’altra categoria: i curiosi, quelli a cui quanto ho scritto non basta e vorrebbero morbosamente altre notizie. Perché, vedi, quello che veramente desidero è, a fine lettura, dolcemente sparire dalla scena, dare spazio al lettore stesso affinché possa ritrovarsi da solo, davanti allo specchio della sua anima. Non dimenticare di scriverlo. Mi raccomando!. Man mano che Chiara mi mandava i capitoli corretti, discutevamo sui contenuti. Mi ha scioccato il fatto che, quando le citavo una qualsiasi frase, lei la continuava esattamente come era stata scritta. Ogni parola corre su solchi profondi dell’anima. La perla Chi è questa donna coraggiosa della quale anche le riviste che si mantengono con i pettegolezzi avvertono il fascino che riesce a raccontare con parole di tutti i giorni il suo viaggio nel mistero della vita? L’ho incontrata alla fine degli anni Settanta ad Ancona attraverso un comune amico. Una ragazza bellissima, piena di vita e di gioia. Accusava qualche disturbo che sembrava conseguenza di qualche medicina. Ma la sua solare vivacità non prometteva altro che un futuro splendido. Poi, essendomi trasferito in Ungheria, per anni non c’era stata occasione di vederci. Ero tenuto al corrente dell’avanzare inesorabile della malattia che si stava crudelmente definendo. L’ho rivista in una cittadina svizzera, sette anni dopo; aveva tutte le dita delle mani coperte da cerotti. E con quelle mani l’intraprendente Chiara si era specializzata a fare foto. Non era facile fermarla perché correva di qua e di là dietro ciò che voleva immortalare. Dopo qualche anno, niente più corse. Era già sulla sedia a rotelle. Ci siamo incontrati ai Castelli Romani con lo sfondo di una Roma dopo il ritocco del Giubileo. Non si è opposta a farmi registrare quello che mi raccontava. Dopo qualche tempo, mi chiede se ho ancora quelle registrazioni: Mandamele, ti farò una sorpresa!. Circa un anno dopo in Slovacchia, dove ora abito, mi vedo arrivare un pacchettino della San Paolo con dentro un libro, Crudele dolcissimo amore. La copertina la ritrae come l’ho conosciuta. Apro e vedo il timbro di una perla dentro un’ostrica con la firma, sempre timbrata, di Chiara M. e più su del timbro, scritta a mano, data e dedica. Quante lacrime per formare una perla! Chiara mi segnala le varie reazioni dei media, ma è ferrea sulla segretezza della corrispondenza. Come lei è entrata nell’intimo delle case, dei conventi, degli ospedali, così restano nell’intimo del suo cuore le confessioni, gli sfoghi, le richieste di preghiera e consiglio. Le sei edizioni in tre anni e le traduzioni francese e spagnola e, in preparazione, quelle polacca e lituana, dicono che la vicenda di Chiara appartiene a molti. Anche una sua favola, La perla, si è fatta strada con due edizioni in italiano e le versioni portoghese e tedesca (4). Lei scrive: Io sarei più portata a non uscire, a non raccontare le mie esperienze più personali a tutti, come invece di fatto sta succedendo, e questo per colpa del Socio…. Oscura luminosissima notte è un’altra stagione della sua storia. Chiara ora ci mostra un mondo disorientato, mosso da fili pazzi. E ci confida come anche nella sua stanza il sole si è eclissato. Ma lei, con un’infinita estensione di maternità e quindi di sacrificio, assimila il bruciore dell’as senza e resta in attesa: Aspettare, imparare ad aspettare. Lo sto imparando con difficoltà. Aspettare l’aiuto che non arriva quando ne avrei bisogno, aspettare una persona, una telefonata, una proposta. Aspettare che arrivi la forza, e che passi quel dolore lancinante, trafittivo come una lama. Lasciar correre da solo il tempo senza rincorrerlo, senza rimpianti, senza paura. Il tempo che devo vivere è solo adesso. Quello che mi è concesso così com’è… e nulla di più. Altrimenti si può andare fuori di testa. Due cose debbo tenere segrete In certe pagine ti trovi in mano il giornale di bordo di una vita intensamente vissuta e consegnata generosamente alla storia; in altre un trattato, tremendamente puntuale, sulla malattia e sul sistema sanitario. Poi volti pagina e ti rendi conto che è un libro sull’uomo, non sul malato, una specie di guida per diventare umani. Non sono tralasciate le scottanti domande su aborto, eutanasia, dolore e morte. Chiara non ha risposte da talk show, ma intrattiene il lettore con la passione di chi vive una passione. Senza retorica, senza scopi, senza idoli stagionali. Le sottolineo il colore e la forza del suo linguaggio. Lei mi spiega: Dato che a scuola si parla e si studia in italiano, i miei hanno optato che anche in casa noi figli non parlassimo trentino. Il dialetto l’ho appreso dalle compagne a scuola. Ma il vero maestro è stato l’ospedale dove ho dovuto imparare a parlare con il nonnino che veniva dalle montagne. C’è voluto un notevole impegno anche nel capire bene i concetti dei medici per saperli sbriciolare al malato e ai parenti con termini comprensibili e non con formule misteriose, certo non sostituendomi ai medici. Forse questo mi ha addestrata a riferire anche i miei sentimenti con semplicità e precisione. Il malato doveva sentire che ero tutta per lui, così chi mi legge deve sperimentare che non ho tenuto niente per me. Mi viene in mente un pensiero di Chiara Lubich, la sua grande maestra di vita: Due cose debbo tenere segrete e sono: l’amore e il dolore. Perché l’amore è l’amore col quale egli mi ama, o si ama in me, e il dolore è l’amore col quale io lo amo. La luce invece va donata. E Chiara M.: Il mio scrivere è solo un donare, anche se con fatica, ciò che ho vissuto. Si potrebbe obiettare giustamente: – E allora perché lo fai? Nessuno ti obbliga, no? Verissimo. Nessuno mi obbliga, ma c’è qualcosa che va al di là della mia stessa parte razionale e che mi porta a rovesciare un po’ della mia anima in queste righe. Qualcosa che mi fa intuire che ciò che sto vivendo non è solo per me; anzi in certi momenti non è per me, ma è in funzione di… Non è che sempre questa cosa mi sfagioli molto, devo dire la verità. Ma è così. Quando ti capitano questi momenti di nero totale, non hai la forza di dire sì, non hai la forza di dire ti offro, non hai la forza di dire ricomincio; non hai la forza di… niente. Avverti uno stacco, una sorta di separazione tra realtà materiale e realtà interiore. Una lacerazione dolorosissima. Uno strazio che è difficile da spiegare. Ed è difficile dire quanto sia costato a Chiara accettare di essere davanti alla videocamera per il film documento. Mi vengono tanti dubbi, ma ne vale la pena? Perché devo farmi vedere così, davanti a tutti? Mi sento nuda… Chi mi vedrà? Dove andranno queste immagini? In quali case, situazioni e vissuti entrerò?. Cinzia Th. Torrini, la regista fiera di essere tra coloro che l’hanno costretta a pubblicare il primo libro, era quasi rimasta male che a Chiara non fosse venuto in mente di chiedere a lei di realizzare il video che la San Paolo suggeriva. L’editrice infatti, consapevole che l’autrice non avrebbe potuto sempre partecipare a tutte le presentazioni dell’opera, pensava che un video fosse la soluzione. Ma a Chiara, come mi diceva, non era passato neanche per l’anticamera del cervello che una regista come Cinzia potesse mettersi a fare un documentario con me. Evidentemente lei non aveva tenuto conto fino a che punto l’amicizia di Cinzia avrebbe superato qualsiasi ostacolo. La scatola nera Il genere letterario adottato da Chiara direi che è la scatola nera, un registratore di volo che fedelmente incide tutto ciò che avviene nella stanza della sua anima. A lettura finita, ti ritrovi in uno spazio non cercato, nel sancta sanctorum. E sperimenti con lei: Vorrei restare quassù/Al di là di me/Al di là del mio corpo/Al di là del mio dolore/Dove anima e vette/Si fondono in un unico respiro. Poi ti guardi attorno e senti le dissonanze della città che rantola nel rumore delle domande. Sarà vera questa storia? È possibile sopportare dolori così pesanti? Che razza di fede bisogna avere per non soccombere? Perché ce lo viene a raccontare? Non teme il cannibalismo dei media, l’accusa di elegante narcisismo, di autocommiserazione? Non sarà un modo per compensare ciò che le manca, per vendicarsi con la vita? Quale ambizione la muove? Dove vuole arrivare? E poi quel suo linguaggio quasi irriverente… Basta riaprire la pagina di commiato e i pensieri scoppiano come palloncini ad un sole rovente: Succederà anche a voi. Succede a tutti. È nel divenire delle cose. E in quel momento capirete che sarete soli. Soli. Lui e voi… Lasciatemi andare… Ho voglia di abbandonare questo vestito logoro e doloroso che mi soffoca. Voglio volare… Non piangete. Tra un po’ mi raggiungerete. Con disinvolta nobiltà, impreziosita dal suo dolore amato, con l’anello di un Socio che l’ha voluta soltanto per sé, Chiara M. ci precede nel difficile sentiero della vita. Lei non ha scritto. L’opera è lei. Sono convinto che non è il successo a convalidare la sua vita, ma è la sua stessa esistenza un successo. Jean Cocteau direbbe: Quando un’opera sembra in anticipo sul suo tempo, è vero invece che il tempo è in ritardo rispetto all’opera. 1) San Paolo, 2005; 2) San Paolo, 2008; 3) Un incontro con Chiara, Cassiopea Film, Pro duction, San Paolo, 2008; 4) La perla, San Paolo, 2006.

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