Come far inceppare il profitto dell’azzardo

Lo Stato deve trovare una strategia di uscita dal sistema dell’azzardo diffuso, industriale, di massa. Dubbi sulla ipotesi di affidamento al non profit. Seconda parte dell’intervista a Marco Dotti di ritorno di un viaggio inchiesta in Finlandia
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Continuiamo con Marco Dotti, di Vita, condividiamo l’intenzione di sgretolare il dogma imperante sulla mancanza di alternative nella modalità di gestione dell’azzardo imposto in Italia. Esistono altri modelli. Basta andarli a vedere da vicino senza idealizzare troppo ma ricavandone indicazioni di lettura della società nel suo complesso. Continuiamo, quindi, il dialogo avviato con riferimento all’inchiesta compiuta da Dotti in Finlandia.

In sintesi, quali sono gli aspetti positivi del modello finlandese? 

«Su tutti la chiarezza e il fatto che, appunto, sia un modello strategico non un palliativo tattico. Andando nel concreto, direi che un punto chiave è il controllo in tre sue varianti: 1) controllo della macchina; 2) controllo del giocatore; 3) controllo dell’ambiente di gioco.

Che significa “controllo della macchina”?

«Vuol dire partire da una domanda: lo Stato vuole il machine gambling (l’offerta diffusa tramite macchinari, ndr)? Allora si assuma la responsabilità: a) di produrre le slot machine; b) garantire che la manutenzione sia fatta da pubblici funzionari. Oggi in Italia il controllo sulle macchine da gioco avviene su un prototipo e il conseguente controllo operativo riguarda quasi esclusivamente eventuali manomissioni del collegamento della macchina al sistema di rete fiscale. Non a caso, dall’ultimo rapporto della Guardia di Finanza risulta che le macchine irregolari sequestrate nel 2014, su un totale di 390mila macchinette sparse su tutto il nostro territorio, sono state circa mille e trecento. Questo perché? Perché il problema non sta nell’omologazione o nel collegamento alla rete, ma in un sistema di micro manomissione che, quando avviene, avviene nella fase di manutenzione della macchina. Insomma, detto in parole povere: non posso mandare i vigili urbani a controllare sistemi di microelettronica. Al massimo, li mando per controllare il libretto, come si fa con gli ingredienti delle brioches nei bar. Io importerei questo dalla Finlandia: tu, Stato, vuoi continuare a far questo? Allora affida la manutenzione delle macchine solo a pubblici ufficiali e vediamo, poi, che cosa succede».

E il “controllo del giocatore” in cosa consiste?  

«Ci sono tetti massimi di spesa mensili, dopo di che ogni macchina del Paese si blocca, essendo possibile giocare solo con moneta elettronica o carte di credito o debito. Il gestore dell’ambiente, bar o supermarket, è dotato di un dispositivo a distanza che può spegnere le macchine se nota una violazione o la presenza di un minore accanto a una di esse. In caso contrario, le pene sono severissime».

Si tratta di un modello ideale?  

«È chiaro che anche questo modello ha le sue distorsioni. Se chiedi la mia posizione personale, io sono per l’uscita dal sistema dell’azzardo legale. Ma per uscire bisogna inceppare la macchina, trovare il classico granello di sabbia che blocca il meccanismo: la manutenzione a opera di pubblici ufficiali, debitamente formati, è un primo granello. Non quello decisivo, ma un primo granello in questa lunga opera decostruttiva conducendo assieme».

Quali altri Paesi europei sono interessanti da seguire come regolamentazione dell'offerta di azzardo?

«Credo andrebbe studiata la Norvegia  a cui ho dedicato un breve reportage, ma su cui tornerò. Soprattutto ora che, se stiamo alle parole del sottosegretario Baretta, in Italia si vorrebbero dismettere le slot passando a tipologie di macchinette più controllate. Studiare la regolamentazione significa però ricostruire e comprendere a pieno ragioni distorsioni posizioni e contrapposizioni di un dibattito. La Norvegia è una case history».

La teoria è interessante, ma come facciamo in Italia a rimettere il dentifricio che è uscito da tubetto? Le multinazionali non potranno mai lasciare il settore se non con la forza….

«Il problema è che dentro quel tubetto c’è ancora tanto, tantissimo dentifricio che vuole uscire. Sulle multinazionali direi che ci sono e non ci sono. Fanno sentire il proprio peso, magari pagando altrove le tasse, ma non mi pare si siano assunte ancora l’onere che, in qualche modo, vista la latitanza statale, spetterebbe loro, di proporre modelli sensati che vadano oltre il finanziamento a pioggia per qualche campagna del “gioco responsabile”.  Lo scandalo, casomai, è un altro»

In cosa consiste questo scandalo?

«Il fatto che tra i 13 concessionari di Stato ci siano Srl unipersonali. Insomma, società che, come dice un vecchio proverbio indiano, si sobbarcano il privilegio dell’elefante, muovendo miliardi di euro, ma hanno la struttura di un topolino. Ti pare possibile? Le multinazionali del settore sono fragili e potenti al tempo stesso. Se l’opinione pubblica accresce la propria attenzione e la propria sensibilità e comincia a operare quello che Leonardo Becchetti chiama il voto della scelta, credo che non possano non vacillare. Globale e locale sono talmente avvinti, per queste multinazionali, che un minimo danno alla loro reputazione in uno sperduto paesino della Lombardia o della Toscana, rischia di avere ripercussioni a New York o altrove. Il problema sono quelli che non hanno danni reputazionali, non avendo alcuna reputazione da difendere».

Si parla anche di un eventuale affidamento della gestione dell’azzardo al terzo settore. Ma non è pericoloso considerando i casi recenti di infiltrazione malavitosa?

«Più che pericoloso. È devastante. Come ho detto prima, qui si sta creando il parastato futuro, insomma la futura “Mafia capitale”, che sarà diffusa, capillare, sistemica e quindi nemmeno percepita come disvalore. È un problema immenso, ma che dobbiamo smontare pezzo per pezzo con le armi della critica. Io credo che lo Stato debba essere chiaro: serve una exit strategy, una strategia di uscita. Uscire dal sistema dell’azzardo diffuso, industriale, di massa è necessario ora più che mai».

E poi, con la possibile entrata delle multinazionali tramite fondazioni di beneficienza nel capitale delle imprese sociali, come previsto nella riforma Renzi, non c'è il rischio di una presenza indiretta delle società di profitto?

«L’affidamento al terzo settore mi pare una tattica, ma non per una via di uscita. È una tattica di “invischiamento”. Se tutti, in una direzione o nell’altra, trarranno vantaggio materiale o simbolico (fosse pure attraverso “buone cause”) da questo disastro non se ne uscirà mai, perché nella nostra “visione” a determinare scelte, orientamenti, atteggiamenti e persino autoassoluzioni sarà quel “profitto” che tu giustamente temi. Il caso dell’azzardo ci insegna molte cose, su questo. E l’ingresso del profitto in settori che per definizione dovrebbero essere senza profitto, mi fa venire in mente una vecchia massima che gli antropologi un tempo mandavano a memoria: “esistono cose che possono essere vendute e vanno vendute; esistono cose che possono essere donate, ed è giusto donarle; ma ci sono cose che non vanno né vendute, né donate: vanno custodite”. Siamo entrati in una spirale: svendiamo ciò che andrebbe venduto, vendiamo ciò che andrebbe donato, devastiamo ciò che andrebbe custodito. Di questo passo, produrremmo il deserto. Per questo dobbiamo alzare lo sguardo e guardare altrove, concretamente, a certi modelli. Senza aspettare che siano altri, magari il decisore politico di turno, a proporceli come panacea. La critica è “questa cosa qua”».

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