Colorati mondi boliviani

Dall’Amazzonia alla Cordillera Real, viaggio nel Paese sudamericano più “andino”. Le sorprendenti contraddizioni del presente.
bolivia
La strada verso il lago Titicaca s’illumina della Cordillera Real innevata – l’Illampu, l’Huayna Potosí e l’Illimani – che risalta sulla paglia dorata dei campi. Finché, d’improvviso, appare la prima “striscia” azzurra del mitico lago degli aymara. E in un lampo capisco perché i tessuti boliviani siano decorati a strisce sottili di colori vivaci, sono la rappresentazione della natura: terra, cielo, acqua, campi, neve, vegetazione. I mondi boliviani sono colorati e appassionanti.

 

Tre luoghi

per ammirare la Bolivia

 

In un’isoletta del lago navigabile più alto del mondo (3800 metri), l’Isla Cojata, partecipo a un rito aymara, celebrato da Calixto Quispe Huanca, sacerdote aymara e diacono cattolico. Salutiamo una coppia di pescatori. Poche parole, la condivisione di una manciata di foglie di coca, la pianta sacra degli andini che aiuta a sostenere la fatica dell’altezza. Saliamo quindi su un rilievo dell’isola, per entrare «in comunione con terra, umanità e cosmo». Qui comincia il rito alla Pacha mama, che vuole portare la riconciliazione tra l’umanità, la natura e lo spirito. Nella cosmogonia andina questi tre elementi dovrebbero vivere in armonia. Ma le rotture di relazione sono inevitabili, per colpa dell’uomo. Bisogna perciò restaurare l’armonia. Il rito consiste nell’offrire alla natura – la Pacha mama, appunto – un piatto di cibo e vari oggetti che simboleggiano la realtà. Politeismo? «Gli aymara non sono né politeisti né monoteisti – precisa Calixto Quispe Huanca –, perché la categoria di un Dio creatore viene dagli ebrei. Per loro c’è solo “convivenza” con natura e spirito. Per cui nel rito non può esserci idolatria». Non hanno chiese, basta la natura.

 

Il Lago Titicaca è Bolivia. Ma lo sono, all’altro capo del Paese, anche le missioni gesuitiche della Chiquitania. Chi è abituato al barocco non troverà nulla di straordinario in queste chiese in mezzo alla foresta tropicale. Salvo che siamo in un buco del buco del mondo. Salvo che qui nel XVIII secolo (i gesuiti erano arrivati nel 1609) si era non poco arretrati. Salvo che qui i gesuiti costituirono all’epoca una sorta di Stato autocratico, indipendente e teocratico: partecipazione e autorità. Gli spagnoli li cacciarono nel 1767, perché favorivano la promozione umana degli indios: basta architetture straordinarie, basta musica barocca, basta governo condiviso, basta dizionari spagnolo-chiquitano…

 

Ma Bolivia è anche la città più alta del mondo, Potosí, 4070 metri. Una storia impietosa, simbolo della colonizzazione spagnola. Appare improvvisamente il Cerro Rico, la montagna conica che sovrasta l’abitato, e poi, in basso, la città del color della polvere. Potosí conserva un centro coloniale fantastico: al catasto si contano circa cinquemila edifici della dominazione spagnola, ma “vissuti” ancor oggi. Sconvolge la visita nelle viscere del Cerro Rico, dove lavorano 13 mila minatori. Gli spagnoli cominciarono a sfruttare il sito nel XVI secolo: ben presto divenne la principale fonte di sostentamento dell’impero. L’argento, presente in quantità enorme e in qualità pura, veniva trasportato fino a Lima, via La Paz, e imbarcato sui galeoni per l’Europa. I minatori lavorano in condizioni assai simili a quelle dell’epoca dei conquistador: niente aspiratori, turni di lavoro massacranti, respirazione pesante per l’amianto sospeso nell’aria. Speranza di vita: meno di 40 anni. Il governo di Evo Morales vuole metter fine a questo scandalo, ma trova la fiera opposizione proprio dei lavoratori. Papa Wojtyla aveva sulla sua scrivania una foto con i minatori del Cerro Rico. «Sono immagine di Dio», disse in visita qui, nel 1989.

 

Tre città

per capire la Bolivia

 

Per studiare il Paese andino – dopo l’impatto esaltante con la natura e l’ambiente sociale –, appare essenziale conoscere anche le città boliviane, i luoghi dove si propone e si decide. A cominciare da quella emergente, Santa Cruz, ai piedi dell’altipiano. Innumerevoli sono le fabbriche e i magazzini drive-through, tanto che la città pare statunitense. La povertà è stata espulsa, isolata in città-satellite. Qui si conosce la ricchezza che avanza, troppo spesso legata al narcotraffico. Una geniale studentessa di scienze politiche mi serve il menù: «Evo Morales aveva cominciato bene, individuando alcune piste da percorrere che sembravano utili per tutto il Paese. Aveva da resistere contro enormi pressioni internazionali, soprattutto nel campo delle fonti energetiche, ma poco alla volta sta anche lui per essere assorbito dal sistema clientelare. Bisogna assolutamente che si ritrovi il buon contatto della politica con la realtà, e questo non può passare che per un ridimensionamento del governo centrale e un aumento delle competenze della politica locale».

 

Eccomi poi nella capitale boliviana, Sucre, Patrimonio mondiale dell’umanità. Qui in realtà ha sede solo il potere giudiziario, mentre quelli esecutivo e legislativo sono a La Paz. È capitale, perché qui la storia dell’indipendenza boliviana ha avuto la sua culla: e ancora recentemente la nuova Costituzione, varata nel 2009, è stata redatta proprio qui. Fu chiamata Sucre, in onore del Mariscal Antonio José Sucre, artefice assieme a Simón Bolívar dell’indipendenza: il 25 maggio 1809 risuonò in queste strade il primo grido di liberazione udito nel continente sudamericano. La vera indipendenza, però, fu raggiunta solo nel 1825. La visita alla Casa de la libertad è obbligatoria per tutti i boliviani. Fu qui, infatti, che fu firmato l’atto di indipendenza. E qui che si riunì il primo parlamento. Sucre abbaglia con la luce del suo sole, e con la luce del suo candore. È chiamata la “città bianca” per via dei suoi muri dipinti di calce.

 

Infine, La Paz, pazza città, anche se il suo nome viene da Nostra Señora de la Paz, la Madonna più venerata del posto. Pazza lo è, perché non si costruisce una metropoli in tali sfavorevoli condizioni di altezza e di clima, tutta inerpicata in un canyon tra i 3300 metri della Zona Sur e i 4000 metri di El Alto. Pazza perché lungo le sue direttrici presenta una incredibile varietà di tipologie di abitazione: dalla baracca al grattacielo, dalla chiesa coloniale ai palazzi del potere di stile neoclassico. La Paz vive di commistioni tra etnie diverse che convivono con una certa serenità. Si vedono ricchi professionisti indigeni e vecchi bianchi quasi alla miseria. La città mostra la vivacità che viene dalla diversità, evidenzia la reale democrazia del Paese pur nella sua giovinezza e, in fondo, nella sua precarietà istituzionale: nel corso del mio soggiorno, assisto a diverse manifestazioni, rumorose e decise, al cuore delle quali si trovano donne aymara con i loro cappellini a bombetta in bilico sulla testa e le loro voci improvvisamente potenti (qui si parla sempre sottovoce). E poi a La Paz ogni via scoscesa (cioè tutte) ha delle presenze misteriose, a cominciare dalla sagoma impressionante dell’Illimani, la mitica montagna che supera i seimila metri, una protezione e una minaccia.

 

Tre testimoni

per amare la Bolivia

 

La grande massa di impressioni e di stimoli raccolti in un viaggio, come questo nei mondi boliviani, richiede di far decantare il materiale raccolto e raccogliere qualche elemento di sintesi. Gli incontri con un politico, un diplomatico e un vescovo, aiutano non solo a capire il Paese, ma ad amarlo nella sua complesssità.

 

Fabián II Yaksic è di origini croate. Deputato, è stato sottosegretario alle autonomie nel primo governo Morales, posto abbandonato perché il presidente indigeno non sarebbe riuscito a cambiare granché della realtà politica del Paese: «Tutta l’America Latina è stata attraversata da un fenomeno di ricerca di autonomia e giustizia sociale – mi dice Yaksic –; basti pensare a Lula e Chavez, allo stesso Morales, ora al peruviano Ollanta. Qui in Bolivia, Evo ha ottenuto due volte un successo straordinario, è una personalità fuori dal comune con indiscusse qualità di leader. È arrivato in un momento di emergenza per la partitocrazia boliviana, che aveva occupato tutti i poteri». Perché si è allora separato da Morales? «L’élite politica è cambiata nel 2005: prima governava la borghesia, cacciata da altri clan, legati al mondo indigeno. Ma i metodi di governo sono rimasti gli stessi: ricchezza e potere anche stavolta vanno a braccetto». Quali, in sintesi, i punti disattesi nell’agenda politica di Morales? «In primo luogo la produzione: in cinque anni non c’è stato nessun cambiamento e si continua a vivere sulle materie prime, senza valorizzare né l’agricoltura né il settore manifatturiero. Morales ha inoltre privatizzato il gas e il petrolio, ma non ha disincentivato le attività illegali. Secondo: la nuova Costituzione del 2009 ha proposto uno “Stato plurinazionale”, puro folklore istituzionale! Non c’è un progetto, tutto si gioca su un iper-presidenzialismo, eredità in fondo del populismo alla sudamericana. Terzo: persiste il caos istituzionale, si scrivono le leggi ma le si interpretano a seconda del luogo e delle circostanze».

 

Armando Loaiza è invece un diplomatico di lungo corso, già ministro degli Esteri e ambasciatore in Vaticano e alla Ue. Il suo sguardo sul Paese è positivo, seppur disincantato: «Avere un presidente indigeno vuol dire aver fatto strada nel campo della giustizia e della lotta alla povertà». Come definirebbe oggi la Bolivia? «Il Paese delle contraddizioni. Vorrebbe essere una potenza produttiva, ma vive solo grazie a miniere e giacimenti. Vorrebbe essere solida istituzionalmente, ma dalla sua indipendenza ha cambiato 14 volte la Costituzione. È un Paese cattolico, ma vive di profondi sincretismi religiosi. È un punto di equilibrio dell’intero continente, ma si lega troppo a Chavez, e non capisce che le preoccupazioni Usa per la cocaina (il 70 per cento della coca serve a produrla!) sono legittime».

 

Politica, economia, socialità. E la religione? Mons. Oscar Aparicio Céspedes, vescovo ausiliare di La Paz, è segretario della Conferenza episcopale boliviana. «La Chiesa sta cambiando – spiega –: riconferma la difesa dei poveri e dei perseguitati, ma sottolinea come il cristiano debba fare da ponte nei conflitti sociali, per la riconciliazione. Questo non vuol dire che sia a favore o contro Morales. Certo, la sua ascesa ha portato alla cosiddetta “decolonizzazione”, che ha colpito anche la Chiesa cattolica. Ma alla fine non c’è stato vero conflitto. Bisogna mantenere uno sguardo profetico, anche nel campo dell’economia e della gestione del potere, nella condanna del narcotraffico e nella difesa dei diritti degli indigeni». Partecipando alle celebrazioni qui in Bolivia, si rimane stupiti dall’estrema varietà dei partecipanti… «La Bolivia cattolica è nei fatti molto complessa, sia nelle comunità come nel clero. Ma la comunione di Cristo si coniuga sempre con la diversità dei carismi. A volte, tuttavia, ci sarebbe bisogno di una più forte unità, seppur nella specificità delle situazioni».

 

Al mercato di Tarabuco, forse il più noto dell’intera Bolivia, un giovane imprenditore mi chiede: «Ma voi europei avete il senso dell’uguaglianza? I turisti che vengono qui si comportano ancora da colonizzatori». Gli rispondo che la libertà europea dovrebbe coniugarsi con la fraternità vista in Bolivia. Mi sorride, e mi offre qualche foglia di coca.

Michele Zanzucchi

 

Box

La Bolivia in pochi numeri

 

Superficie: 1.098.581 km², di cui 700 mila di foreste tropicali, 200 di savane e 200 di montagne

 

Popolazione: 8.857.870, di cui il 55 per cento è indigena (30 per cento quechua, 25 aymara), il 30 meticcia e il 15 bianca

 

Economia: è al 91° posto mondiale, con 960 Usd annuali pro capite, il Paese più povero dell’America Latina nonostante le straordinarie ricchezze del sottosuolo (petrolio, gas, oro, stagno, silicio…)

 

Religione: 75 per cento cattolica, 10 protestante, 15 per cento culti tradizionali (anche se gran parte dei cristiani mantiene legami con la religione tradizionale)

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