Co-sviluppo e fraternità.

Tre domande a Francesco Marini
Francesco Marini
1) Il movimento migratorio negli ultimi anni ha aumentato le sfide verso le politiche di integrazione dentro le società occidentali. Il co-sviluppo nasce dalla volontà di costruire una positiva continuità tra luoghi d’origine e luoghi di destinazione. In che modo avviene questo?

 

Principalmente attraverso la valorizzazione dei migranti come attori protagonisti e non solo come soggetti beneficiari di interventi sociali. I migranti rappresentano, infatti, un ponte tra due culture e due Paesi e di ciascuno di essi conoscono le potenzialità e le criticità. Potenzialmente riescono quindi a mettere in contatto i bisogni dell’uno con le risorse dell’altro e viceversa. I progetti di sviluppo che le associazioni di migranti sostengono non sono altro che questo: il tentativo di dare una risposta concreta a dei bisogni puntuali del contesto di provenienza attraverso le risorse (proprie dei membri delle associazioni, ma anche ottenute attraverso vari contatti) del contesto di residenza. La spinta ad agire a favore del proprio Paese crea spesso le condizioni perché queste associazioni acquisiscano uno spazio nel contesto locale di residenza, aumentando il livello di conoscenza reciproca tra “vecchi” e “nuovi” italiani. Quindi, grazie al ruolo dei migranti, gli effetti a favore del miglioramento della qualità della vita nel luogo di origine si possono tradurre in un miglioramento dello stesso tipo anche nel luogo in cui vivono.

 

 

2) La categoria della fraternità è riscoperta come generatrice di valori antropologici utili all’accoglienza delle differenze. Quali elementi interessanti mette in moto nei meccanismi partecipativi e nella costruzione degli spazi sociali?

 

La fraternità comporta l’affermazione di un legame di reciprocità tra i soggetti che vivono all’interno di una comunità. Rispetto a qualche decennio fa, il contesto italiano è caratterizzato da una forte accentuazione della diversità tra i soggetti che lo compongono; tale diversità è rappresentata, in buona parte, dall’origine etnica e dal riferimento a un patrimonio religioso e culturale differente. In riferimento a questa realtà la fraternità, a mio avviso, apporta l’elemento della “curiosità”, che consiste nel vedere nell’altro un’opportunità per ampliare la propria conoscenza di luoghi e tradizioni lontane, ma allo stesso tempo vicine. Questo si traduce in una relazione di parità tra le persone, che allontana dal rischio di essere solo capaci di dare e non anche di ricevere. In altre parole la fraternità può contribuire a creare degli spazi sociali dove ad ognuno venga riconosciuta la possibilità di apportare il proprio specifico contributo per la crescita comune.

 

 

3) Spesso fraternità e solidarietà vengono, impropriamente, utilizzate come sinonimi. Nelle sue ricerche, invece, ha rilevato che proprio i progetti di co-sviluppo consentono di distinguere bene i due piani. Ci può spiegare brevemente?

 

La solidarietà implica un rapporto asimmetrico tra una persona che dà e un’altra che riceve. Questo si verifica nelle situazioni di emergenza. Perché la strategia del co-sviluppo possa funzionare occorre che venga fatto il passaggio dal “fare per gli altri” al “fare con gli altri”, ossia che si instauri una relazione su un piano di parità tra migranti e autoctoni. In questo senso si afferma la dinamica della fraternità. Situando al centro i migranti, il co-sviluppo li mette in grado di essere protagonisti attivi nel contesto locale in cui vivono e non solo beneficiari di interventi assistenziali. In altri termini il legame simmetrico, che la fraternità postula, permette di vedere nei migranti non solo soggetti deboli da aiutare, ma cittadini attivi che danno il proprio contributo alla comunità locale.

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