Va bene la festa di popolo e il numero di cifre che snocciola soddisfatto il sindaco Gualteri, cioè record di presenze, superiore all’anno scorso, 527 proiezioni, 194 film, red carpet infiniti di star internazionali e nazionali. La città si è goduta l’edizione allargata in tredici location oltre che all’Auditorium, per una volta non intasato. Certo le star, da Javier Bardem a Julianne Moore, da Jesse Eisenberg e Naomi Watts e Kim Kardashin già definita “divina” (vediamo quanto e se durerà) tra le ovazioni, non sono mancate: obbligatorie e sincere.
Anche per i nostri divi che hanno occupato la Festa, i soliti nomi: Verdone, Sorrentino, Vanzina, Scamarcio, Kasia Smutniak, Piovani, Jovanotti, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, e così via. La Roma “ecumenica” abbraccia tutti, per fortuna anche autori di opere prime come Michela Cescon nel suo bel film Desiderio. E accoglie anteprime di fiction come Livatino – Il giudice e i suoi assassini diretta da Michele Placido.
Tanti film, tanti premi. Vittoria dell’inglese Clio Barnard con I see bulldings fall like lightining, storia a Birmingham di cinque amici in lotta per la vita, e miglior regia a Rafiki Fariala per Congo Boy, storia di un diciassettenne che ama la musica e fugge in Centrafrica, miglior attore, davvero meritato, a Paolo Pierobon per Brianza, fatta di cronaca di una crisi economica. Un bel premio per l’attore padovano, come quello del pubblico per Kasia Smutniak e il suo documentario Mustang.
Naturalmente i premi sono parecchi e qualcuno ne è rimasto fuori. Dispiace per un film di grande stile e drammaticità come Fatherland, o per una Olanda laicissima e fragile descritta in The Guest (L’Ospite) di Mads Mengel, una madre in lotta con i figli, specie il maschio, ormai malata e disinibita. Rapporti logorati, ipocrisia, dolore scacciato da una finta gioia.
In effetti, come è noto, la famiglia è sistematicamente il soggetto del cinema, italiano e non, radiografata sempre più nei punti deboli, di cui sono vittime i figli.
Ecco perché il premio dato, nella rassegna Alice, a Figli perduti, storia di rinascita, è una occasione riuscita per raccontare non solo dolore ma anche resurrezione, ad opera di chi non abbandona i giovani al loro destino di rabbia.
Ancora una volta Alice è in prima fila per novità e apertura nella festa romana, che punta ancora molto – troppo – su Hollywood e i soliti noti, con il sottotesto della “colonia americana” come da tempo rischiamo di essere culturalmente. L’Italia dovrebbe trovare una sua vera voce, produrre altro genere di film, meno romanocentrici, scegliere volti nuovi, pensieri nuovi, meno “provinciali”. Il cinema nostrano ha un solo bisogno: elevarsi. E far parlare “tutta l’Italia”, lasciando perdere l’occhio su Venezia, Cannes e simili. Meno populismo anche da parte dei politici, e più capacità di scelta, riducendo il programma finora eccessivo.
Festa o Festival o tutt’e due? L’equilibrio è in cammino. Forse, riducendo il programma troppo fitto, ne guadagneremmo tutti.
