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Persona e famiglia > Sport

Chi comanda davvero il calcio mondiale?

di Mario Agostino

- Fonte: Città Nuova

Dietro il grande spettacolo dei Mondiali si muove una macchina globale fatta di regole, interessi e potere. Un viaggio alla scoperta di chi governa il calcio mondiale e delle sfide che attendono la FIFA

Rodri (al centro a destra) e i giocatori della Spagna festeggiano con il trofeo della Coppa del Mondo, mentre il presidente della FIFA Gianni Infantino (a destra) interagisce con il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump durante la cerimonia di premiazione dopo la finale dei Mondiali 2026 tra Spagna e Argentina, a East Rutherford, New Jersey, Stati Uniti, 19 luglio 2026. Credit: ANSA/EPA/WILL OLIVER.

I Mondiali di calcio più grandi della storia, ossia maggiormente promossi, tecnologizzati, numerosi in termini di squadre e tifosi, pompati come mai prima tra show, sponsor e introiti pubblicitari, hanno chiuso il tendone con la vittoria in finale ai supplementari della Spagna sull’Argentina, la scorsa domenica 19 luglio. Si è trattato del più grande evento planetario legato al pallone della storia in tutti i sensi, soprattutto sul piano dell’impatto mediatico: inevitabile chiedersi chi abbia avuto tanto potere per ordire una simile titanica macchina da business.

Il gran governo della FIFA e la “piramide del potere”

Formalmente, la matrice regina del calcio mondiale è la FIFA (Federazione Internazionale del Calcio), con sede a Zurigo, in Svizzera. Se il calcio fosse una confederazione, la FIFA, che riunisce 211 federazioni nazionali da tutto il pianeta, tra cui la FIGC italiana, sarebbe insomma il governo centrale e il suo presidente il primo ministro: stabilisce le regole ufficiali del gioco (tramite l’IFAB), decide dove si giocano i Mondiali e, soprattutto, gestisce i fiumi di denaro degli sponsor globali, che fanno a gara ovviamente per aggiudicarsi visibilità e merchandising accanto ai volti più noti dei beniamini globali dello sport più popolare del pianeta.

Sotto la FIFA, dobbiamo considerare sei specie di “sottogoverni” regionali, chiamati confederazioni: come facilmente prevedibile, la più ricca e potente di tutte è la UEFA, che comanda il sistema calcio in Europa, ossia regole e gestioni delle competizioni in ogni Stato del vecchio continente. In elenco generico, seguono: CONMEBOL (Confederación Sudamericana de Fútbol) in Sud America; CAF (Confederation of African Football) in Africa; AFC (Asian Football Confederation) in Asia; CONCACAF (Confederation of North, Central American and Caribbean Association Football) per l’America settentrionale, centrale e i Caraibi; OFC (Oceania Football Confederation) in Oceania.

A gestire il calcio gerarchicamente per ogni Paese, sono poi le federazioni nazionali (ad esempio la nostra FIGC in Italia) che si dipanano nelle diverse leghe: nel nostro caso la più alta è la Lega Serie A, cui seguono le inferiori, ordinate tramite le assemblee dei club che organizzano i singoli campionati. Ovviamente, i proprietari delle squadre (non di rado ormai fondi di investimento quotati anche in Borsa), che pagano gli stipendi ai giocatori, chiedono ed esercitano sempre più potere. Non di rado, tra FIFA e UEFA non corre buon sangue, anzi. Se la UEFA difende i club europei e i loro interessi, la FIFA cerca di espandersi per incassare di più, a volte creando quei tornei che intasano i calendari dei giocatori: l’ultimo scontro accesissimo è nato sul “caso Balogun” che abbiamo documentato: quando il centravanti USA è stato riabilitato come mai visto prima da una inoppugnabile squalifica per una “telefonata” del presidente USA Trump “all’amico Gianni Infantino”, presidente della FIFA e membro del Board of Peace, la UEFA ha rimarcato la gravissima perdita di credibilità delle regole sportive con un durissimo comunicato.

Il presidente è eletto dal Congresso della FIFA tramite un processo democratico regolato dagli statuti ufficiali dell’organismo: sul piano formale, la procedura segue requisiti molto rigidi in quanto, per potersi candidare alla presidenza, ogni aspirante deve: essere proposto da almeno una federazione nazionale membro della FIFA; aver svolto un ruolo attivo nell’amministrazione del calcio (es. in una federazione, confederazione o club); superare un esame di idoneità e onorabilità condotto dalla Commissione di Controllo della FIFA. Il corpo elettorale è composto dalle 211 federazioni calcistiche nazionali affiliate alla FIFA: ognuna dispone di un singolo voto, indipendentemente da grandezza o peso politico, ed il voto viene espresso tramite scrutinio segreto durante il Congresso annuale FIFA. Le regole di voto cambiano a seconda del numero di candidati e dei turni di votazione: per essere eletto subito, un candidato deve ottenere la maggioranza dei due terzi dei voti validi espressi, mentre se nessuno raggiunge i due terzi al primo turno, si procede a una nuova votazione (eliminando via via il candidato con meno preferenze). Dal secondo turno in poi è sufficiente la maggioranza semplice (50% + 1 dei voti). Se tuttavia, come per le ultime rielezioni, si presenta un solo candidato, l’elezione può avvenire per acclamazione senza voto formale in cabina.

Gianni Infantino, il presidentissimo

Il presidente viene eletto per un mandato di 4 anni, che inizia di norma nell’anno successivo alla conclusione della Coppa del Mondo maschile. Attualmente, gli statuti prevedono un limite di tre mandati (anche non consecutivi) e, in effetti, l’attuale presidente Gianni Infantino è stato eletto per la prima volta il 26 febbraio 2016, poi riconfermato per altri mandati nel 2019 e nel marzo 2023. Svizzero con cittadinanza italiana, non è un ex calciatore, ma un avvocato abilissimo nelle relazioni politiche. La sua elezione arrivò dopo che nel 2015 uno scandalo di proporzioni grandi più o meno come il Mondiale stesso sconvolse la FIFA: il cosiddetto” FIFA Gate”, legato a tangenti e gestioni poco chiare di enormi cifre, spazzò via il vecchio presidente Sepp Blatter e il capo della UEFA Michel Platini. Infantino, che era stato braccio destro di Platini alla UEFA, emerse come “uomo della pulizia” e del rinnovamento dotato di giovane dinamismo ed esperienza per il ruolo, secondo i grandi elettori che confluirono subito su di lui. Del resto, nelle elezioni FIFA, il voto della Germania o del Brasile vale esattamente quanto quello delle isole Figi o del Sud Sudan: secondo questo sacrosanto principio democratico, le promesse di Infantino in termini di risorse e sviluppo alle federazioni più piccole e povere (Africa, Asia, Oceania) nell’ottica di aumentare gli introiti globali da ridistribuire a queste nazioni, blindò la sua elezione. Rientra in questo storico orizzonte la scelta di allargare il Mondiale per la prima volta a 48 squadre, creando peraltro nuovi tornei, secondo un’equazione semplice: più partite legate al gioco più seguito al mondo significano molto più denaro da sponsor e TV. Di conseguenza, più soldi garantiti alle federazioni hanno posto le basi per la sua conferma alla presidenza FIFA.

A quasi 10 anni di distanza, il bilancio del suo operato continua a dividere tifosi e addetti ai lavori. Da una parte ci sono numeri che indicano come sotto la sua guida la FIFA abbia esponenzialmente aumentato i ricavi, introdotto nuove competizioni e distribuito dunque più “proventi” nel mondo. Innegabile ricordare che, per molti Paesi emergenti, soprattutto in Africa, Asia e Oceania, la sua presidenza abbia rappresentato una possibilità concreta di crescita e di maggiore rappresentanza all’interno del calcio mondiale, con evidenti risultati che abbiamo commentato sul campo. Questo processo di democratizzazione del calcio, meno esclusivo e più globale, si accompagna però al comune denominatore di un input orientato soprattutto da interessi economici: non a caso, altro dato oggettivo è che il calendario dei campionati sia sempre più congestionato; i giocatori disputano un numero crescente di partite e diversi club hanno apertamente contestato alcune decisioni della FIFA. Il rischio tangibile, un po’ come accaduto quando nella recente finale mondiale le squadre non rientravano nei tempi consoni dall’intervallo per attendere la fine degli show, è che il calcio perda parte della propria identità in nome del dio business. La domanda resta e, nel frattempo, il pallone rotola agli stessi battiti del pianeta, rispecchiandone sempre innovazioni, storture e culture.

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