Che auguri ci facciamo?

Banner Città Nuova
Gli auguri di Buon 2012 sono stati più modesti, quasi pudichi. Sembra che abbia tentennato la voglia di farli. Di fronte ai nostri giovani precari, cosa potevamo fare, augurare loro di trovare un lavoro stabile? E di fronte a chi aveva ben chiaro l’orizzonte della pensione, ed ora si ritrova a dover attendere ancora anni ed anni, potevamo mai augurar buon lavoro? E agli imprenditori, soprattutto quelli piccoli, in mal di finanziamenti bancari, potevamo augurare di trovare sotto l’albero un fido a tassi stracciati?

 

Indubbiamente il 2011 s’è chiuso nel segno del pessimismo, economicamente parlando, nonostante la serietà della compagine messa in piedi da Monti e qualche segnale positivo, come quello delle esportazioni e del ridotto fabbisogno statale. Ma la recessione è in agguato, si consuma meno, lo spread vola. Si vede nero e perciò ci si è sottoposti quasi controvoglia al rito del panettone, che però aveva un retrogusto amaro, mentre le luminarie sono parse più timide del solito.

 

Ma sul nostro sito web abbiamo scelto di augurarvi Buon Natale e Felice Anno Nuovo con uno slogan: “Riprendiamoci la speranza!”. Non l’abbiamo scelto a caso. La speranza è quella forza-debole che permette di andare avanti, non come oppio dei popoli, ma come molla per rimbalzare dal buco nel quale gli esseri umani immancabilmente si cacciano. Se Paolo, l’apostolo, scriveva che è proprio nella debolezza che noi troviamo la forza, aveva le sue ragioni: se Gesù era nato nell’assoluta fragilità del bebè, una ragione ci doveva pur essere. Se poi è morto nella fragilità assoluta del crocifisso, anche qui una ragione doveva esserci. Da quel bebè è venuta fuori la immortale forza del Vangelo, dal Calvario s’è aperta la risurrezione.

 

«La nascita di Cristo porti pace nelle famiglie, consolazione ai sofferenti e aiuti a crescere nella reciproca fiducia per costruire insieme un futuro di speranza, più fraterno e solidale», ha detto il papa a Natale. Fiducia, reciprocità, pace, consolazione, solidarietà, fraternità. Questo il futuro di speranza. Questi gli auguri che possiamo farci: riscoprire ad una ad una la fiducia (un augurio rivolto anche ai mercati!), la reciprocità (creare insieme luoghi di fiducia, dalla famiglia, alla scuola, all’impresa), la pace nei cuori e tra i popoli (anche qui da noi con gli immigrati possiamo ricercarla), la consolazione (convinciamoci che possiamo essere noi stessi la consolazione per gli altri), solidarietà (sempre più necessaria per chi è nella precarietà), fraternità (non da Caino ma da Abele).

 

Per sostanziare questi auguri, cito l’economista Luigino Bruni, che così scriveva su Avvenire, la vigilia di Natale, parlando dei mercati in crisi di fiducia: «L’unica strada per poter ricostruire un bene comune distrutto è un cambiamento di cultura che porta la maggioranza delle persone a sentire quel bene comune un bene di tutti, quindi anche come un loro bene individuale. Oggi saremo perciò capaci di rigenerare la fiducia di sistema che abbiamo distrutto se un nuovo patto, a più livelli (mercato, società civile, politica, nazionale e internazionale) farà ricrescere l’erba del credito (credere). E l’erba non si produce, ma si semina: richiede quindi tempo e lavoro».

 

Con questo numero Giuseppe Garagnani, per oltre cinquant’anni nel Gruppo editoriale e per sette direttore della rivista, termina la sua collaborazione con Città Nuova. A lui la nostra infinita riconoscenza. Di lui ci teniamo, tra l’altro, la realistica speranza.

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons