Caso inquinamento Pfas ad una svolta?

L’inquinamento da sostanze Pfas nell’acqua è al centro del più grande processo per reati ambientali a livello europeo, mentre sembra possibile introdurre limiti normativi vincolanti a difesa della salute. Intervista ad Alberto Peruffo, coordinatore di Pfas.land, organo di azione e informazione degli attivisti No Pfas del Veneto.
No Pfas foto Federico Bevilacqua archivio pfasland

Il problema  del diffuso inquinamento da sostanze Pfas in Veneto, e non solo, rischia di passare in secondo piano, assieme a tante emergenze ambientali e sociali, nel tempo della violenza estrema della guerra in Ucraina.

Il caso Pfas, grave contaminazione dell’acqua provocata da sostanze utilizzate dall’industria chimica, è paradigmatico del conflitto illogico tra lavoro e vita come abbiamo messo in evidenza nel dossier Conversione ecologica di Città Nuova. Lo ha ribadito l’inviato dell’Onu, Marcus Orellana, autore di un’inchiesta sul campo che sarà al centro del prossimo Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite in programma ad ottobre di quest’anno.

Cerchiamo di fare il punto della situazione con Alberto Peruffo, attivista e autore di un testo importante per capire il tipo di profonda mutazione ambientale indotto dal modello sviluppista finora dominante (“Non torneranno i prati”, Cierre Edizioni 2019-2021).

Peruffo è il coordinatore di un gruppo di lavoro interdisicplinare che riunisce le diverse anime del movimento nato intorno alla questione Pfas mediante un vero e proprio portale di informazione (pfas.land), riconosciuto da riviste internazionali come Science e da istituzioni europee come l’European Enviromental Bureau.

Cominciamo dalle ultime notizie relative al processo in corso contro i vertici della società Miteni, ormai fallita, ma anche di esponenti di rilievo della Mitsubishi Corporation e della ICIG, società lussemburghese che controllava la stessa Miteni di Trissino (Vicenza).

A che punto è l’accertamento della verità giudiziale?
Al punto cruciale. Stanno interrogando i dirigenti della Sanità del Veneto e prossimamente i Carabinieri del NOE. Grazie alla “tempesta cognitiva” provocata dalla nostra sollevazione, popolare e scientifica, traducibile in una montagna di studi scientifici e di azioni culturali incrociate, i dirigenti del Veneto sono stati costretti a mettere sul piatto del Tribunale le verità tenute nascoste dalla copertura reciproca tra industria e politica, durata decenni. In parole semplici: la dott.ssa Francesca Russo, dirigente della Prevenzione, ha ammesso l’incidenza statistica di patologie e morti dovuta alla presenza dei PFAS in Veneto, dichiarando il Pfas come quinto Fattore di Rischio, prima Regione al mondo ad averlo. Ovviamente il “fattore” sembra una scappatoia rispetto alla “causa” di malattia, invece, dal punto di vista sociale, statistico, di biologia delle popolazioni, è un architrave per siglare giuridicamente l’evidente colpevolezza della Miteni. E pure dei corresponsabili. Tra i quali ritengo rientri la Regione stessa. Non tutti hanno capito questo passaggio fondamentale, essendo di valenza teoretica in campo medico, ma con grandi conseguenze di ecologia politica.

La questione Pfas coinvolge il livello internazionale e quindi europeo di responsabilità politiche e influenze delle lobby delle grandi società della chimica. A che punto ci troviamo nella definizione di una regolamentazione sulla presenza di tali sostanze nell’ambiente?
A livello europeo siamo a buon punto: meno in mano alle élite politiche industriali inserite nei governi nazionali e più in mano a serie Commissioni scientifiche. Ci stiamo avvicinando al bando progressivo totale, dopo pronunciamenti che vietano il PFOA/PFOS e indicano decise direttive per abbassare al massimo possibile le sostanze parenti di successiva generazione.

Il caso statunitense, emerso grazie al lavoro dell’avvocato Robert Bilott contro la multinazionale DuPont, è un esempio che può essere ripetuto in Italia?
In Usa, il caso emerso grazie al processo Bilott versus DuPont, non ha portato a grandi risultati in fatto di normative, ancora in discussione, ma sicuramente a grandi risultati politici: è stato all’ordine del giorno del Congresso Statunitense e delle elezioni di Biden. La DuPont ha sborsato più di un miliardo di dollari alle cittadinanze colpite. Per declinare un pensiero di Noam Chomsky, sono stati lesi come non mai gli attributi “reputazionali” dell’industria chimica mondiale.

Questo esempio lo dobbiamo non solo ripetere in Italia, ma farlo fermentare. E credo ci stiamo riuscendo. La “tempesta cognitiva” PFAS è ormai irrefrenabile e le istituzioni italiane badano bene a venirci contro. E questa tempesta è iniziata il giorno che abbiamo portato Bilott in Italia, facendo “tremare” le autorità presenti al Teatro di Lonigo, pieno all’inverosimile. Era il 1° ottobre del 2017. Credo diventerà una data storica per l’ambientalismo italiano.

È possibile la determinazione di un limite tramite una normativa nazionale?
Certo che è possibile. C’è un disegno di legge nazionale in fase di discussione. Tuttavia la “norma” per sostanze tossiche “bioaccumulabili” è un rischio, un tranello dell’industria, un’«amministrazione dell’inquinamento» che non possiamo e non dobbiamo permettere. Faremo in modo che le nuove leggi arrivino al bando, mediante un serio cronoprogramma, mediante usi assolutamente essenziali dei Pfas, fino alla dismissione. Le sostanze alternative ci sono o si troveranno. Una sfida per la chimica intelligente.

Che tipo di riscontri ci sono stati con i diversi ministri dell’ambiente e relativi governi degli ultimi anni?
Tutti negativi purtroppo. A mio parere è più efficace seguire la via europea per arrivare ad una giusta regolamentazione. I tempi della giustizia ambientale non sono i tempi delle giustizie burocratiche nazionali.

Esiste infine la competenza regionale e locale. Cosa resta da fare per mettere in sicurezza il territorio?
Molto. Per anni non si è resa accessibile una corretta informazione sui pericoli della contaminazione, informando “a spanne” ( si veda la nostra lettera sulla Missione Onu ), invece di prendere di petto la bonifica della Miteni (data in mano ai compratori indiani ancora due/tre anni fa, esportando di fatto il crimine), mettere in sicurezza la popolazione mediante campagne medico-informative serie, analisi degli alimenti e del sangue aperte a tutti gli abitanti delle zone contaminate.

Ci sono priorità di spesa da rispettare. Ad esempio appare una contraddizione la spesa di 80 milioni di euro prevista per costruire una pista da bob a Cortina, per le Olimpiadi invernali, destinata a pochi atleti, di fronte all’urgenza di mettere al sicuro centinaia di migliaia di residenti.

Il “crimine ambientale”, che non è semplice “disastro”, ma un concetto chiave delle lotte contemporanee, fa emergere logiche collusive ad ogni livello che finiscono per generare profitti ingiusti sulla pelle delle persone: il crimine ambientale è infatti sempre frutto di grandi manovre e responsabilità multiple.

Ma questa volta abbiamo scoperto tutto. Non tanto il fatto. I Pfas. Ma, grazie a questi, la logica di questa “collusione sociale”, dell’“economia che uccide”. Nei minimi dettagli. L’abbiamo studiata, sezionata, messa sul tavolo della scienza. E possiamo ora sconfiggerla, a partire dallo storico processo in corso, il più grande d’Italia – e dicono d’Europa – per questioni ambientali. L’alleanza intersezionale tra le cittadinanze attive, se resiste, non la fermerà nessuno.

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