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Cash mob etico: una nuova economia è possibile

Solo buone pratiche minoritarie e terzomondiste? Oppure una leva per cambiare il modello economico dominante confrontandosi con tutti, anche le multinazionali?  Intervista a Luca Raffaele, di NeXt, l’associazione di Nuova economia per tutti promotrice, con Retinopera, della giornata nazionale del “Voto con il portafoglio” e la responsabilità sociale d’Impresa. Partendo dal Sud
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Sabato 28 maggio la giornata nazionale del “Cash mob etico vede tra i promotori anche Retinopera, una realtà costituita da quasi tutte le associazioni del laicato cattolico che, dal 2002, a partire da un documento fondativo (il manifesto “Prendiamo il largo”), si pone l’obiettivo di  «mediare la dottrina sociale della Chiesa come forma di impegno dei credenti di fronte alla società». Nel 2016, il progetto "per una responsabilità sociale d'impresa" rappresenta uno dei punti qualificanti dell'itinerario di Retinopera che è coordinata da Franco Miano, già presidente nazionale dell’Azione cattolica.

 

Il meccanismo del consumo critico è conosciuto molto bene per chi aderisce alle azioni di Slot Mob e consiste in uno strumento che parte dai cittadini e coinvolge una o più aziende da premiare con il “voto con il portafoglio” perché i loro prodotti  “non sono buoni  solo per chi li produce, ma anche per i loro dipendenti e per chi li acquista” come ci dice Luca Raffaele di NeXt, Nuova economia per tutti, che coordinerà la mattinata del 28 maggio presso l’università Urbaniana a Roma dove verranno presentati i risultati del sondaggio nazionale sulla scala dei valori della Responsabilità sociale d’impresa e interverranno i docenti universitari Leonardo Becchetti e Mauro Magatti oltre al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, il segretario Fim Cisl Marco Bentivogli, il direttore di Federcasse Sergio Gatti e il direttore della pastorale del lavoro per la Cei, don Fabiano Longoni.

 

Approfondiamo il tema con il giovane “project manager”di NeXt, Luca Raffaele che ha preparato questo momento con numerosi incontri in tutt’Italia.

 

Come siete arrivati a questa giornata? Mettete assieme sensibilità diverse anche nel mondo cattolico non sempre ben disposto verso pratiche di consumo critico giudicate di stampo terzomondista…

«Ho sempre reputato che la parola "terzomondista" vada a braccetto con quella di "altra economia". Questa associazione non è solo un modo, da parte di una minoranza di realtà cattoliche e laiche, per bollare e sminuire le attività che vengono fatte in campo sociale e ambientale ma anche un modo di autodefinirsi (in modo involontario) da parte del nostro mondo per una particolare ansia da prestazione, che ha avuto paura di essere in qualche modo contaminato dai “non perfetti” come se in qualche modo la perfezione esistesse veramente».

 

Cosa è l’economia nuova di cui parlate?

«La “nuova economia” non vuole creare nulla di nuovo e non vuole essere sicuramente intesa in una logica assistenziale o terzomondista. Parte invece dal presupposto che bisogna valorizzare quello che di buono esiste in ogni territorio. La sostenibilità non ha dimensione o ceto d'appartenenza, non ha colore e né odore ma è o dovrebbe essere una costante per tutti gli attori economici.  Da qui l'acronimo "Nuova Economia per Tutti". Quando vado a parlare dei nostri obiettivi e cerco di coinvolgere alcune persone reticenti al fatto che attività come il consumo responsabile possano davvero incidere nell'economia reale, sono il primo a confermare i loro dubbi e dire che hanno ragione. Hanno ragione fintanto che si parlerà di queste iniziative con un approccio bonario di sola etica, di chi apprezza una buona azione senza avere in mente una progettualità che tenga conto anche della sostenibilità economica»

 

Quindi a coloro che ragionevolmente ti pongono dei dubbi cosa rispondi?

 «A questi rispondo semplicemente che la convenienza che si ha del compiere un gesto di consumo responsabile in modo collettivo ha ricadute su tutti, cittadini, imprese piccole e grandi, istituzioni e organizzazioni. Il problema è che gran parte di queste ricadute sono molto spesso intangibili e la nostra abilità dovrebbe essere quella di parlarne in modo scientifico e renderle concrete. Perché il problema di quantificare, fare numeri (evitando di “dare numeri”) e creare massa critica esiste, ma è proprio questo il senso di compiere una Giornata Nazionale del Cash Mob Etico per connettere quello che accade a livello locale con il contesto nazionale: dove il piccolo può incidere sul grande, monitorando nel tempo gli effetti degli eventi che realizzeremo.

E poi la sostenibilità non è una cosa noiosa e triste, riguarda il benessere e la felicità di tutti noi, che tutti noi siamo chiamati a costruire. Deve essere un momento di festa e non vissuta in una logica di privazione».

 

Perché è importante partire come avete fatto da realtà del Sud che sappiamo attraversato da gravi contraddizioni?

«Questa è una domanda davvero difficile. Si rischia quasi sempre di cadere nei soliti stereotipi assistenzialistici, della corsa a colmare il gap tra nord e sud.  Il Sud si aiuta benissimo da solo e in questi anni esempi di democrazia partecipata, di processi civili e di innovazione dal basso sono la riprova di quanto la vitalità, le virtù e le azioni intraprese in quei territori possano essere di esempio a tutti, con eccezioni e contraddizioni, naturalmente.

Ma le contraddizioni sono presenti ovunque e in ogni persona, solo che nelle regioni del Sud riescono ad essere trasparenti, tangibili, te ne accorgi subito che ci sono senza finzioni e coperture.  L'altro motivo è la fame del “si può fare” che trovi in quei posti, la voglia di riscatto, di farcela nonostante le ordinarie e straordinarie difficoltà. Quella volontà di essere protagonisti di un futuro migliore, del proprio territorio e non di città lontane, fatto di lavoro e relazioni, non ha maternità nel Sud ma in questo trova la sua più veloce e forte applicazione. Sono un uomo del Sud e forse ne sono legato a prescindere».

 

Eppure puntare su buone prassi, che riguardano fasce sempre minoritarie di consumatori, non rischia di allontanare dal contrasto verso le dinamiche dei grandi gruppi economici e finanziari per concentrarsi su esempi virtuosi ma marginali?

«In genere coinvolgere una nicchia ti permette di rivolgerti ad un gruppo di persone che condivide il tuo pensiero e a volte chiude le porte a realtà più "ambigue" che ti permettono di essere duro e puro ma minoritario…ma non è questo il nostro caso.

Partiamo dalle eccellenze, persone, giovani e imprese che devono essere messe in rete e valorizzate, ma il nostro obiettivo è fare in modo di coinvolgere tutte quelle realtà che, se pur hanno intrapreso un percorso verso la sostenibilità, hanno ancora molto da lavorare.

Reputiamo la sostenibilità non un traguardo che si raggiunge una volta per sempre e non uno strumento perfetto che può essere applicato al 100 per cento.  Cerchiamo di muoverci a cerchi concentrici dai piccoli e più virtuosi ai grandi e meno virtuosi con le dovute attenzioni nel non mettere tutti sullo stesso piano ma con la volontà di voler coinvolgere tutti in un dibattito costruttivo e positivo. Ovviamente chi fabbrica armi, chi si occupa di azzardo o investe ancora nelle fonti fossili non sarà intorno al nostro tavolo inizialmente ma quando avremo una forza di aggregazione tale da poter bussare alla loro porta, andremo anche da loro e chiederemo di cambiare. Ma, per non essere categorizzato come il ragazzino di belle speranza ma poco polso della situazione, sono conscio che per fare questo servono forze e virtù civili più ampie ed estese e il coraggio di volersi sporcare un po' le mani aldilà di nomi, individualismi (se pur etici) e rivendicazioni di primogenitura».

 

Quindi il confronto deve avvenire con tutti, anche con le grandi imprese transnazionali?

«È tra i nostri obiettivi quello di rivolgerci anche alle multinazionali: sono convinto personalmente che l'1 per cento di cambiamento di questi soggetti (su carta insostenibili per natura), possa essere in grado di cambiare molto e ci sono esempi lampanti di questo. Non possiamo tapparci gli occhi e turarci il naso pensando che in una economia perfetta non dovrebbero esistere questo tipo di rapporto: "piccolo è bello" diceva Schumacher ma non possiamo rivolgersi solo al piccolo se vogliamo cambiare le cose così come non possiamo dire che il solo gesto di consumo responsabile che faremo il 28 maggio cambierà le cose.

Non cambierà nulla se, dopo aver comprato un prodotto del commercio equo e solidale, non si mettono i propri risparmi in una banca etica, non ci si informi sulla politica, quella vera, che viene attuata nei territori e non si partecipa attivamente nei laboratori di democrazia. Siamo collegati, iper connessi ma siamo pigri, incominciamo ad alzarci dal divano e a prendere una direzione in modo collaborativo, senza stereotipi e falsi miti, e poi il resto verrà da sé».

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