Carmen secondo Sepe

Con Giancarlo Sepe vince la fantasia visiva. Poiché ci sono le idee. Come nella sua nuova Carmen, protagonista Monica Guerritore. La zingara di Mérimée, libera e selvaggia, qui non ha nulla dell’iconografia classica. Diventa, quasi, la lotta di una donna – schiava delle sue passioni e dei desideri maschili – che riconquista la propria dignità di persona, alla ricerca sofferta dell’amore. E di una purezza d’anima. Sepe decostruisce la storia. Inserisce poco recitato. Evoca suggestioni amalgamando generi diversi, secondo il suo inconfondibile stile. Punta sulla visualità e sul gioco delle associazioni ritmiche, immergendo le azioni in un debordante universo musicale: Laurie Anderson, Tom Waits, Jobim, Bizet… Tra geniali tagli di luce risalta la gestualità degli interpreti sfumata in danza e in movimenti cinematografici. La drammaturgia Sepe la costruisce sui corpi e nello spazio, in una relazione che ricorda la Bausch e Wilson. Sono quadri in continua mutazione: apparizioni di mani nel buio; di porte dalle quali Carmen entra ed esce fra tempeste di stoffe rosse e nere; solitarie riflessioni su una sedia; in mezzo a ciuffi di grano; nella mischia di un ballo. Sempre contesa. Anche nelsogno di un uomo tormentato attorno ad una scrivania, visualizzata da una gigantografia del suo volto.Ancora Carmen, infine, che risale affannosamente una pedana in pendenza. Scivolerà ripetutamente senza raggiungere la cima luminosa mentre da altre pedane catapulteranno a terra, per risalire anch’essi inutilmente, quegli uomini che ne hanno segnato il destino. Per sancire il definitivo distacco. La Guerritore, aspra e delicata, fiammeggiante e profonda, non risparmia nessuna delle sue capacità interpretative. Come nella precedente Madame Bovary, sfodera una completezza d’attrice come poche.

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