Carmen, profuga e prigioniera del muro

Il danzatore e coreografo Hektor Budlla rilegge la celebre figura dell'opera di Bizet ambientandola di qua dal muro metallico del confine ungherese, immettendoci così nelle cronache del nostro tempo

Si presentano schierati frontalmente, come a dichiarare che sono loro, indiscutibilmente, i protagonisti della fosca vicenda di Carmen, intrisa di amori, tradimenti e morte. Compaiono, e si riconoscono assieme a lei, i partner e comprimari della sua insopprimibile passione di libertà: Don Josè, Micaela, il tenente Zuniga, il torero Escamillo. E così crederemo di assistere alla nota storia scaturita dalla penna di Prosper Mérimée e dell’opera di Georges Bizet. Se non fosse per quell’inizio ad apertura di sipario in cui sentiamo la voce del presidente ungherese Viktor Orbán e le sue parole – tradotte nei sovratitoli – tratte da un discorso pronunciato alle nuove unità di pattuglia delle frontiere ungheresi in cui proclama la necessità della difesa dei propri confini riguardo alla pressione del flusso migratorio in Europa, in nome della sicurezza e della cultura del suo popolo, ed esaltando il coraggio dei militari in nome della Nazione. Parole terribili dalla forte posizione ideologica incentrata sul rifiuto dell’immigrazione, che ci immettono nelle cronache del nostro tempo, di un nazionalismo strisciante che sempre più fa paura.

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A introdurci così fortemente in un altro universo rispetto alla tradizionale ambientazione di piazze andaluse e atmosfere mediterranee, è Hektor Budlla, eccellente danzatore di Aterballetto e ora coreografo alla sua prima vera prova d’autore con questo balletto a serata dopo altre significative e brevi prove coreografiche. La sua nuova versione di Carmen, dal titolo Una Carmen. Don José, smonta la figura della sensuale sigaraia strappandola allo stereotipo dell’impenitente seduttiva trafitta per sempre dal suo amante – che qui, con l’evidenza del suo nome, diventa protagonista –, mutando la storia con un forte spostamento di senso nell’agganciarla all’attualità.

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Il riferimento è subito esplicito sia per le parole di Orbán che, visivamente, per il muro di reti metalliche con sopra una torretta d’avvistamento e filo spinato che costituiscono la scenografia. Siamo di qua da quel muro di divisione, il confine magiaro, dove sosta un gruppo di migranti in cerca di una vita migliore sperando di riuscire a varcare l’ostile barriera. A impedirne il passaggio alcuni soldati al comando del rozzo Zuniga, tra cui l’ardente Don José il quale s’innamorerà della bella siriana Carmen, in fuga anche lei dal suo Paese. Attratto dalla sua diversità e da quella dell’altra gente, si avventurerà, noncurante delle conseguenze, tra i migranti per conoscere lei e le loro storie, dubbioso di obbedire al loro arresto.

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La storia si dipana seguendo una coerente drammaturgia che vedrà nascere una combattuta storia d’amore la cui maglia è tessuta all’interno della nota struttura del racconto che vedrà l’antagonista Escamillo e la gelosa Micaela che denuncerà il suo Don Josè al comandante Zaniga facendolo arrestare. Ma lo svolgimento e l’epilogo avranno altri risvolti. Alla fuga di Don Josè dalla prigione grazie ai migranti e al suo ritrovarsi con Carmen inconsapevolmente spiati dal comandante, seguirà lo stupro della donna da parte Zuniga, il tentativo di uccisione da parte di Don José che segnerà fortemente la vicenda, fino alla decisione di farsi arrestare ma dopo essere riuscito a far scappare i migranti. Imprigionato, nel buio quasi totale scorgeremo il suo accendere ripetutamente dei fiammiferi, unico barlume di luce in quella notte fisica e dell’anima, forse a dirci che esiste sempre la speranza del bene.

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Unendo accenti classici (con l’uso anche di scarpette a punta in alcuni passaggi indicativi dei ruoli femminili) a più ampi movimenti di un vocabolario contemporaneo confacente al linguaggio di Budlla, lo spettacolo scorre con un ritmo coinvolgente alternando danze corali (affidate ai giovanissimi danzatori della scuola del Nuovo Balletto Classico di Reggio Emilia), di gruppo, di terzetti (vedi le diverse scene dei soldati, o dei due contendenti con Carmen) e duetti, con scene più intime, alcune struggenti nella loro teatralità danzata. Come quella finale di trascinante abbandono tra i due amanti, con Don José che muove il corpo sconvolto e senza più forze di Carmen dopo aver subito la violenza. In questo intenso passo a due, vibrante di amore e dolore, sono bravissimi, magnetici nel loro avvincersi e avvincerci, Rezart Stafa e Noemi Arcangeli, con lei completamente sfibrata e insensibile nel corpo quasi morto, abbandonato alle braccia di lui che lo muove in alto e a terra, a sé e staccandosene, per farlo nuovamente palpitare e ridargli vita.

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Con la regia di Daniele Franci, e manipolando la partitura musicale con spostamenti di sezioni, il balletto condensa in un’ora una storia infinita aggiungendo stilisticamente nuovo senso. Ogni sequenza ha un suo significato, ogni movimento scaturisce da un pensiero, da una necessità espressiva che permea le molte invenzioni essenziali di Budlla, immettendo anche schegge ironiche in alcuni scene: come quella, una per tutte, del toreador piacione, seduttivo, disturbante di Alessandro Calvani che nel ripetuto gesto di accarezzarsi i capelli irrompe nel campo indossando un giubbotto dorato dal quale estrae un lecca-lecca facendone un oggetto sensuale. Di rigorosa presenza scenica, e ineccepibile bravura, sono Dorian Grori nel ruolo di Zuniga ed Elena Casolari in quello di Micaela.

Lo spettacolo, che ha debuttato al Teatro Franco Tagliavini di Novellara (Re), e sarà in scena al Teatro Ariosto Reggio Emilia il 29 giugno 2019, è una nuova produzione del NCB Nuovo Balletto Classico.

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