Il Cara di Mineo chiude

Le conseguenze non sono da poco, sia per i migranti trasferiti che per le circa 500 persone che vi lavoravano. Il sindaco, Giuseppe Mistretta, ha chiesto già da tempo una compensazione economica che non è mai arrivata

Fino a 20 anni fa, il Residence degli Aranci era una sorta di villaggio d’élite. Era stato realizzato per accogliere i militari statunitensi di stanza a Sigonella (base militare Nato alle porte di Catania). Un villaggio ad hoc, villette a schiera monofamiliari e tutti i servizi collegati. Restò in funzione 10 anni, fino al 2011.

Da quella data, i cancelli vennero aperti per ospitare i tanti migranti che arrivavano in Italia. Il provvedimento venne adottato dall’allora ministro degli Interni, Roberto Maroni, nel governo guidato da Silvio Berlusconi. Doveva essere una sistemazione provvisoria, invece è durata per anni. Otto lunghi anni. Nacque il Cara (Centro di accoglienza per i richiedenti asilo). Nel frattempo, alcune inchieste giudiziarie hanno segnato la storia di questo “appalto”, un grande affare nato all’ombra di interessi trasversali tra pezzi della politica e dei potentati locali. A più riprese si è gridato allo scandalo, alla necessità di chiudere questo centro che era nato come “provvisorio” e che invece ha resistito per anni. Chissà perché!

La presenza di migliaia di immigrati, nel cuore dell’entroterra siciliano (il residence dista 9 km da Mineo), fu accolta all’inizio con stupore e preoccupazione. Magari con sospetto. Col passare degli anni si cominciò a conviverci. C’era chi guardava con un certo fastidio ai tanti immigrati che giravano nelle campagne, magari disponibili a lavorare nelle aziende agricole della zona per pochi spiccioli. E si parlava di “concorrenza sleale”. Lo sguardo ostile era però rivolto ai migranti piuttosto che ai datori di lavoro che, talvolta, sfuggivano ai controlli.

Oggi, il Cara è anche fonte di reddito. Cinquecento persone lavorano nei servizi ad esso collegati. Non è poco, in un comune che conta oggi poco più di 5 mila abitanti. Qui, l’emigrazione ha svolto un ruolo importante, se si pensa che, appena 100 anni fa, i residenti erano quasi 12 mila.

Il sindaco di Mineo Giuseppe Mistretta davanti la sede del Cara.
Il sindaco di Mineo Giuseppe Mistretta davanti la sede del Cara.

L’annuncio della chiusura del Cara, qui, ha gettato tanti nel panico. Anche coloro che, in passato, hanno tuonato contro l’eccessiva presenza di migranti. Il sindaco, Giuseppe Mistretta, ha chiesto un incontro al ministro Matteo Salvini. Chiede una sorta di “riparazione” per il suo territorio, una sorta di fiscalità di vantaggio. Quando arrivarono i migranti, 8 anni fa, si era detto che ci sarebbero state delle misure di compensazione. Finora non è arrivato nulla.

E oggi quei migranti non sono più solo un peso. Non sono più solo oggetto dei commenti sarcastici. O di preoccupazione per i tanti furti nelle campagne, tanto spesso attribuiti a loro e, ovviamente, non solo a loro.

Oggi, i migranti, cominciano a lasciare il Cara. Cinquanta lo hanno fatto ieri. Raggiungono altri centri di accoglienza siciliani, a Siracusa e Ragusa. Altri 50 lasceranno il Centro il 17 febbraio, altri ancora lo faranno a fine mese. Sei di loro non si sono presentati all’appello. Sono andati via volontariamente. Potranno restare in Italia finché avranno il permesso di soggiorno, ma perdono il diritto all’accoglienza nelle strutture. Finora sono andati via solo giovani e uomini. Le poche famiglie ospitate al Cara, le donne, i bambini, non sono andati via. Sugli autobus per il trasferimento sono saliti in 44.

Di loro, del loro futuro, si sa poco o nulla. Sarà sempre più precario in un paese che li ha accolti ma che ora, per loro, lascia intravvedere un futuro non certo roseo.

Oggi, a Mineo, e nei vicini comuni di Grammichele, Palagonia, Ramacca, la preoccupazione è legata soprattutto al futuro occupazionale di chi, in questi anni, ha lavorato al Cara di Mineo. Dovrebbe trattarsi di quasi 500 persone. Non è poco. Uno sbocco occupazionale non da poco in una terra arida e che offre davvero poco, pur se ricca di storia e di bellezze paesaggistiche. Lo Stato va via e lascia macerie. Difficili da colmare. Oggi, per loro, c’è tanta legittima preoccupazione. Ma chi si preoccupa dei migranti e del loro futuro?

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