Cambiare prospettiva nella lotta alla diseguaglianza

Dal 1992 le Nazioni unite hanno riconosciuto il 17 ottobre come Giornata mondiale del rifiuto della miseria che vede, quest’anno, diverse manifestazioni nell’Italia del 2015 dove il numero dei poveri assoluti è raddoppiato nel periodo della grande crisi. La prospettiva del protagonismo degli esclusi nell’intervista a Jean Tonglet del Movimento Atd Quarto mondo
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Sabato 17 ottobre 2015 vede la rete nazionale delle organizzazioni della Campagna “Miseria ladra” promuovere una giornata di mobilitazione contro le diseguaglianze sociali e la miseria. Siamo all’indomani della presentazione della legge di stabilità che, come prevedibile, non prevede un piano strutturale di riconoscimento del reddito di dignità richiesto dalla mobilitazione di Libera e neanche il progressivo inserimento del reddito di inclusione sociale per contrastare le forme più gravi di povertà assoluta che riguarda, secondo l’Istat, oltre 4 milioni di persone in Italia.

 

Le diverse ragioni di analisi e prospettive che guidano le scelte politiche sono state oggetto di un dialogo aperto in un seminario promosso dal Movimento politico per l’unità lo scorso 6  ottobre assieme al forum sulla povertà lanciato da Città Nuova. Assieme a politici delle più diverse estrazione e ai rappresentanti di diverse associazioni, è intervenuto Jean Tonglet che rappresenta il movimento Atd Quarto mondo che 17 ottobre come “Giornata Mondiale contro la povertà”. Gli abbiamo rivolto alcune domande per cercare di andare al cuore della prospettiva che muove questa realtà fortemente e radicalmente impegnata, al di là degli eventi ufficiali, nella condivisione reale con gli esclusi.

 

In cosa consiste il vostro approccio nella lotta contro la miseria?


«Il nostro approccio è fondato sul fatto che non sia possibile lottare contro la miseria, cercare delle soluzioni, immaginare delle politiche, senza il contributo delle persone che da generazioni, da secoli, lottano contro la miseria, giorno dopo giorno. La loro esperienza è essenziale. Sanno, capiscono, delle cose che non sappiamo, che non capiamo. Certo, hanno bisogno della nostra solidarietà, della nostra cooperazione, ma dobbiamo partire dalle loro analisi, dalla loro visione del mondo. Diceva il nostro fondatore, padre Joseph Wresinski: "Escludere i più poveri costituisce uno spreco spirituale e umano intollerabile. Chi può sapere meglio di questo popolo, per il fatto di averlo vissuto, ciò che opprime gli uomini, ciò che li distrugge? Se ascoltassimo le famiglie dei quartieri sottoproletari, esse sarebbero i rivelatori di tutto ciò che, nella nostra società, sottopone l’uomo a vessazioni e lo schiaccia. La loro esperienza potrebbe insegnarci che cosa sono realmente la giustizia e la libertà. Esse potrebbero insegnarci le esigenze imposte da una vera democrazia, in cui ogni cittadino è ascoltato perché è un uomo"».


In che modo in Francia siete riusciti a far dare spazio agli ultimi nell'elaborazione di una strategia contro le diseguaglianze?


«Tutto è cominciato con l'inizio del Movimento, nel 1957. Prima di tutto, padre Joseph ha voluto restituire alle famiglie radunate nel bidonville di Noisy-le-Grand, vicino a Parigi, il diritto d'associazione, creando con loro un movimento, per riflettere, pensare, agire e lottare insieme. Ha voluto che queste famiglie salissero le scale del loro municipio e, poi, delle istituzioni del Paese. Dopo alcuni anni, nel 1979, padre Wresinski è stato nominato membro del Consiglio economico e sociale (Ces) della Repubblica francese. Il suo sforzo, e il nostro dopo la sua morte nel 1988, è stato quello di portare la voce dei più poveri nelle istituzioni. Il rapporto "Grande pauvreté et précarité économique et sociale" del Ces francese, adottato nel febbraio 1987 è stato discusso nelle varie "Università Popolari" create dal Movimento dove le famiglie e le persone che vivono nelle povertà si esercitano alla vita associativa e alla partecipazione politica. Possiamo dire che le proposte del rapporto Wresinski, ma anche il testo della legge sull'esclusione adottata dal Parlamento francese nel 1998, sono state discusse, riga dopo riga, dai partecipanti alle Università Popolari».
 

Cosa ostacola, a vostro parere, l’adozione dello stesso metodo in Italia? 


«Mi pare che in Italia manchi ancora l'idea e soprattutto la pratica di un vero protagonismo da parte dei poveri stessi. Ci sono tante associazioni, movimenti, gruppi impegnati nella lotta contro la povertà, ma troppo spesso lottano "per" i poveri. Qualche volta anche "con" i poveri, ma molto più raramente "partendo dai poveri" (à partir, in francese), basandosi sulle loro idee, sollecitando la loro intelligenza. Manca magari la percezione che tale intelligenza esiste, anche se non si manifesta facilmente. Questo capovolgimento ci chiede una rivoluzione culturale: i poveri non sono più oggetti del nostro aiuto, neanche delle nostre lotte politiche, ma diventano soggetti, attori a tutti gli effetti, a parità con noi. Questo suppone che riconosciamo il loro sapere e che accettiamo di entrare in una nuova logica, quella del incrociarsi dei saperi».

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