Bergoglio in Bangladesh e Myanmar

Il Myanmar sta faticosamente uscendo da 60 anni di dittatura militare non ancora del tutto debellata visto che il 25% dei seggi parlamentari è occupato da rappresentanti dell’esercito. La leader di fatto, Daw Aung San Suu Kyi, vera vincitrice delle elezioni del 2015, sta cercando di assicurare una via democratica al Paese, sia pure in mezzo a difficoltà di non semplice soluzione

Con le prossime visite in Bangladesh e Myanmar, in programma a fine novembre, continua il viaggio di Bergoglio nelle “periferie” del mondo globale. È un angolo dell’Asia fra i più poveri al mondo, con una presenza cristiana minima, ben al di sotto della media asiatica (circa il 2%). Inoltre i due Paesi offrono un contesto socio-politico molto diverso, eppure accomunato da instabilità e incertezza per il futuro. Il Bangladesh, nato nel 1971 dopo una guerra contro il Pakistan, di cui era la provincia orientale dall’Indipendenza del sub- continente indiano, in questi quasi 50 anni ha visto alternarsi governi militari o democratici, guidati da due donne, parenti di politici di lungo corso. L’attuale primo ministro è la signora Sheik Hasina, figlia di Sheik Mujibur Rahman, primo presidente del Paese, considerato padre della patria. Dopo anni di relativa pace, da tempo il Paese si trova spaccato fra un Islam moderato, che rappresenta la tipica mentalità bengalese, e uno sempre più radicalizzato sotto le spinte di processi controllati dall’Arabia Saudita.

Il Myanmar sta faticosamente uscendo da 60 anni di dittatura militare non ancora del tutto debellata visto che il 25% dei seggi parlamentari è occupato da rappresentanti dell’esercito. La leader di fatto, Daw Aung San Suu Kyi, vera vincitrice delle elezioni del 2015, sta cercando di assicurare una via democratica al Paese, sia pure in mezzo a difficoltà di non semplice soluzione. Il problema chiave del Myanmar restano i conflitti sociali, legati soprattutto alle tensioni fra i diversi gruppi tribali. A parte la questione dello Stato del Rakhine e dell’etnia dei rohingya, a maggioranza musulmana, esistono altri conflitti e discriminazioni, assai meno conosciuti in Europa. Ne sono oggetto gruppi a maggioranza cristiana: kachin, kayah e karen. Inoltre, a fronte di una stragrande maggioranza buddhista pacifica e tollerante, sono emersi gruppi di monaci estremisti, come il Movimento Ma Ba Tha, guidato da Wirathu, un monaco che rappresenta l’ala fondamentalista del buddhismo locale e che ha bollato la visita papale come «una visita politica».

Il viaggio di Francesco in queste terre è importante e atteso non solo da cristiani cattolici. Sia in Bangladesh che in Myanmar molti rappresentanti delle diverse religioni hanno dichiarato di attendere il papa con orgoglio e desiderio di ascoltare la sua parola. Probabilmente Bergoglio non affronterà direttamente la questione rohingya, che coinvolge entrambi i Paesi, ma senza dubbio farà riferimento alla questione delle tensioni sociali, delle discriminazioni religiose e della povertà. Sarà inoltre un segno di incoraggiamento per due Chiese piccole ma molto vivaci.

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