Baciare i piedi

Papa Francesco a sorpresa compie uno di quei gesti che parlano più di mille parole e di mille argomentazioni. Si china a baciare i piedi di chi è uscito dalla guerra del Sud Sudan

Sorprendente Bergoglio! Evidentemente i protocolli non gli piacciono proprio. A cominciare dalla sua prima apparizione da papa in pubblico, appena aletto, dalla loggia di San Pietro, quando apparve senza la protocollare mantellina del neo-eletto. Poi tutto il suo pontificato si è snodato lungo un sentiero in cui tradizioni e protocolli sono stati stravolti, non per un vezzo personale, ma per indicare sempre e comunque la via del Vangelo. Così va letto il suo rifiuto di abitare nei palazzi apostolici, preferendo l’appartamentino che ancora occupa a Santa Marta, l’albergo in territorio Vaticano; così le sue prime visite non sono state dai potenti della Terra ma dai migranti di Lampedusa e nel più povero Paese europeo, l’Albania; così l’apertura della Porta Santa per l’Anno santo della misericordia non è avvenuta in Vaticano ma a Bangui, in Repubblica centrafricana; così nelle sue visite all’estero rifiuta i salamelecchi delle cene di gala in suo onore per dividere il pane con i più poveri, scovando luoghi che il sistema mediatico rifiuterebbe a priori…

Anche stavolta papa Francesco ha stupito. Si è infatti chinato fino a terra, per baciare i piedi ai leader del Sud Sudan arrivati nei giorni scorsi a Santa Marta per un loro particolare ritiro spirituale e per parlare di pace. Grande preoccupazione dei suoi assistenti – si sa che il papa fa fatica a compiere movimenti che richiederebbero elasticità giovanile – e degli astanti tutti: bastava vedere le facce imbarazzate di coloro a cui il papa baciava i piedi per capire che quel gesto non era certo previsto. Un gesto che ha spiazzato i presenti, tanto è stato spontaneo e insolito. Un modo per chiedere loro di prestare ascolto al grido della gente che in quella regione è schiacciata da un destino segnato da carestie, guerre, violenze. Si è voluto inchinare per baciare i piedi al presidente della Repubblica del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, e dei vice presidenti designati presenti, Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabio, al termine di due insoliti giorni di ritiro, «non solo un summit politico-diplomatico – si legge su Vaticano News – ma un’esperienza di preghiera e di riflessione comune tra leader che, pur avendo siglato un accordo di pace, faticano a far sì che questo venga rispettato».

Il papa nelle sue parole ha voluto ringraziare anche l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, «ideatore di questa iniziativa: è un fratello che va sempre avanti nella riconciliazione», prima di indirizzare ai presenti le parole del Risorto: «Pace a voi!». Commentando così: «È quanto mai importante per noi ricordare che proprio “pace” è stata la prima parola che la voce del Signore ha pronunciato, il primo dono offerto agli apostoli dopo la sua dolorosa passione e dopo aver vinto la morte. Anch’io rivolgo lo stesso saluto a voi, che siete venuti da un contesto di grande tribolazione per voi e per il vostro popolo, un popolo molto provato per le conseguenze dei conflitti».

Il papa si è poi detto consapevole che la natura del ritiro era del tutto particolare e in un certo senso unica, «perché qui non si tratta di un consueto e comune incontro bilaterale o diplomatico tra il papa e i capi di Stato e nemmeno di una iniziativa ecumenica tra i rappresentanti delle diverse comunità cristiane: si tratta, infatti, di un ritiro spirituale». Con un monito: «Cari fratelli e sorelle, non dimentichiamo che a noi, leader politici e religiosi, Dio ha affidato il compito di essere guide del suo popolo: ci ha affidato molto, e proprio per questo richiederà da noi molto di più! Ci domanderà conto del nostro servizio e della nostra amministrazione, del nostro impegno in favore della pace e del bene compiuto per i membri delle nostre comunità, in particolare i più bisognosi ed emarginati, in altre parole ci chiederà conto della nostra vita ma anche della vita degli altri».

Ha quindi a lungo parlato dello sguardo del Cristo: «Lo sguardo di Dio è in particolar modo posto su di voi ed è uno sguardo che vi offre la pace. Però, anche un altro sguardo è posto su di voi: lo sguardo del nostro popolo, ed è uno sguardo che esprime il desiderio ardente di giustizia, di riconciliazione e di pace. In questo momento desidero assicurare la mia vicinanza spirituale a tutti i vostri connazionali, in particolare ai rifugiati e ai malati, rimasti nel Paese con grandi aspettative e con il fiato sospeso, in attesa dell’esito di questo giorno storico». Per concludere con una certezza: «Cari fratelli e sorelle, la pace è possibile. Non mi stancherò mai di ripetere che la pace è possibile! Ma questo grande dono di Dio è allo stesso tempo anche un forte impegno degli uomini responsabili verso il popolo (…). Vi esorto pertanto a cercare ciò che vi unisce, a partire dall’appartenenza allo stesso popolo, e superare tutto ciò che vi divide (…). Auspico di cuore che definitivamente cessino le ostilità, che l’armistizio sia rispettato – per favore, che l’armistizio sia rispettato! –, che le divisioni politiche ed etniche siano superate e che la pace sia duratura, per il bene comune di tutti i cittadini che sognano di cominciare a costruire la nazione».

Il gesto del papa che si china a baciare i piedi dei tre principali rappresentanti del Sud Sudan è stato coronato da queste ultime parole: «E a voi tre, che avete firmato l’Accordo di pace, chiedo, come fratello: rimanete nella pace. Ve lo chiedo con il cuore. Andiamo avanti. Ci saranno tanti problemi, ma non spaventatevi, andate avanti, risolvete i problemi. Voi avete avviato un processo: che finisca bene. Ci saranno lotte fra voi due, sì. Anche queste avvengano dentro l’ufficio, ma davanti al popolo, con le mani unite. Così, da semplici cittadini diventerete Padri della Nazione. Permettetemi di chiederlo con il cuore, con i miei sentimenti più profondi».

Ha scritto il collega Franz Coriasco nel suo blog: «Non so se l’avesse preparato quel gesto, se qualcuno abbia magari provato a dissuaderlo, o se gli sia venuto sul momento; non so se produrrà degli effetti concreti, ma certo rimarrà nella Storia, e forse, più ancora delle tante efferatezze che anche attraverso di esso si vorrebbero scongiurare. Un papa che bacia i piedi, ma che nel contempo implicitamente sfida tutti noi, che così spesso non abbiamo neanche la forza per stringerci la mano. Credo che il coraggio – quello più vero, più puro, e più necessario di questi tempi – sia fatto proprio da gesti come questo, molto più che di discorsi, di appelli, di dichiarazioni d’intenti. In un panorama mediatico che ormai è genuflesso e ammaliato da qualunque sensazionalismo fine a se stesso, il suo coup de théâtre è spettacolare soprattutto nella sostanza, perché ribalta in un attimo cliché e convenzioni secolari. Perché un conto è lavare e baciare i piedi a una fila di carcerati, altro è inchinarsi ai potenti, e non per codardia come così spesso accade, ma con l’umiltà di chi si abbassa per dar più forza a un’implorazione che altrimenti finirebbe archiviata come un atto poco più che formale».

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